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di Enzo Traverso

da Dialettica dell’irrazionalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, Ombre Corte, Verona 2022


Il neoconservatorismo, il postfascismo1, il postmoder­nismo, gli studi postcoloniali e l’ecologia sono dibattiti di questo inizio del XXI secolo, non degli anni Cinquanta. Sollevano questioni importanti che non possono essere evacuate rileggendo La distruzione della ragione. Natu­ralmente, non possiamo abolire la distanza che ci separa dall’opera di Lukács. Come ogni grande opera del pen­siero critico, anche le più controverse, il suo destino è quello di sopravvivere al suo tempo e di essere reinter­pretata nel presente.

Riletto oggi, questo libro rivela ovviamente limiti, semplificazioni e molte valutazioni errate che, a distanza di settant’anni, appaiono tanto grandi quanto inaccetta­bili. I nostri criteri esegetici sono cambiati, ma storiciz­zare non significa applicare una saggezza retrospettiva. Sarebbe un’ermeneutica facile, sterile e probabilmente anche ingiusta. Non possiamo leggere La distruzione del­la ragione come contributo a un dibattito contemporaneo su Weber, Nietzsche, Heidegger e Schmitt. Così come sa­rebbe inutile rimproverare agli attori della Seconda guerra mondiale di aver trascurato le virtù dell’etica della di­scussione così convincentemente postulata da Jürgen Ha­bermas. Il libro di Lukács dovrebbe piuttosto essere letto come lo specchio filosofico di una guerra civile europea2. Le guerre civili sono miopi nei confronti delle sfumature della legge, dei diritti dell’avversario, dell’umanità degli sconfitti e del buon senso degli spettatori innocenti, non conoscono l’arte del compromesso e tendono agli eccessi ideologici ed emotivi. Ma la storia è crudele e ci sono guerre civili che meritano di essere combattute. La di­struzione della ragione non è soltanto un’interpretazione dogmatica della dialettica di Hegel e della filosofia della storia di Marx, né soltanto la difesa di un governo tiran­nico dipinto come foriero di progresso. Queste dimen­sioni dell’opera di Lukács non sono soltanto caduche; la difesa di Hegel era discutibile, l’apologia dello stalinismo era falsa e odiosa fin dal momento della prima pubbli­cazione. Una rilettura rigorosa di quest’opera dovrebbe evitare le condanne e le assoluzioni unilaterali: dovrebbe, da un lato, sottoporla alla prova di una critica severa e, dall’altro, saper cogliere, tra le righe delle sue perentorie valutazioni, gli echi di Stalingrado. Questo è sufficiente per conferirle una posizione di rilievo nella cultura del Novecento.


1 Sul postfascismo come corrente culturale e politica che viene dopo e va oltre il fascismo storico, si veda Traverso, I nuovi volti del fascismo, cit.

2 Si veda Enzo Traverso, A ferro e fuoco. La Guerra civile europea (1914-1945), il Mulino, Bologna 2008.

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