Neopositivismo


I testi>Ontologia dell’essere sociale

È escluso, naturalmente, ogni nostro tentativo di esporre in qualche modo, foss’anche per accenni, questa crisi, tanto varia e multiforme. Già le sue cause sociali appaiono estremamente divergenti, e pur quando fosse possibile scoprire sotto questa eterogeneità della superficie origini unitarie, con ciò non verrebbe soppressa la specificità e autonomia – relativa, ma importantissima anche in tale relatività – delle diverse sfere. In questa sede noi potremo perciò soltanto enumerare le più importanti componenti esterne e interne di tale crisi, in ultima analisi contraddittoriamente unitaria nella sua essenza filosofica, senza poter esaminare dettagliatamente nelle singole analisi quale componente ogni volta sembri legittimamente pretendere per sé il carattere di momento soverchiante. In primo piano troviamo, ovviamente, le due guerre mondiali, la rivoluzione russa del 1917, il fascismo, lo sviluppo stalinista del socialismo nell’Unione Sovietica, la guerra fredda e il periodo del terrore atomico. Sarebbe però una inammissibile unilateralità dimenticare che l’economia del capitalismo ha subito in questo periodo cambiamenti importanti, in parte a causa di una crescita qualitativamente rilevante nel dominio della natura e, in stretta correlazione, di un inimmaginabile aumento della produttività del lavoro, in parte a causa di nuove forme organizzative destinate non solo a perfezionare la produzione, ma anche a regolare capitalisticamente il consumo. Non si deve dimenticare infatti che la sottomissione completa al capitalismo dell’industria dei beni di consumo (e dei cosiddetti servizi) è un risultato degli ultimi tre quarti di secolo. Ne è derivata la necessità economica di una sempre più raffinata manipolazione del mercato, sconosciuta sia al tempo del libero scambio sia agli inizi del capitalismo monopolistico. Continua a leggere

Introduzione


I testi>Ontologia dell’essere sociale

Nessuno si è occupato quanto Marx dell’ontologia dell’essere sociale. La giustezza di questa affermazione, apparentemente apodittica, potrà essere dimostrata solo dagli approfondimenti analitici di questo scritto sul metodo dei classici del marxismo e sulla loro posizione concreta circa le principali categorie dell’essere sociale. Qui possiamo soltanto anticipare un catalogo riassuntivo delle questioni decisive a orientamento sul loro stato attuale. Continua a leggere

Prefazione


I testi>Ontologia dell’essere sociale

L’Ontologia è l’ultimo lavoro e l’ultima grande opera sistematica di György Lukács, morto a Budapest il 4 giugno 1971. Le circostanze della sua composizione, il fatto che l’autore avesse annunciato più volte negli ultimi anni di essere al lavoro su questo argomento, le anticipazioni di qualche suo contenuto che se ne sono avute Lukács vivente1, il modo frammentario in cui finora è stato pubblicato lo stesso testo originale tedesco per le difficoltà incontrate dai curatori nella redazione del manoscritto2, l’uso in campo marxista del termine di «ontologia», con il connesso sospetto di intrusioni metafisiche e cadute idealistiche, hanno fatto sì che intorno a quest’opera si coagulasse un’intensa atmosfera di attesa variamente intonata. E non sono mancati i giudizi definitivi in base a quanto già apparso in pubblico. Continua a leggere

Il lavoro


I testi>Ontologia dell’essere sociale

Per esporre in termini ontologici le categorie specifiche dell’essere sociale, il loro svilupparsi dalle forme d’essere precedenti, il loro legame con queste, il loro fondarsi su di esse, il loro distinguersi da esse, occorre cominciare con l’analisi del lavoro. Naturalmente non bisogna dimenticare che ogni grado dell’essere, nell’insieme e nei dettagli, ha carattere di complesso, vale a dire che le sue categorie, anche quelle più centrali e determinanti, possono venir comprese adeguatamente solo entro e a partire dalla costituzione complessiva del livello d’essere di cui si tratta. E basta uno sguardo superficialissimo all’essere sociale per vedere l’intreccio indistricabile in cui si trovano sue categorie decisive come il lavoro, il linguaggio, la cooperazione e la divisione del lavoro, per vedere che in esso sorgono nuove relazioni della coscienza con la realtà e quindi con se stessa, ecc. Nessuna di queste categorie può venir compresa adeguatamente quando la si consideri isolata; si pensi, ad esempio, alla feticizzazione della tecnica, la quale dopo esser stata «scoperta» dal positivismo, e aver influito profondamente su taluni marxisti (Bucharin), ancora oggi ha un peso non irrilevante, e non solo fra i ciechi esaltatori dell’universalità della manipolazione, di questi tempi tanto apprezzata, ma anche fra chi l’avversa muovendo dai dogmi di un’etica astratta. Continua a leggere

Lukács parla. Interviste (1963-1970)


Senza nome

In questo volume sono riunite dieci delle numerosissime interviste che Lukács concesse negli ultimi anni della sua vita. Si va dal dicembre 1963 fino a poche settimane prima della sua morte, nel giugno 1971. Gli argomenti si ripetono, come è naturale che avvenga, in quanto le interviste sono concesse sempre a interlocutori diversi, ma anche quando ci sono queste ripetizioni, il lettore si renderà conto che la seconda o terza volta che Lukács tratta di un argomento lo fa in una forma nuova, più approfonditamente, più dettagliatamente, il che denota il fatto che abbia riflettuto sul tema, lo abbia ridefinito, lo abbia considerato da una prospettiva ogni volta diversa. Sono quasi tutte della stessa dimensione, con un’unica eccezione, la lunga intervista concessa al suo allievo Ferenc Fehér e indirizzata ai soli membri del Comitato Centrale del Partito Operaio Socialista Ungherese. Si tratta, quindi, di un’intervista molto particolare, innanzitutto perché la traduzione italiana è la prima traduzione di questa intervista, poi perché il tono di Lukács è molto polemico verso i suoi futuri lettori: è sicuro di non convincerli, ma vuole dirgli, con la sua consueta chiarezza, cosa pensa della situazione del partito, dell’Ungheria, dell’Urss, del mondo, senza aspettarsi consenso.

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Lukács sulla sua vita e la sua opera


di György Lukács

a cura di Perry Anderson

Intervista del 1969, pubblicata in “New Left Review”, n. 68, July-August 1971, pp. 49-58.

da Lukács parla. Interviste (1963-1971), a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2019.


Anderson – I recenti eventi in Europa hanno posto ancora una volta il problema della relazione del socialismo con la democrazia. Quali sono le fondamentali differenze per Lei tra democrazia borghese e democrazia socialista, rivoluzionaria?

Lukács – La democrazia borghese data dalla Costituzione francese del 1793, che è la sua più alta e radicale espressione. Il suo principio fondamentale è la divisione dell’uomo nel citoyen della vita pubblica e il bourgeois della vita privata – l’uno dotato di diritti politici universali, l’altro espressione di interessi particolari ed economicamente ineguali. La divisione è fondamentale per la democrazia borghese come fenomeno storicamente determinato. Il suo riflesso filosofico si deve trovare in Sade. È interessante che scrittori come Adorno si siano occupati di Sade, a causa del fatto che egli è l’equivalente filosofico della Costituzione del 1793. Continua a leggere

Introduzione


di Antonino Infranca

da Lukács parla. Interviste (1963-1971), a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2019.


In questo volume sono riunite dieci delle numerosissime interviste che il vecchio Lukács concesse negli ultimi anni della sua vita. Si va dal dicembre 1963 fino a poche settimane prima della sua morte, nel giugno 1971.

Gli argomenti si ripetono, come è naturale che avvenga in quanto le interviste sono concesse sempre a interlocutori diversi, ma anche quando avvengono queste ripetizioni, il lettore si renderà conto che la seconda o terza volta che Lukács tratta di un argomento lo fa in una forma nuova, più approfonditamente, più dettagliatamente, il che denota il fatto che abbia riflettuto sul tema, lo abbia ridefinito, lo abbia considerato da una prospettiva ogni volta diversa. Continua a leggere

A proposito di letteratura e marxismo creativo

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di György Lukács

da Lukács parla. Interviste (1963-1971), a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2019.

a cura di A. J. Liehm

Intervista rilasciata al giornalista cecoslovacco A. J. Liehm nel dicembre 1963 e pubblicata nel n. 3 della rivista Literární noviny, Praga, gennaio 1964. Qui ripubblichiamo la traduzione italiana apparsa nel n. 69 de Il contemporaneo, febbraio 1964, Roma. Non ci sono indicazioni del nome del traduttore. Si sono apportate alcune rare correzioni.


Lukács – Ecco, di un libro m’interessa sempre se ciò che in esso è detto, non sarebbe stato possibile raccontarlo nella medesima dimensione, diciamo, del reportage, se vi si pongono questioni oppure si risolvono problemi a un livello realmente artistico e non nelle dimensioni della sociologia. A tal riguardo sono un conservatore ed esigo che per tutto quanto vi è di importante nell’arte, si trovi una forma corrispondente. Questo vale da Omero sino a Kafka. Allo stesso modo, sono contro la forma senza contenuto e senza un problema poeticamente concreto, all’interno e viceversa. Per il resto vi sono altri mezzi e strumenti, per esempio la stampa. Credo che un buon lavoro sociologico sia più importante e, dal punto di vista della conoscenza, più redditizio, forse, dell’Homo Faber di Frisch. Affinché un ingegnere si renda conto della propria alienazione nella società capitalistica, non deve necessariamente avere un rapporto con la propria figlia. Questa è un’aggiunta poeticamente inorganica per il lettore modernista. Il problema della alienazione ci viene rappresentato in modo molto più suggestivo da ogni buon sociologo. Compito dell’artista è scoprire il problema mediante la forma artistica. Continua a leggere

Lukács: ritorno al concreto

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di György Lukács

da Lukács parla. Interviste (1963-1971), a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2019.

Intervista concessa a Naïm Kattan e pubblicata nella “Quinzaine Littéraire”, 1/15 dicembre 1966 con il titolo “Lukács: revenir an concret”. Tradotta e pubblicata in italiano da “L’Espresso”, n. 2, gennaio 1967, p. 11 con il titolo “Lo scrittore a piede libero”, senza indicazione del traduttore.


L’appartamento di Lukács è all’ultimo piano di un edificio che si affaccia sul Danubio. Le pareti sono tappezzate di libri. Guardo a caso: opere complete di Hegel e di Marx. Sulla scrivania, altri libri, riviste in ungherese, in tedesco, in francese. È qui, che da dieci anni, Lukács prosegue nel suo lavoro.

Si sa che fu Ministro della Cultura nel governo di Imre Nagy. Dopo che la rivoluzione ungherese fu schiacciata, Lukács visse alcuni mesi, in un esilio volontario, in Romania. Dal suo ritorno, si è imposto il compito di terminare la sua “summa” filosofica. Un primo volume di più di mille pagine è già stato pubblicato in tedesco. Lukács è in tenuta da lavoro: pantaloni scuri, giacca kaki. Piccolo e magro, dà l’impressione di possedere un mondo. Ci si dimentica che egli ha 82 anni.

«Ho cominciato la mia vera opera a 70 anni», esordisce Lukács. «A volte, si direbbe che esistano delle eccezioni alle leggi biologiche. In questo senso sono un seguace di Epicuro. Ma io pure invecchio. Per molto tempo ho cercato la mia vera strada. Sono stato idealista, poi hegeliano, e in Storia e coscienza di classe ho cercato di essere marxista. Durante lunghi anni sono stato funzionario del Partito Comunista a Mosca; è in questo periodo che ho avuto il tempo di leggere e rileggere molto, da Omero a Gorki. Fino al 1930, però, i miei scritti erano soprattutto delle esperienze intellettuali. È dopo che vennero i primi traguardi e le basi per il lavoro successivo.

Questi scritti possono sembrare oggi superati, ma essi hanno forse fornito ad altri un suggerimento, una spinta. Certo, può sembrare strano che io abbia dovuto toccare il settantesimo anno per mettermi a lavorare intorno alla mia opera. Una vita non è poi infinita. Pensate a Marx, a questo genio colossale. Ebbene egli non è riuscito a dare che un abbozzo del suo metodo. Nella sua opera non ci sono tutte le risposte che vorremmo. In realtà, stava nel suo tempo. Io utilizzo il suo metodo per i miei studi di estetica. Se egli vivesse oggi, sono sicuro che scriverebbe di estetica». Continua a leggere

Intervista sconosciuta del 1968

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di György Lukács

da Lukács parla. Interviste (1963-1971), a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2019.

Traduzione di A. Infranca


Dal 1967 Lukács aveva ripreso la tessera del Posu, il Partito socialista operaio ungherese. György Aczél, l’allora segretario del Comitato Centrale gli chiese di collaborare con i membri dirigenti del partito, sviluppando le sue opinioni sulle questioni politiche e teoriche del momento. Così si preparò la presente intervista, a titolo informativo, fatta pervenire ai membri del Comitato Centrale il 22 luglio 1968.

Lukács e i dirigenti del partito erano arrivati a un comune accordo: in tal modo le questioni trattate e le sue opinioni potevano essere ascoltate, ma non potevano essere rese pubbliche.

La prima parte della presente intervista è dedicata alla personalità politica e teorica di Palmiro Togliatti e, a questo proposito, Lukács si occupa delle questioni teoriche e politiche a lui connesse. Il punto saliente è la prospettiva di una possibile alternativa di sinistra in Europa, analizzando l’articolo di Togliatti su “Capitalismo e riforme di struttura” (Rinascita, 11 luglio 1964), che contiene gli appunti, scritti qualche ora prima della sua morte, sull’unità del movimento operaio internazionale. L’intervista è a cura di Ferenc Fehér. Continua a leggere