Lettera alla rivista Praxis

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di György Lukács

Introduzione e note di Antonino Infranca.

in Lukács chi? a cura di L. La Porta, Bordeaux, Roma 2021.


L’11 aprile 1968 Lukács scrisse alla rivista jugoslava Praxis a seguito della richiesta che i due direttori della rivista, Gajo Petrović e Rudi Supek, gli avevano indirizzato di firmare una lettera di protesta contro le manifestazioni antisemite in Polonia. Ricordo che in quegli anni Lukács era impegnato nella raccolta di firme per una richiesta di libertà nei confronti di Angela Davis, la giovane afro-americana che lottava per i diritti civili degli afro-americani e che era stata rinchiusa nelle carceri statunitensi con l’accusa di terrorismo1. Tre anni dopo interverrà per chiedere la liberazione dal carcere ungherese di due dissidenti maoisti, Dalos e Haraszti2.

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C’era una volta una famiglia

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Albero genealogico di Zoltán Mosóczi, nipote di György Lukács.

di Zoltán Mosóczi

in Lukács chi? a cura di L. La Porta, Bordeaux, Roma 2021. Trad. dall’inglese di Luca Todarello.


Riflessioni sul cinquantesimo anniversario della morte di György Lukács

Molti mi hanno chiesto come faccio a essere nipote di György Lukács se mio padre si chiamava Ferenc Mosóczi e mia madre Anna Jánosi. La risposta è straordinariamente semplice, anche se sono in pochi a conoscerla.

«In quel periodo [siamo attorno al 1918] Gertrud Bortstieber era sposata con l’astronomo Imre Jánossy. La coppia aveva due figli. Jánossy era già gravemente malato e, secondo Maria Lukács [zia Mici, la sorella minore di zio Gyuri], non solo egli sapeva della relazione di sua moglie con Lukács, ma addirittura la sosteneva. Insistette addirittura affinché la terza figlia, Anna, fosse registrata con il cognome Lukács, per semplificare ogni formalità. Dopo la morte di Imre e la caduta della Repubblica sovietica ungherese, György Lukács e Gertrud Bortstieber iniziarono la loro vita insieme a Vienna senza sposarsi, poiché a quel tempo la loro unica fonte di reddito era la pensione da vedova di Gertrud. Per questo motivo Lukács viveva nel loro appartamento figurando come inquilino. Sebbene Lukács riferisca del loro successivo matrimonio, che può essere datato attorno al 1923 [György Lukács, Biografia su nastro], le memorie di famiglia non registrano questo evento»1.

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György Lukács nel ’56

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di Miklós Vásárhelyi e Antonino Infranca

Intervista apparsi in Il Ponte, n. 4-5, luglio-ottobre 1987. Tutte le note sono di Antonino Infranca, ora in  Lukács chi? a cura di L. La Porta, Bordeaux, Roma 2021.


Miklós Vásárhelyi è stato un conoscente stretto di György Lukács, e anche amico, durante un periodo molto travagliato della vita del filosofo ungherese. Gli fu molto vicino soprattutto durante i tragici giorni dell’ottobre-novembre 1956 e la successiva deportazione in Romania. In questa rievocazione, sotto forma di intervista, Miklós Vásárhelyi ricorda quei giorni, e anche l’intero periodo di amicizia con Lukács. Li ha accomunati la stessa fede nel socialismo, anche se questa fede fu interpretata in modi e forme diverse, perché diverse erano le esperienze dei due. Il vecchio filosofo, formatosi alla dura scuola della lotta clandestina e dell’esistenza nella Mosca degli anni Trenta, vedeva le cose sotto una luce parzialmente diversa. Il colloquio con Vásárhelyi, condotto da questi in un italiano pressoché perfetto, può aiutare a comprendere la partecipazione di Lukács a quegli avvenimenti. Non è soltanto un quadro storico, finora inesistente nella letteratura lukacsiana, ma anche un ritratto morale, di cui la naturale parzialità della testimonianza non sminuisce, al contrario, accresce e ravviva le tinte. Quello che si ha di fronte non è più il freddo e analitico intellettuale, dedito alla politica, ma piuttosto una persona viva e umana, che non solo nella lotta politica, ma anche nella vita quotidiana, continuò a farsi guidare da princìpi etici saldissimi, ispirati alla propria fede ideologica. Si tratta di un uomo che ha saputo vivere il proprio pensiero.

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Lettera a Einaudi [Palmiro Togliatti su Lukács]

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di Palmiro Togliatti

[da P. Togliatti, La guerra di posizione in Italia. Epistolario 1944-1964, G. Fiocco e M.L. Righi (a cura di), prefazione di G. Vacca, Torino, Einaudi 2014, pp. 293-294. Ora in Lukács chi? a cura di L. La Porta, Bordeaux, Roma 2021.

Già nel 1947 (come indicato nella nota 1), precisamente il 9 ottobre, Lukács aveva inviato una lettera al Segretario del Pci affinché facesse dei passi presso Einaudi per la pubblicazione di una sua opera in italiano.]


Roma, 29 luglio 1960

Sig. Giulio Einaudi

Torino

Caro Giulio,

ti ringrazio del biglietto1. I libri erano giunti e li ho ritrovati2. Quello che non mi devi far mancare è il Giovane Hegel, lo scritto più interessante, secondo me, del Lukács. Ho già fatto il necessario per il tuo viaggio in Unione Sovietica. Buone vacanze.

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Nel corso di una tavola rotonda – Franco Fortini

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di Franco Fortini

Aa.Vv., Filosofia e prassi. Attualità e rilettura critica di György Lukács e Ernst Bloch, a cura di R. Musillami, Diffusioni ’84, Milano 1989 [ora in Lukács chi? a cura di L. La Porta, Bordeaux, Roma 2021].


Non vorrei correre il rischio che hanno corso i miei due amici1: di parlare di tutto (Lukács) e in una certa misura di nulla. Di nulla, perché hanno fatto riferimento alla relazione di Preve che io non conosco. E poi c’è un’altra ragione, strettamente personale, alla quale bisogna accennare e cioè il fatto che sono quarant’anni che indirettamente discuto con Lukács tramite Cases. Quando Cases nelle pagine molto divertenti, molto belle d’introduzione alla sua raccolta degli scritti lukacsiani, dice che gli rimarrà sulle spalle in eterno la fama di essere stato l’introduttore di Lukács in Italia – cosa che egli nega – devo dire che perlomeno per me questo è vero. Negli stessi anni, negli stessi mesi in cui Cases frequentava Lucien Goldman a Zurigo, in quella stessa Zurigo, dove ho conosciuto Cases, mi aggiravo senza avere la possibilità, che Cases invece aveva, di leggere opere preziose come Storia e coscienza di classe perché non leggevo il tedesco; ma è per tramite suo e tramite l’amico Renato Solmi che siamo venuti a contatto con quel magico libretto. Non so donde provenisse quella copia, so che Solmi e Cases la usavano come se fosse un libro sacro; insomma era impressionante il tipo di partecipazione e di magia che emanava questa copia di Storia e coscienza di classe che qualche anno più tardi girava per Milano.

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Nel corso di una tavola rotonda – Cesare Cases

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di Cesare Cases

in Aa.Vv., Filosofia e prassi. Attualità e rilettura critica di György Lukács e Ernst Bloch, a cura di R. Musillami, Diffusioni ’84, Milano 1989 [ora in Lukács chi? a cura di L. La Porta, Bordeaux, Roma 2021].


Mi associo a quello che ha detto Luperini. Mi sembra che abbia fatto una buona disamina di quello che è stato il ruolo di Lukács in Italia, distinguendo correttamente certi periodi, facendo anche vedere quali erano le fonti e le ragioni dell’opposizione di buona parte del gruppo dirigente del Partito comunista italiano e dell’intellighenzia italiana a Lukács.

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[Gramsci su Lukács]

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di Antonio Gramsci

in Quaderni del Carcere, a cura di V. Gerratana Einaudi, Torino 1975 [ora in Lukács chi? a cura di L. La Porta, Bordeaux, Roma 2021].


Q 4, 43. L’«obbiettività del reale» e il Prof. Lukacz È da studiare la posizione del prof. Lukacz verso il materialismo storico. Il Lukacz (conosco le sue teorie molto vagamente) credo affermi che si può parlare di dialettica solo per la storia degli uomini e non per la natura. Può aver torto e può aver ragione. Se la sua affermazione presuppone un dualismo tra l’uomo e la natura egli ha torto perché cade in una concezione della natura propria della religione e anche propria dell’idealismo, che realmente non riesce a unificare e mettere in rapporto l’uomo e la natura altro che verbalmente. Ma se la storia umana è anche storia della natura, attraverso la storia della scienza, come la dialettica può essere staccata dalla natura? Penso che il Lukacz, scontento delle teorie del Saggio popolare, sia caduto nell’errore opposto: ogni conversione e identificazione del materialismo storico nel materialismo volgare non può che determinare l’errore opposto, la conversione del materialismo storico nell’idealismo o addirittura nella religione.

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Prima di morire. Appunti e note di lettura

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di Ernesto Che Guevara

da E. Che Guevara, Prima di morire. Appunti e note di lettura, Feltrinelli, Milano 1998, pp. 56-57 [ora in Lukács chi? a cura di L. La Porta, Bordeaux, Roma 2021].


È un libro [Il giovane Hegel]1 di notevole profondità che analizza in maniera esaustiva la filosofia hegeliana giovanile e tenta di spiegarla. Contribuisce a introdurci nella complessa filosofia hegeliana, spiegandone anche il vocabolario insieme alla metodologia. Presenta analisi in grado di fornire molti spunti, tra cui l’affermazione che la dialettica hegeliana non è solo l’opposto di quella materialista, ma ha le sue leggi, i suoi meccanismi, sprofondando in mistificazioni che la trasformano in una palude inestricabile. Ciò che non risulta sufficientemente dimostrato, a mio parere, è che Hegel rappresenti il prodotto delle contraddizioni capitaliste. È un punto da prendere o lasciare senza ulteriori discussioni.

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Lukács, György

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di Carlos Nelson Coutinho

in G. Liguori, P. Voza (a cura di), Dizionario gramsciano. 1926-1937, Carocci, Roma 2009 [ora in Lukács chi? a cura di L. La Porta, Bordeaux, Roma 2021].


Gramsci parla di Lukács (che scrive «Lukacz») solo una volta nei Quaderni. Lo fa in un Testo A (Q 4, 43, 468) ripreso, senza modifiche essenziali nella parte che riguarda Lukács, nel rispettivo Testo C (Q11, 34, 1449). Gramsci si riferisce al famoso libro Storia e coscienza di classe, pubblicato nel 1923 e duramente condannato dall’ortodossia sia della Seconda che della Terza Internazionale. È quasi certo che Gramsci non conoscesse direttamente il libro. In effetti, nel menzionato Testo A, dice esplicitamente che conosce «le sue teorie molto vagamente» e in ambedue le stesure esprime i suoi commenti in un modo cautamente dubitativo: Lukács «può aver torto e può aver ragione». Gramsci probabilmente conosceva il libro solo attraverso la dura condanna che esso aveva subito da parte della Terza Internazionale, come sembra confermato dal fatto che si riferisce al «Prof. Lukacz», esattamente il modo ironico con il quale quest’ultimo veniva nominato dai suoi accusatori (Q 4, 43, 469). La menzione di Lukács è fatta nel contesto di una discussione sulla nozione di “oggettività” e in polemica con il Saggio popolare di Bucharin. Gramsci afferma nel menzionato Testo C: «Pare che il Lukacz affermi che si può parlare di dialettica solo per la storia degli uomini e non per la natura. Può aver torto e può aver ragione. Se la sua affermazione presuppone un dualismo tra la natura e l’uomo egli ha torto. Ma se la storia umana deve concepirsi anche come storia della natura (anche attraverso la storia della scienza) come la dialettica può essere staccata dalla natura? Forse il Lukacz, per reazione alle teorie barocche del Saggio popolare, è caduto nell’errore opposto, in una forma di idealismo» (Q11,34, 1449). Quando ammette dunque che Lukács da un certo punto di vista possa aver ragione, Gramsci lo fa per prendere le distanze dalle posizioni di Bucharin.

István Mészáros racconta Lukács

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di István Mészáros

Questa intervista è stata pubblicata nel 1983 nella rivista brasiliana Ensaio; è stata ripubblicata nella rivista on-line Verinotio, n. 10, a. V, ottobre 2009. Traduzione dal portoghese e note di Antonino Infranca.


A diciotto anni entrai all’università. In quell’epoca la vita divenne più facile: non dovevo lavorare, mentre studiavo. Potevo così dedicarmi interamente agli studi. Allora conobbi Lukács in circostanze molto interessanti. Egli era stato attaccato da Révai1 e da altri elementi del Partito.

In che anno?

Nel 1949, io avevo diciotto anni e mezzo.

Lukács fu attaccato per il suo libro “La responsabilità degli intellettuali”?2

Sì, sulla democrazia popolare e altre cose di questo tipo. Due o tre mesi dopo che ero entrato all’università, tentarono di espellermi a causa del mio legame con Lukács. Tuttavia ciò non accadde, studiai con lui e due anni dopo divenni suo assistente. Lavorammo sempre in mutua collaborazione e divenimmo grandi amici, anche con sua moglie, Gertrud, che era una persona meravigliosa.

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