di György Lukács

da La distruzione della ragione [1954].


In generale si può dire che il destino, la tragedia del popolo tedesco consiste nel ritardo con cui esso è giunto allo sviluppo borghese moderno. Ma questa affermazione è troppo generica e ha bisogno di essere concretata storicamente. I processi storici infatti sono straordinariamente complicati e pieni di contraddizioni e non si può dire che l’anticipo o il ritardo di per sé presi siano l’uno più vantaggioso dell’altro. Si dia solo uno sguardo alle rivoluzioni democratico-borghesi: da un lato il popolo inglese e francese hanno acquistato un grande vantaggio sul popolo tedesco, avendo combattuto le loro rivoluzioni democratico-borghesi già nel secolo XVII e alla fine del XVIII; ma d’altro lato il popolo russo, proprio in conseguenza del suo ritardato sviluppo capitalistico, ha potuto convertire la sua rivoluzione democratico-borghese in rivoluzione proletaria, risparmiandosi così sofferenze e conflitti che oggi sussistono ancora per il popolo tedesco. Si deve dunque di necessità considerare sempre il concreto e alterno gioco delle tendenze storico-sociali; con questa riserva si troverà tuttavia che per la storia moderna della Germania, quale è stata fino ad oggi, l’elemento decisivo risiede nel ritardato sviluppo del capitalismo, con tutte le sue conseguenze sociali, politiche e ideologiche.

I grandi popoli europei si sono costituiti in nazioni all’inizio dell’età moderna. Hanno formato un’unità nazionale di territorio in luogo dello sminuzzamento feudale; è sorta in essi un’economia nazionale tale da comprendere e unificare l’intera popolazione, una cultura che, nonostante la divisione delle classi, ebbe carattere nazionale e unitario. Nello sviluppo della classe borghese, nella sua lotta contro il feudalesimo, sorse ovunque come fase transitoria la monarchia assoluta che fu l’organo onde fu compiuta questa unificazione.

La Germania, proprio in questo periodo di transizione, prese un altro ed opposto cammino. Ciò non significa affatto che essa si sia potuta sottrarre a tutte le necessità di sviluppo del generale progresso capitalistico dell’Europa, che abbia avuto un processo di formazione nazionale tutto particolare, come affermarono gli storici reazionari e dietro di loro gli storici fascisti. Secondo una significativa espressione del giovane Marx, la Germania ha condiviso «le doglie di questo sviluppo, senza condividerne i piaceri e il parziale soddisfacimento». E a questa constatazione aggiunge la profetica affermazione: «La Germania si troverà quindi un giorno al livello della decadenza europea senza essersi mai trovata al livello dell’emancipazione europea».

Certamente, alla fine del Medioevo e al principio dell’età moderna, si ebbe in Germania un forte progresso minerario, industriale, commerciale, tuttavia molto più lento che in Inghilterra, in Francia e in Olanda. Engels osserva a questo proposito che un elemento molto sfavorevole per lo sviluppo della Germania fu costituito in quel tempo dal fatto che i diversi territori erano meno fortemente legati da interessi economici che non le regioni dei grandi paesi di civiltà occidentale. Per esempio, gli interessi commerciali della Hansa nel mare del Nord e nel Baltico non avevano quasi nessun rapporto con gli interessi delle città commerciali del Sud e del centro della Germania. In tali circostanze, lo spostamento delle vie commerciali che si verificò in seguito alla scoperta dell’America e della via delle Indie, distruggendo il traffico attraverso la Germania, non poté non avere conseguenze particolarmente catastrofiche. Proprio nell’epoca in cui l’Europa occidentale, quantunque le lotte di classe vi fossero combattute sotto forma di lotte religiose, si avviava decisamente verso il capitalismo, verso la fondazione economica e lo sviluppo ideologico della società borghese, in Germania si mantengono tutti i lati miserabili delle forme di transizione dal Medioevo all’età moderna. Anzi, questa situazione miserabile e stagnante che la nascente reazione vi determina, è ancora aggravata dagli elementi che in Germania derivano dal contenuto sociale di questa transizione: dalla trasformazione dei maggiori domini feudali in stati assolutistici (assolutismo in formato ridotto, senza il suo aspetto progressivo: cioè l’aiuto dato al nascere e al rafforzarsi della borghesia), dalle forme aggravate di sfruttamento dei contadini, che creano bensì anche in Germania un ceto di vagabondi, un vasto strato di déracinés, come nell’accumulazione primitiva dell’Occidente, ma da cui tuttavia – in assenza di ogni manifattura – non può formarsi una plebe pre-proletaria; questi elementi socialmente déracinés rimangono proletari pezzenti, materiale umano destinato a produrre mercenari o banditi.

Tutti questi motivi fanno sì che le grandi lotte di classe in Germania all’inizio del secolo XVI abbiano un carattere affatto diverso, e soprattutto conseguenze affatto diverse che in Occidente. Dal punto di vista ideologico questo significa che in Germania il movimento umanistico contribuisce molto meno che in Occidente alla nascita di una coscienza nazionale; anche per lo sviluppo della lingua letteraria nazionale il suo influsso è molto minore. In generale, è caratteristico della situazione della Germania in quel tempo il fatto che la corrente ideologico-religiosa propria della transizione dal Medioevo all’età moderna raggiunga proprio in questo paese la più forte prevalenza rispetto all’umanesimo laico, e – ciò che è straordinariamente importante – nella sua forma socialmente più retriva. Infatti, non solo per i marxisti, ma anche per la sociologia borghese, a cominciare da Max Weber e da Troeltsch, è quasi un luogo comune che la nascita della Riforma è strettamente legata al capitalismo. La forma calvinista che essa ebbe in Occidente diventò il vessillo delle prime grandi rivoluzioni borghesi in Olanda e in Inghilterra, diventò l’ideologia dominante del primo periodo dello sviluppo capitalistico, mentre in Germania il luteranesimo, divenuto l’elemento decisivo, trasformò in senso religioso la sottomissione al piccolo stato assoluto e diede una base spirituale, un sostegno morale all’arretratezza economica, sociale e culturale della Germania.

Questo sviluppo ideologico è naturalmente soltanto il riflesso spirituale di quelle lotte di classe che hanno deciso per secoli l’esistenza e la direzione di sviluppo della Germania: e cioè quelle che raggiunsero il loro punto culminante nella guerra dei contadini del 1525. L’importanza che questa rivoluzione, e soprattutto la sua sconfitta, ebbero per il destino della Germania, illumina da un altro lato quella situazione economica di cui abbiamo parlato. Tutte le grandi rivolte contadine della fine del Medioevo sono movimenti che presentano un duplice aspetto: da un lato sono combattimenti difensivi, azioni di retroguardia del ceto contadino ancora feudale che vorrebbe riconquistare le posizioni dell’«età aurea» di transizione, irreparabilmente perdute sul piano economico in seguito allo scatenamento delle forze produttive del capitalismo; dall’altro lato sono più o meno immaturi scontri d’avanguardia delle future rivoluzioni democratico-borghesi. La particolare situazione della Germania, che è già stata descritta, ha come conseguenza, da un lato, che i due aspetti delle rivolte contadine spiccano, nella guerra tedesca dei contadini, più nettamente che altrove (si pensi, per mettere in evidenza le componenti progressive, al programma di riforma dell’impero di Wendel Hippler, al movimento plebeo diretto da Thomas Münzer), e, dall’altro, che la sconfitta ebbe conseguenze irreparabili e catastrofiche. La rivoluzione dei contadini voleva attuare ciò di cui l’impero era incapace: l’unificazione della Germania, l’eliminazione delle tendenze centrifughe feudali-assolutistiche che si rafforzavano sempre più. La sconfitta dei contadini doveva rafforzare proprio queste forze. Al posto del semplice sminuzzamento feudale subentrò un feudalesimo trasformato in senso moderno: i piccoli principi, in quanto vincitori e profittatori delle lotte di classe, perpetuarono la divisione della Germania. In tal modo la Germania, in seguito alla sconfitta della prima grande ondata rivoluzionaria (Riforma e guerra dei contadini), come, per altri motivi, l’Italia, diventò un impotente complesso di piccoli stati formalmente indipendenti, e quindi oggetto della politica dell’allora nascente mondo capitalistico, cioè delle grandi monarchie assolute. I potenti stati nazionali (Spagna, Francia, Inghilterra), la casa di Absburgo in Austria, grandi potenze che si affermano temporaneamente come la Svezia, e, a partire dal secolo XVIII, anche la Russia degli zar, decidono il destino del popolo tedesco. E poiché la Germania, come oggetto della politica di questi paesi, è al tempo stesso per essi un utile oggetto di sfruttamento, essi hanno cura di perpetuarne lo stato di divisione.

La Germania, diventata campo di battaglia e vittima dei contrastanti interessi delle grandi potenze europee, è rovinata non solo dal punto di vista politico, ma anche dal punto di vista economico e culturale. Questa generale decadenza si manifesta non solo nel generale impoverimento, nella devastazione del paese, nel regresso della produzione tanto agricola che industriale, nella involuzione delle città una volta fiorenti ecc., ma anche nella fisionomia culturale di tutto il popolo tedesco. Questo non prese parte alla grande fioritura economica e culturale dei secoli XVI e XVII; le sue masse, compreso il nascente ceto intellettuale borghese, rimasero molto arretrate rispetto allo sviluppo dei grandi paesi civili. Ciò è dovuto anzitutto a cause materiali. Queste determinano però anche certe caratteristiche ideologiche di tale sviluppo della Germania. In primo luogo la straordinaria meschinità, la ristrettezza di vedute, la mancanza di orizzonti nella vita dei piccoli principati tedeschi a paragone dell’Inghilterra o della Francia. In secondo luogo, e in stretto rapporto con questa situazione, la dipendenza molto più grande e molto più evidente dei sudditi dal monarca e dall’apparato burocratico di questo, il campo obbiettivamente molto più ristretto per una opposizione ideologica o anche soltanto per un atteggiamento critico, rispetto ai paesi occidentali. Si aggiunga il fatto che il luteranesimo (e più tardi il pietismo ecc.) restringe questo campo anche soggettivamente, converte la sudditanza esteriore in interiore sottomissione, facendo sorgere quella psicologia del suddito che Friedrich Engels chiamò «da servitori» (bedientenhaft). Si ha qui,

naturalmente, un rapporto d’interazione reciproca, ma tale da restringere obbiettivamente come soggettivamente questo campo. Perciò i Tedeschi non poterono neppure prender parte ai movimenti borghesi-rivoluzionari che volevano sostituire la forma di governo della monarchia assoluta, non ancora raggiunta per una Germania unitaria, con una forma di Stato superiore e meglio adatta al più progredito sviluppo del capitalismo. I piccoli stati, la cui esistenza è stata artificiosamente conservata dalle grandi potenze fra loro rivali, possono sussistere solo come mercenari di queste grandi potenze, e possono mantenersi, per imitare esteriormente i loro grandi modelli, solo con lo sfruttamento più brutale e più retrivo del popolo lavoratore.

È naturale che in un paese simile non sorga una borghesia ricca, indipendente e potente, e neppure, parallelamente allo sviluppo di essa, un’intellettualità progressiva e rivoluzionaria. Borghesia e piccola borghesia sono economicamente molto più dipendenti dalle corti di quanto non avvenga nell’Europa occidentale, e si determina perciò in esse un servilismo, una piccolezza, una meschinità e miseria che difficilmente si possono trovare altrove nell’Europa di quel tempo. Col ristagno dello sviluppo economico, in Germania non si formano affatto, o solo in misura trascurabile, quegli strati popolari che sono al di fuori della gerarchia feudale e formano la principale forza progressiva nelle rivoluzioni dell’inizio dell’età moderna. Ancora nella guerra dei contadini, sotto la guida di Thomas Münzer, essi sostennero una parte decisiva; ora essi formano, per quel tanto che esistono, un ceto servile e venale, che decade a sottoproletariato. La rivoluzione borghese della Germania al principio del secolo XVI creò, a dire il vero, la base ideologica per la cultura nazionale con l’unità della lingua letteraria moderna; ma anche questa subisce un’involuzione, si irrigidisce e imbarbarisce nel periodo di questo estremo avvilimento nazionale.

Solo nel secolo XVIII, specialmente nella seconda metà, comincia una ripresa economica della Germania. E ciò avviene parallelamente al rafforzamento economico e culturale della classe borghese. La borghesia non è però, ancora per molto tempo, abbastanza forte per eliminare gli ostacoli che si oppongono all’unità nazionale, e anche solo per porre seriamente tale questione sul terreno politico. Ma lo stato di arretratezza comincia ad essere universalmente sentito, il sentimento nazionale comincia a destarsi, il desiderio di unità nazionale cresce continuamente, certo però senza che su questa base abbiano potuto sorgere gruppi politici con programmi determinati, anche soltanto come fenomeno locale. Tuttavia, nei piccoli stati feudali-assolutistici, sopravviene sempre più forte la necessità economica dell’imborghesimento. Si comincia a manifestare quel compromesso di classi fra nobiltà e piccola borghesia, che assicura una funzione di guida alla nobiltà e in cui Engels, ancora dopo il 1840, riconosceva la caratteristica sociale dello status quo in Germania. La sua forma è la burocratizzazione, che anche qui, come in tutti gli altri paesi d’Europa, è una forma di trapasso della liquidazione del feudalesimo, della lotta condotta dalla borghesia per impadronirsi del potere statale. Anche questo processo, nella Germania divisa in staterelli per lo più impotenti, si compie in forme molto misere, e il compromesso fra la nobiltà e la piccola borghesia consiste essenzialmente in questo, che quella occupa i posti più alti e questa i posti più bassi dell’amministrazione. Ma nonostante queste forme meschine e arretrate di vita sociale e politica, la borghesia tedesca comincia a prepararsi, almeno dal punto di vista ideologico, alla lotta per il potere. Dopo essere rimasta isolata dalle correnti progressive dell’Occidente, viene ora a contatto con l’illuminismo inglese e francese, lo accoglie e in parte perfino lo svolge in modo indipendente.

In tale situazione la Germania attraversa il periodo della Rivoluzione francese e di Napoleone. I grandi eventi di questo periodo, in cui, sotto l’aspetto politico, il popolo tedesco era ancor sempre l’oggetto delle mire dei gruppi di potenze in lotta, del nascente mondo moderno-borghese in Francia e delle potenze assolutistico-feudali dell’Europa centro-orientale alleate contro di esso e appoggiate dall’Inghilterra, accelerarono straordinariamente lo sviluppo e la consapevolezza della classe borghese e accesero più che mai il desiderio di unità nazionale. Al tempo stesso le gravi conseguenze politiche dell’interna divisione si manifestano in modo ancora più evidente di prima. Obbiettivamente, in Germania non c’è ancora una politica nazionale unitaria. Una gran parte della più avanzata intellettualità borghese della Germania saluta con entusiasmo la Rivoluzione francese (Kant, Herder, Bürger, Hegel, Hölderlin ecc.). Testimonianze contemporanee, per esempio le note di viaggio di Goethe, mostrano che questo entusiasmo non era affatto limitato agli esponenti universalmente noti della borghesia, ma aveva le sue radici anche in più larghi strati di questa classe. Tuttavia la diffusione del movimento rivoluzionario democratico era impossibile anche nelle più progredite regioni occidentali della Germania. È vero che Magonza si unì alla repubblica francese, ma rimase del tutto isolata, e la sua caduta per opera dell’esercito austro-prussiano non ebbe alcuna eco nel resto della Germania; il capo della sollevazione di Magonza, il noto studioso e umanista Georg Forster, morì esule a Parigi dimenticato e misconosciuto.

Questa lacerazione si ripete in maggior misura nel periodo napoleonico. Napoleone riuscì a trovare nella Germania occidentale e meridionale, e in parte anche nella Germania centrale (Sassonia), fautori e alleati. Egli comprese che questa alleanza, la Confederazione del Reno, poteva essere resa in qualche modo vitale solo se negli stati aderenti fosse stata almeno avviata la liquidazione del feudalesimo. Ciò accadde in larga misura nella Renania e su scala molto più modesta negli altri stati confederati. Perfino uno storico reazionario e sciovinista come Treitschke si vede costretto a constatare a proposito della Renania:

L’antico ordine fu completamente distrutto, la possibilità di una restaurazione perduta; presto svanì perfino il ricordo dei tempi dei piccoli stati. La storia che realmente vive nel cuore della generazione renana che sta crescendo cominciò solo con l’arrivo dei Francesi.

Ma poiché la potenza napoleonica non bastò a portare l’intera Germania a una siffatta situazione di dipendenza dall’impero francese, la lacerazione nazionale si trovò ad essere ulteriormente accresciuta e approfondita. La dominazione napoleonica era sentita da larghi strati della popolazione come oppressiva dominazione straniera, contro la quale, specialmente in Prussia, sorse fra il popolo un movimento nazionale che raggiunse il punto culminante nelle cosiddette guerre di liberazione.

A questa lacerazione politica della Germania corrisponde la lacerazione ideologica. I più ascoltati e progressivi ideologi del tempo, in primo luogo Goethe e Hegel, ebbero simpatie per una unificazione napoleonica della Germania e per una liquidazione dei residui feudali ad opera della Francia. Alla problematica interna di questa concezione corrisponde il fatto che in questi pensatori il concetto di nazione si scolorì fino a diventare un puro concetto culturale, come si vede nel modo più chiaro nella Fenomenologia dello Spirito.

Altrettanto piena di contraddizioni era però l’ideologia dei capi politici e militari delle guerre di liberazione, che desideravano la liberazione della Germania dal giogo francese e la nascita della nazione tedesca mediante la riscossa della Prussia in alleanza con l’Austria e con la Russia. Uomini come Stein, Scharnhorst, Gneisenau volevano introdurre i risultati sociali e militari della Rivoluzione francese, poiché vedevano con chiarezza che solo un esercito organizzato su tali basi poteva affrontare la lotta con Napoleone. Ma non solo essi volevano ottenere questi risultati senza rivoluzione, ma volevano anche adattare la Prussia (anche se la Prussia da loro riformata), mediante un continuo compromesso, ai residui feudali e alle classi che dal punto di vista economico e ideologico rappresentavano questi residui. Questo adattamento alle condizioni di arretratezza della Germania di allora, imposto dalla necessità e al tempo stesso travisato dal punto di vista ideologico, ha come conseguenza, da un lato, che l’aspirazione a liberare la nazione e ad unificarla degenera spesso in loro in un angusto sciovinismo, in un cieco e gretto odio antifrancese, e che, d’altro lato, non determina il sorgere di una vera ideologia di libertà neppure nelle masse messe in movimento. E questo perché sono costretti ad allearsi con quegli ambienti del romanticismo reazionario che intendevano la lotta contro Napoleone come lotta per la restaurazione completa dello stato di cose anteriore alla Rivoluzione francese. Tali contraddizioni si manifestano naturalmente anche nel rappresentante filosofico di questa tendenza, nell’ultimo Fichte, benché egli sia politicamente e socialmente molto più radicale di molti capi militari e politici del movimento nazionale.

Nonostante questa profonda frattura nella direzione intellettuale e politica del popolo tedesco, nonostante la vasta confusione ideologica in rapporto agli scopi e ai metodi della lotta per l’unità nazionale, in questo periodo, per la prima volta dopo la guerra dei contadini, l’unità nazionale diventa oggetto delle richieste di un grande movimento di massa che abbraccia importanti strati della nazione tedesca. In tal modo, come Lenin per primo ha formulato chiaramente, la questione dell’unità nazionale diventava la questione centrale della rivoluzione borghese in Germania.

Se si considera la storia tedesca del secolo XIX, ci si può convincere ad ogni passo della verità e dell’esattezza di questa osservazione di Lenin. Effettivamente la lotta per l’unità nazionale domina tutto lo sviluppo politico e ideologico della Germania nel secolo XIX. E la forma particolare in cui questo problema trovò infine soluzione, dà la sua particolare impronta a tutta la vita spirituale della Germania dalla seconda metà del secolo XIX fino ad oggi.

In questo consiste la caratteristica principale dello sviluppo della Germania; ed è facile vedere come questo asse intorno al quale tutto gira non è nient’altro che una conseguenza del ritardato sviluppo capitalistico di questo paese. Gli altri grandi popoli dell’Occidente, particolarmente l’Inghilterra e la Francia, hanno raggiunto la loro unità nazionale già sotto la monarchia assoluta, vale a dire, l’unità nazionale fu in esse uno dei primi risultati della lotta di classe fra borghesia e feudalesimo. In Germania, invece, la rivoluzione borghese deve ancora conquistare quest’unità, deve ancora porne le fondamenta. (Soltanto l’Italia ha avuto uno sviluppo simile; le conseguenze spirituali mostrano, pur nella diversità della storia dei due popoli, una certa affinità, che ha agito manifestamente proprio nei tempi più recenti). Circostanze storiche particolari, che non possiamo qui approfondire, fecero sì che anche in Russia l’unità nazionale venisse realizzata già sotto la monarchia assoluta; lo sviluppo del movimento rivoluzionario in Russia e delle rivoluzioni russe mostra anche tutte le importanti conseguenze, fondamentalmente diverse rispetto a quanto avvenne in Germania, che risultano da questo stato di cose.

Pertanto, nei paesi in cui l’unità nazionale è già il prodotto delle precedenti lotte di classe sotto la monarchia assoluta, il compito della rivoluzione borghese-democratica consiste solo nel condurre a compimento quest’opera, nel ripulire più o meno completamente lo Stato nazionale dai residui feudali e assolutistico-burocratici ancora esistenti, di renderlo adatto ai fini della società borghese. Ciò avviene in Inghilterra mediante una graduale trasformazione delle antiche istituzioni nazionali, in Francia mediante un cambiamento rivoluzionario del carattere burocratico-feudale dell’apparato statale: processi in cui, naturalmente, si verificano, in periodi di reazione, forti contraccolpi, senza tuttavia che l’unità nazionale venga turbata o compromessa. Su questa base preparata da secolari lotte di classe, le rivoluzioni democratico-borghesi si avvantaggiano della possibilità di collegare, in modo fecondo ed organico, il compimento dell’unità nazionale, il suo adattamento alle necessità della moderna società borghese, alla lotta rivoluzionaria contro le istituzioni economiche e sociali del feudalesimo (la questione dei contadini come centro della rivoluzione borghese in Francia e in Russia).

È facile vedere che il problema centrale della rivoluzione democratico-borghese, configurandosi diversamente per la Germania, crea tutta una serie di circostanze sfavorevoli. La rivoluzione avrebbe dovuto distruggere di colpo istituzioni, per scalzare e minare le quali erano occorse, per esempio, in Francia secoli di lotte di classe; avrebbe dovuto creare di colpo quelle istituzioni e quegli organi nazionali accentrati che in Inghilterra o in Russia furono il prodotto di uno sviluppo secolare.

Ma in tal modo non solo la questione obbiettiva è diventata più difficile da risolvere; la problematica centrale della rivoluzione ha anche conseguenze sfavorevoli per la posizione delle diverse classi di fronte a tale questione e crea circostanze che ostacolano la completa attuazione della rivoluzione democratico-borghese. Metteremo in evidenza soltanto alcuni degli elementi più importanti. Anzitutto scompare, sotto molti aspetti, l’aspra opposizione fra i residui feudali (la monarchia e il suo apparato, come pure la nobiltà) e la borghesia, giacché quanto più forte è lo sviluppo del capitalismo, tanto più sorge, anche per le classi interessate alla conservazione dei residui feudali, il bisogno di realizzare, sia pure a loro modo, l’unità nazionale. Si pensi anzitutto alla parte della Prussia nella creazione di questa unità. Obbiettivamente l’esistenza separata della Prussia è sempre stato l’ostacolo maggiore al raggiungimento della vera unità nazionale, e tuttavia questa unità fu ottenuta mediante le baionette prussiane. Dalle guerre di liberazione fino alla creazione dell’impero germanico, una questione che continuò a confondere e a sviare i rivoluzionari borghesi fu quella se l’unità nazionale si dovesse attuare con l’aiuto della potenza militare prussiana o mediante la sua distruzione. Non c’è dubbio che la seconda strada sarebbe stata la sola propizia per lo sviluppo democratico della Germania. Ma per la parte dirigente della borghesia tedesca, particolarmente per la borghesia prussiana, si offrì una comoda via per giungere a un compromesso fra le classi, per sfuggire alle estreme conseguenze plebee della rivoluzione democratico-borghese e per ottenere al tempo stesso i suoi scopi economici senza rivoluzione, sia pure con la rinuncia all’egemonia politica nel nuovo Stato.

Ma la stessa infausta situazione si manifesta anche all’interno del campo borghese. L’unità nazionale come questione centrale della rivoluzione rende più facile e meno precaria di quanto non fosse nella Francia del secolo XVIII e nella Russia del secolo XIX l’egemonia dell’alta borghesia ovunque incline ai compromessi di classe. La mobilitazione della piccola borghesia e del proletariato contro i compromessi dell’alta borghesia è molto più difficile in Germania. E questo già per il fatto che l’unità nazionale, come questione centrale della rivoluzione borghese, presuppone nelle masse plebee una vigilanza e una consapevolezza molto più sviluppate che non, per esempio, la questione contadina, in cui i contrasti economici delle diverse classi si manifestano in modo incomparabilmente più evidente, e sono quindi anche più immediatamente comprensibili agli occhi delle masse plebee. L’unità nazionale come problema centrale, con la sua natura in apparenza puramente politica, eclissa sovente gli immediati e immediatamente comprensibili problemi economici che si nascondono dietro le sue diverse soluzioni possibili. Il degenerare del patriottismo rivoluzionario in sciovinismo controrivoluzionario è qui più evidente che in altri rivolgimenti democratico-borghesi, tanto più in quanto le tendenze dell’alta borghesia al compromesso e il bonapartismo bismarckiano, sorto dopo il 1848, guidano coscientemente in questa direzione. Riconoscere chiaramente tali manovre è molto più difficile – per le masse – prima del raggiungimento dell’unità nazionale, che in quegli stati in cui l’unità è diventata già da secoli una cosa ovvia. Questa tendenza a nascondere le cose acquista forma obbiettiva in ciò che la lotta per l’unità nazionale – finché i singoli stati che formano la Germania non sono assorbiti nell’unità, ciò che naturalmente è la conclusione e non l’inizio del processo – assume il carattere di un problema di politica estera: politica estera dei singoli stati nei loro rapporti fra loro e politica estera nei rapporti con le grandi potenze che, in seguito allo sviluppo della storia tedesca, quale si era avuto fino allora, si ritenevano autorizzate a intervenire negli affari interni della Germania. È chiaro che in questa situazione si offrono pretesti in apparenza plausibili per mantenere le masse, e talvolta anche masse orientate in senso democratico-rivoluzionario, lontane da queste decisioni «di politica estera», e per spingerle ad un cieco sciovinismo (spirito antifrancese del 1870).

Questa situazione presuppone inoltre una conoscenza molto più profonda delle complicate relazioni di politica estera che non le altre questioni centrali delle rivoluzioni borghesi. Naturalmente, per ogni rivoluzione democratica, sussiste un nesso fra politica interna e politica estera. Ma alle masse popolari della Rivoluzione francese, per esempio, riconoscere che gli intrighi della corte e le potenze feudali assolutistiche straniere mettevano in pericolo la Rivoluzione, era innegabilmente molto più facile che non alle masse tedesche, al tempo della rivoluzione del 1848, cogliere gli effettivi rapporti fra l’unità nazionale e la politica estera, e anzitutto vedere che per il raggiungimento dell’unità sarebbe stata necessaria una guerra rivoluzionaria contro la Russia zarista, come continuamente e con grande chiarezza sosteneva Marx nella «Neue Rheinische Zeitung». Questa difficoltà, e con essa l’egemonia dell’alta borghesia, anche sulla via dei compromessi di classe, del tradimento verso la rivoluzione democratica, viene ulteriormente rafforzata dal fatto che il pericolo sempre presente per ogni rivoluzione borghese, e cioè il pericolo che la guerra nazionale di liberazione si trasformi in guerra di conquista, è qui ancora più immediato e legato a conseguenze ancora più gravi di politica interna, che in rivoluzioni borghesi di altro tipo.

Per tutti questi motivi si verifica in Germania, rispetto ad altri paesi, un’azione molto più rapida e intensiva sulle masse da parte della propaganda sciovinista; e questa rapida trasformazione del giusto e rivoluzionario entusiasmo nazionale in uno sciovinismo reazionario, da un lato rende più facile alla classe dei Junker (legata alla monarchia), e all’alta borghesia, ingannare le masse in politica interna, d’altro lato la rivoluzione democratica viene privata dei suoi principali alleati. In tal modo, nel 1848, la borghesia tedesca poté utilizzare la questione polacca in senso reazionario-sciovinistico senza che fosse possibile alle masse popolari, nonostante i tempestivi e giusti avvertimenti dati anche allora dalla «Neue Rheinische Zeitung», arrestare questo processo e fare dei Polacchi, che erano i naturali alleati della Germania rivoluzionaria, degli effettivi alleati nella guerra contro le potenze reazionarie, sia nella politica interna tedesca che nella politica internazionale.

Le circostanze sfavorevoli determinate dalla mancanza di unità nazionale in Germania nell’epoca della rivoluzione borghese-democratica si manifestano, per quanto riguarda il fattore soggettivo della rivoluzione, nel fatto che la borghesia, la piccola borghesia, le masse plebee e il proletariato giungono senza preparazione politica alla rivoluzione. L’esser la Germania divisa in piccoli stati era un elemento estremamente sfavorevole per l’educazione democratico-rivoluzionaria degli strati inferiori della popolazione e per lo sviluppo di tradizioni democratico-rivoluzionarie nelle masse plebee. La loro unica esperienza politica consisteva solo in piccole e meschine lotte locali nell’ambito dei piccoli stati. Gli interessi della nazione nel suo complesso erano posti astrattamente al di sopra di queste lotte e potevano quindi molto facilmente capovolgersi in vuota retorica. Questo atteggiamento retorico dei principali teorici borghesi, che si manifestò nel modo più evidente all’Assemblea nazionale di Francoforte, poté con grande facilità – coscientemente o incoscientemente, volutamente o meno – essere rivolto in senso reazionario.

Questa situazione venne ancora aggravata dal fatto che il centro del movimento politico-democratico in Germania era rappresentato, all’inizio del secolo XIX, dai piccoli stati meridionali, cosicché proprio gli indirizzi democratici erano afflitti al massimo da questa meschinità, da questa grettezza e da questa tendenza alla retorica. La regione della Germania economicamente e socialmente più progredita, la Renania, apparteneva sì alla Prussia, ma formava in essa una specie di corpo estraneo, era situata lontano dal centro delle decisioni politiche, dalla cortigianesca e piccolo-borghese Berlino; e siccome il regime napoleonico vi aveva eliminato i residui del feudalesimo, aveva interessi immediati affatto diversi da quelli della Prussia propriamente detta, rimasta ancora fortemente feudale.

Tutte queste circostanze sfavorevoli vennero ancora aggravate dalla circostanza tattica che la rivoluzione democratico-borghese, in seguito alla mancanza di unità nazionale, non poté avere un centro di decisiva importanza, come era stata Parigi nel secolo XVIII. Le grandi potenze reazionarie, Prussia e Austria, avevano un potere burocratico e militare accentrato. Invece le forze rivoluzionarie erano più che disperse. L’Assemblea nazionale si riunì a Francoforte; Colonia era il centro della democrazia rivoluzionaria. Le lotte decisive ebbero luogo a Berlino e a Vienna per moto spontaneo, senza una chiara guida ideologica, e dopo le sconfitte subite dalla rivoluzione nelle due capitali, i moti accesisi a Dresda, nel Palatinato, a Basilea e altrove poterono essere spenti uno per uno.

Questi elementi decisero il destino della rivoluzione democratica in Germania, non solo nella questione dell’unità, ma in tutti i campi in cui sarebbe stato necessario eliminare i residui feudali. Non per nulla Lenin indica questa via come un caso tipico di portata internazionale, come una via sfavorevole per il sorgere della moderna società borghese, e che egli chiama la via prussiana. Questa osservazione di Lenin non va limitata alla questione agraria in senso stretto, ma deve essere applicata a tutto lo sviluppo del capitalismo e alla sovrastruttura politica che esso viene ad avere nella moderna società borghese della Germania.

La crescita spontanea della produzione capitalistica neppure in Germania poté essere impedita dai residui feudali; ne fu soltanto ritardata. (Già il blocco continentale sotto Napoleone diede un certo impulso al capitalismo in Germania). Ma questo spontaneo sviluppo del capitalismo si attua, in Germania, non già nel periodo della produzione manifatturiera, come in Inghilterra e in Francia, ma nell’epoca del vero capitalismo moderno. La burocrazia feudale-assolutistica dei piccoli stati tedeschi, della Prussia in primo luogo, è costretta ad assumere una parte attiva e preminente a sostegno dello sviluppo capitalistico.

Certo, proprio nelle questioni decisive, ciò accade spesso senza che essa lo voglia e senza che minimamente comprenda l’effettiva portata di ciò che si compie col suo aiuto e per sua iniziativa. Ciò si può vedere chiaramente nella descrizione che Treitschke fa della nascita dello Zollverein, dove la sua versione è particolarmente istruttiva, data la sua costante tendenza a idealizzare la lungimiranza politica e gli intenti nazionali del regime degli Hohenzollern:

Questo sviluppo si compì in gran parte contro la volontà della stessa corona prussiana; qui si vede operare l’interna forza della natura. Nulla era più lontano dalle intenzioni di Federico Guglielmo III che preparare mediante lo Zollverein una separazione dall’Austria; egli vedeva nel dualismo un bene per la patria; fu la natura delle cose che condusse infine a questo risultato. Si forma in tal modo una Germania reale legata dalla comunanza di interessi economici, mentre a Francoforte, come prima a Ratisbona, dominava soltanto la teoria. Anche Federico Guglielmo IV era filoaustriaco e andava entusiasta per l’Austria più che per il suo proprio Stato; e tuttavia la fusione degli interessi fra la Germania non austriaca e la Prussia continuò senza posa. Anche se dopo il 1851 gli stati di media importanza avrebbero distrutto con gioia la Prussia, nessuno di essi osò far saltare lo Zollverein; da questo vincolo non si potevano più liberare.

La cosa più interessante in questa rappresentazione è il suo irrazionalismo che quasi sfiora la mistica: lo sviluppo del capitalismo tedesco, l’affermarsi dei suoi elementari interessi, l’incomprensione e l’inettitudine dei piccoli stati tedeschi e della monarchia prussiana di fronte a questo processo sono presentati come una specie di tragedia del destino. Se questo punto di vista caratterizzasse soltanto lo storico Treitschke, non sarebbe di eccessiva importanza. Ma in ciò Treitschke è l’esatta espressione intellettuale di una disposizione di spirito universalmente diffusa in Germania; mentre le nazioni che hanno raggiunto lottando la loro presente forma politica considerano questa come loro propria opera, l’esistenza nazionale appare ai Tedeschi come un dono inesplicabile di superiori potenze irrazionali.

Ma questa «via prussiana» percorsa dallo sviluppo della Germania ha anche conseguenze più immediate. Poiché questo modo in cui sorge l’unità economica porta con sé che in vasti ambienti capitalistici è presente fin da principio una dipendenza dallo Stato prussiano, un continuo patteggiamento con la burocrazia semifeudale, la prospettiva di poter fare gli interessi della borghesia in pacifico accordo con la monarchia prussiana. Perciò Engels poté affermare in seguito che nel 1848, per la borghesia prussiana, non sussisteva una necessità assoluta di risolvere in senso rivoluzionario la questione del potere nello Stato.

Il fatto che questo processo si verificò con ritardo in Germania, si compì cioè non al tempo della produzione manifatturiera, ma all’epoca del moderno capitalismo, ha ancora un’altra conseguenza essenziale: per quanto poco sviluppato fosse il capitalismo tedesco alla metà del secolo XIX, di fronte ad esso non c’erano più, come di fronte alla borghesia francese prima della grande Rivoluzione, masse socialmente informi che almeno temporaneamente potessero rientrare insieme alla borghesia nel «terzo stato»; c’era invece, sia pure anch’esso non sviluppato, un proletariato moderno. Ci si può rendere conto facilmente di questa differenza se si pensa che in Francia Gracco Babeuf preparò un’insurrezione con obbiettivo consapevolmente socialista solo alcuni anni dopo la morte di Robespierre, mentre in Germania l’insurrezione dei tessitori della Slesia scoppiò già quattro anni prima della rivoluzione del 1848, e alla vigilia della rivoluzione stessa apparve la prima formulazione completa dell’ideologia del proletariato rivoluzionario: Il manifesto comunista.

Questa situazione determinata dal ritardato sviluppo capitalistico della Germania, che diede origine a un proletariato già indipendente, ma non ancora in condizione d’influire in modo decisivo sul corso degli eventi (come il proletariato russo del 1917), si aggrava ancora per effetto degli episodi internazionali della lotta di classe. La rivoluzione parigina di febbraio contribuì sì da un lato a far scoppiare la rivoluzione a Berlino e a Vienna, ma d’altro lato l’aspra lotta di classe scoppiata in Francia fra borghesia e proletariato spaventò la borghesia tedesca e accelerò in maniera decisiva la tendenza al compromesso con le «antiche forze» dovuta alle ragioni che abbiamo detto. Soprattutto l’insurrezione di giugno e la sua repressione fu un evento decisivo per lo sviluppo della lotta di classe in Germania. Ivi mancò fin da principio quell’irresistibile unità del popolo antifeudale che aveva dato il suo slancio alla Rivoluzione francese, mentre al tempo stesso il proletariato tedesco era ancora troppo debole per potersi mettere alla testa di tutto il popolo, come il proletariato russo mezzo secolo dopo. La dissoluzione della primitiva unità antifeudale si compì quindi più presto e in modo opposto a quanto si era verificato a suo tempo in Francia. Il 1848 è sì il 1789 tedesco; ma i rapporti fra la borghesia e le classi inferiori sono simili piuttosto a quelli che esistevano in Francia nel 1830 e nel 1848 che non a quelli del 1789.

Appare perciò già nel 1848 un tratto caratteristico dello sviluppo tedesco che sarebbe diventato fatale anche in seguito per la trasformazione democratica della Germania. Anzitutto i rivolgimenti democratici cominciano, qui, con ciò che nelle rivoluzioni classiche d’Inghilterra e di Francia ne costituisce la fine: con la lotta contro l’ala radicale plebeo-proletaria; che non è, naturalmente, una semplice differenza nella successione cronologica. In particolare, nella Rivoluzione francese, vediamo uno sviluppo fino ai limiti estremi della democrazia puramente borghese (1793-94); la lotta contro il radicalismo plebeo di sinistra significa solo che viene frustrato il tentativo di spingere la rivoluzione al di là di questi limiti. (Nelle lotte di Cromwell contro i levellers appaiono sì tendenze simili, ma ad un livello più basso conforme ai rapporti di classe allora esistenti). Mentre in Germania, non solo nel 1848, ma anche nel 1918, la lotta subito iniziata contro il radicalismo di sinistra, democratico-proletario, rivela la tendenza a mantenere, sotto le forme della democrazia nata dalla rivoluzione, l’antico ordine il più possibile invariato, o con riforme esteriori non essenziali. Così, per esempio, nessuna rivoluzione ha effettuato in Germania una vera riforma agraria; nessuna rivoluzione ha seriamente modificato lo sminuzzamento in piccoli stati né ha realmente scosso il potere della casta dei Junker in Prussia ecc.

È evidentemente impossibile raccontare qui, sia pure in forma abbreviata, la storia della Germania nel secolo XIX. Possiamo solo delineare sommariamente gli elementi d’importanza essenziale intervenuti nello sviluppo delle tendenze sociali. Gli strati plebei della Germania non avevano in questo periodo la forza di far valere i loro interessi per via rivoluzionaria. Gli inevitabili progressi economici e sociali si fecero così o sotto la pressione di circostanze di politica estera o come compromesso delle classi dirigenti. Già le costituzioni dei piccoli stati della Germania meridionale e centrale, punto di partenza dei movimenti e dei partiti democratici in Germania dopo la caduta di Napoleone, non furono conquistate in una lotta di classe interna, ma derivarono dalla necessità di amministrare in forma relativamente unitaria territori feudali eterogenei messi insieme nell’età napoleonica e confermati dal Congresso di Vienna. Così, ad esempio, la popolazione del Württemberg è cresciuta, nell’epoca napoleonica, da 600 000 abitanti a un milione e mezzo; non meno di 78 territori sovrani vi furono annessi. L’unificazione amministrativa di siffatti territori eterogenei sotto ogni punto di vista – l’esempio del Württemberg è tipico per questo periodo – esige naturalmente un minimo di istituzioni centralizzate, che, nelle condizioni del periodo napoleonico e sotto gli effetti delle guerre di liberazione, dovevano per forza di cose contenere elementi di liquidazione dei residui medioevali e assolutistico-feudali. Già sotto Napoleone, i piccoli principi tedeschi lottarono per limitare al minimo queste concessioni; dopo la caduta di Napoleone anche questo minimo venne ulteriormente ridotto. Si spiega così che queste istituzioni non abbiano avuto profonde radici nel popolo, e che il popolo non abbia mai potuto considerarle come istituzioni proprie, da esso create, per cui è stato sempre facilissimo sopprimerle, sia prima che dopo il 1848. E quando nel ’48 scoppiò una rivoluzione seria, le conseguenze, da noi brevemente descritte, dell’arretratezza economica e della divisione nazionale, poterono portare alla debolezza delle masse plebee, al tradimento della borghesia ai danni della sua propria rivoluzione, e suggellare così la vittoria della reazione assolutistico-feudale.

Questa sconfitta è decisiva per tutto il successivo sviluppo politico e ideologico della Germania. Nella terminologia di allora il problema centrale della rivoluzione era: «unità mediante la libertà» o «unità prima della libertà». O, in rapporto al principale problema concreto della rivoluzione, «risoluzione della Prussia nella Germania» o «prussianizzazione della Germania». La sconfitta della rivoluzione del ’48 porta alla soluzione di entrambe le questioni nel secondo senso.

La reazione vittoriosa sarebbe stata felicissima di poter tornare semplicemente alla situazione anteriore al ’48. Ma questo era impossibile dal punto di vista economico e sociale; la monarchia prussiana non poteva fare a meno di evolversi, e precisamente – come Engels ha sottolineato più volte – nel senso della creazione di una «monarchia bonapartista». In apparenza si determina così un parallelismo fra lo sviluppo della Francia e quello della Germania. In apparenza l’evoluzione tedesca si porta politicamente alla pari di quella francese. Ma solo in apparenza. Infatti il bonapartismo in Francia è un fenomeno reazionario al cui inizio sta la sconfitta del proletariato francese nella rivoluzione di giugno e il cui crollo ignominioso condusse poi alla gloriosa Comune del 1871. Con la Terza Repubblica la Francia si mette di nuovo sulla via normale dello sviluppo borghese-democratico. Come Engels giustamente osserva, la Germania di Bismarck è sotto molti aspetti una copia della Francia bonapartista. Ma Engels afferma anche con grande chiarezza che la monarchia bonapartista in Prussia e in Germania è stata un progresso rispetto alla situazione anteriore al 1848; un progresso obbiettivo in quanto nel quadro di questo regime furono soddisfatte le esigenze economiche della borghesia e fu data via libera allo sviluppo delle forze produttive. Ma questi progressi economici vennero realizzati senza una rivoluzione borghese vittoriosa; e l’unità nazionale che fu raggiunta consistette in una prussianizzazione della Germania in cui tanto la burocrazia aristocratica quanto le istituzioni destinate a conservarne intatta l’egemonia politica (sistema elettorale delle tre classi in Prussia ecc.) furono accuratamente mantenute. Il suffragio universale per il Reich rimane, data l’impotenza del parlamento, un illusorio paravento costituzionale e democratico. Perciò Marx, nella critica del programma di Gotha, poté con ragione definire la Germania unita come «un dispotismo militare guarnito di forme parlamentari, commisto di elementi feudali, già influenzato dalla borghesia, fondato sulla burocrazia e politicamente sorvegliato».

Come abbiamo visto, una delle maggiori debolezze della rivoluzione del 1848 fu la mancanza di esperienza e di tradizioni democratiche, fu il fatto che le masse e i loro esponenti ideologici non erano passati attraverso l’educazione democratica di grandi lotte di classe. È evidente che gli avvenimenti successivi al 1848, le condizioni della monarchia bonapartista, la formazione dell’unità germanica dall’alto, ad opera delle baionette prussiane, non offrirono del pari affatto condizioni favorevoli per la nascita di tradizioni democratico-rivoluzionarie, per un’educazione democratico-rivoluzionaria delle masse. Il parlamento tedesco, per via della sua impotenza, era condannato fin da principio alla sterilità. E siccome non vi era un solo partito che non si fosse portato sul terreno del compromesso con la monarchia bonapartista, le lotte di classe fuori del parlamento, per quel tanto che potevano sorgere, erano del pari condannate alla sterilità. I pochi democratici veri, sopravvissuti dal periodo anteriore al 1848, rimasero isolati, privi d’influenza, e non poterono educare una nuova generazione democratica. Il destino di Johann Jacoby, che, come convinto democratico piccolo-borghese, senz’ombra di concezioni socialiste, accettò temporaneamente per disperazione e per protesta un mandato socialdemocratico, con cui poi non poté concludere nulla, è significativo per capire quale fosse in Germania la situazione dei pochi democratici borghesi coerenti.

Un ostacolo ideologico non trascurabile per il sorgere di tradizioni democratiche fu la falsificazione in grande stile della storia tedesca, che fu sempre più praticata in Germania; neppure qui possiamo scendere in particolari. Si tratta, per dirla in breve, di un’idealizzazione, di una «germanizzazione» degli aspetti arretrati dello sviluppo della Germania, vale a dire di una storiografia che esalta proprio il carattere arretrato dell’evoluzione della Germania come particolarmente glorioso, come particolarmente conforme alla natura germanica, che critica e rifiuta come non tedeschi, come contrari allo spirito nazionale germanico tutti i principi e i risultati dello sviluppo democratico, borghese e rivoluzionario compiutosi in Occidente. E gli spunti di svolte progressive nella storia tedesca: la guerra dei contadini, il giacobinismo di Magonza, determinate correnti democratiche al tempo delle guerre di liberazione, le reazioni plebee alla rivoluzione di luglio nel 1848, sono argomenti che, o vengono passati sotto silenzio, o travisati in modo tale da apparire al lettore come eventi terrificanti. Il 1848 viene ormai chiamato, nella terminologia borghese tedesca, l’anno della follia. Mentre i periodi reazionari della storia tedesca sono circonfusi di luce e di gloria.

Questo travisamento non si limita ai fatti della storia, alla loro scelta e alla loro trattazione, ma esercita un funesto influsso sulla metodologia della scienza storica e della scienza sociale, anzi sull’intero pensiero sociale e storico in Germania. Per riassumere, si può dire che dopo i tentativi del periodo anteriore al ’48 fatti per intendere la società e la storia nelle loro leggi razionali (basta che ci riferiamo a Hegel), sorge una nuova ondata di irrazionalismo storico-sociale. Questo si era già sviluppato fortemente nel romanticismo e sue ramificazioni, ma diventò una corrente dominante solo dopo la sconfitta della rivoluzione del ’48. Qui non c’interessa tanto la caratteristica metodologica e scientifica di questa corrente (vedremo che l’irrazionalismo del periodo imperialistico, anche se ha con essa numerosi punti di contatto, rappresenta qualcosa di essenzialmente nuovo), quanto piuttosto le sue radici nella vita sociale e politica della Germania.

Il motivo più importante di tutti è la psicologia del suddito propria del tedesco medio, e anche dell’intellettuale, per altri versi così evoluto. Come abbiamo visto, i grandi rivolgimenti del principio dell’età moderna, che posero i fondamenti dello sviluppo democratico in Occidente, terminarono in Germania con la fissazione di piccole tirannie destinate a durare per secoli; e la Riforma tedesca ha fondato un’ideologia di sottomissione di fronte ad esse. Né le lotte di liberazione contro il dominio napoleonico, né il 1848 poterono portare al riguardo cambiamenti essenziali. E siccome l’unità della nazione germanica venne fatta non per la via della rivoluzione, ma dall’alto, e cioè, secondo i correnti miti storici, col sangue e con la spada, grazie alla «missione» storica degli Hohenzollern e al «genio» di Bismarck, questo aspetto della psicologia e della morale dei Tedeschi rimase quasi immutato. Grandi città sorsero al posto di piccoli centri spesso ancora semi-medievali; al piccolo commerciante, all’artigiano, al piccolo imprenditore si sostituì il grande capitalista coi suoi agenti; la meschina politica locale fu sostituita da una politica mondiale, ma in tutto questo processo la sottomissione del popolo tedesco alle proprie autorità non subi che cambiamenti molto modesti. La figura di Hessling nel Suddito di Heinrich Mann si distingue solo per l’aggressività verso gli inferiori, non già per il servilismo verso i superiori dagli «eroi» borghesi di Gustav Freytag. Così la caratteristica data da Hugo Preuss nel 1919 è valida (coi naturali cambiamenti conseguenti al momento storico) per il popolo tedesco in tutto il secolo XIX e XX:

Il popolo tedesco è fra i popoli della terra il più facile da governare… in quanto è un popolo attivo e sveglio, di elevata abilità e intelligenza inedia, di sviluppata tendenza critica al ragionamento, ma un popolo che negli affari pubblici non è abituato né disposto ad agire spontaneamente senza o contro la volontà delle autorità; che si inserisce quindi magnificamente e opera sotto la guida dell’autorità come se realizzasse solo la sua propria volontà. Questa attitudine a essere organizzato, unita a quelle altre qualità positive, offre in effetti un materiale straordinariamente adatto a un’organizzazione il cui tipo più puro è l’organizzazione militare.

Qui è la diretta fonte soggettiva dell’irrazionalismo tedesco preimperialistico. Mentre i popoli democratici dell’Occidente considerano in generale lo Stato, la politica ecc. in gran parte come opera propria, esigono da essi razionalità e ritrovano in essi la razionalità propria, in Germania avviene esattamente il contrario. L’assioma della storiografia tedesca: «I grandi uomini fanno la storia», è soltanto il rovescio metodologico della concezione prussiano-burocrafica del «limitato intelletto dei sudditi», del proclama lanciato dopo la battaglia di Jena: «La quiete è il primo dovere dei sudditi». In entrambi i casi è solo l’autorità che agisce, e agisce sulla base di una visione intuitiva di situazioni in se stesse irrazionali; il comune mortale, l’uomo della massa, il suddito, è il passivo esecutore, o l’oggetto, o lo spettatore stupefatto, delle azioni compiute da coloro a cui soltanto spetta di compierle. La spregiudicata politica realistica di Bismarck ha contribuito molto coi suoi successi iniziali (fino alla fondazione dell’impero) allo sviluppo di questo irrazionalismo. Gli scarsi risultati e gli insuccessi ch’essa incontrò dopo la fondazione dell’impero appaiono come una tragedia irrazionale, quando non sono stati trasformati con la fantasia in successi ottenuti dalla «geniale politica realistica» mediante l’utilizzazione di circostanze irrazionali. Il periodo dell’imperialismo tedesco aperto e aggressivo sotto Guglielmo II viene spiegato dai suoi ammiratori con la «geniale personalità» del Kaiser e dai suoi critici col fatto che Bismarck non ebbe successori che gli potessero stare alla pari. Queste tendenze largamente diffuse nella media storiografia tedesca vengono rafforzate dalla pubblicistica di quegli ambienti che vedono i loro interessi minacciati dall’affermarsi di un sistema parlamentare in questo paese e sostengono perciò il «regime personale» degli Hohenzollern (in realtà: l’incontrollato dominio della burocrazia civile e militare) come la sola via salutare per il popolo tedesco. È evidente che la possibilità di una larga diffusione di queste concezioni fu accresciuta dal modo in cui si giunse alla fondazione dell’impero.

A questo sviluppo è strettamente legata la lotta della teoria storica e della storiografia tedesca contro la concezione di un progresso razionalmente comprensibile. Come vedremo meglio in seguito, questa lotta è un fenomeno di carattere generale che si determina necessariamente sul terreno del capitalismo decadente, anzi già diventato problematico nella sua intima struttura; è dunque un fenomeno internazionale. Ciò che è proprio dell’evoluzione della Germania è solo che questa tendenza si manifesta prima e in modo più deciso che in tutti gli altri paesi. Questa particolarità dello sviluppo spirituale della Germania, per cui esso fornisce i pensatori più rappresentativi dell’impostazione radicalmente reazionaria verso la realtà (soprattutto Schopenhauer e Nietzsche, e poi anche Spengler, Heidegger ecc.), sarà da noi studiata in seguito nei suoi principi e nelle sue conseguenze filosofiche; per ora ci dobbiamo occupare della base primaria ed elementare, della base storico-sociale. Questa è costituita dal fatto che nella struttura storico-sociale e nella direzione di sviluppo della Germania si trovano curiosamente e contemporaneamente raccolti in un’unità di fatto inscindibile elementi attuali e inattuali. Finché la Germania era solo un paese economicamente e socialmente arretrato, ma asceso intellettualmente a pari grado, e, in certi campi, perfino a guida spirituale del mondo borghese, sorse da questa situazione l’ideologia preparatoria della rivoluzione democratica in Germania (poeti e pensatori tedeschi da Lessing a Heine, da Kant a Hegel e Feuerbach). Certo già allora, nel romanticismo e nelle sue propaggini, sorse un’idealizzazione dell’arretratezza tedesca, che, per difendere questa posizione, era costretta a concepire il corso del mondo in forma radicalmente irrazionalistica e a combattere il concetto di progresso come un’idea superficiale, volgare ed erronea. Su questa via Schopenhauer si spinse più innanzi di ogni altro; questo spiega che egli non abbia esercitato nessuna influenza prima del 1848, come pure la risonanza mondiale della sua filosofia dopo la sconfitta di questa rivoluzione.

Con la fondazione dell’impero, anzi già al tempo della sua preparazione, si complicano le basi oggettive di questo problema. Di anno in anno la Germania cessa di essere un paese economicamente arretrato, anzi nel periodo imperialistico il capitalismo tedesco supera il capitalismo inglese che fino allora aveva tenuto il primato in Europa; la Germania diventa, con gli Stati Uniti, il paese del mondo più sviluppato e più tipico per quanto riguarda raffermarsi del capitalismo. Ma al tempo stesso, come abbiamo visto, si consolida la sua struttura politico-sociale democraticamente arretrata (rapporti agrari, parlamentarismo apparente, «governo personale» del Kaiser, residui della divisione territoriale in piccoli stati ecc.).

Si ripete così, in una scala più alta e qualitativamente nuova, la contraddizione degli stadi anteriori. Esistono, in astratto, due vie per superare questa contraddizione; una è rappresentata dall’esigenza di adeguare la struttura politica e sociale della Germania al suo sviluppo economico. Dove questa esigenza può essere affermata in forma rivoluzionaria; e può essere posto il compito di realizzare in modo completo e definitivo la rivoluzione democratica in Germania (così Friedrich Engels nella sua critica del programma di Erfurt ha posto la questione della socialdemocrazia tedesca). Ma anche dal punto di vista di un imperialismo tedesco realmente e intimamente conforme ai tempi si poteva aspirare ad adeguare l’edificio politico (senza toccare la struttura sociale) alle forme della democrazia parlamentare occidentale, che – in contrasto con la situazione della Germania – avevano fatto e continuavano a fare buona prova. (Vedremo che fu questa la posizione, piuttosto isolata, di Max Weber; essa, mutatis mutandis, presenta una certa somiglianza con le aspirazioni di Scharnhorst e di Gneisenau, che volevano introdurre le innovazioni militari della Rivoluzione francese in una vecchia Prussia «riformata»).

Ma siccome il rapporto contraddittorio che si creava in tal modo fra economia e politica in Germania non impedì lo sviluppo del capitalismo tedesco – qui si vede chiaramente la «via prussiana» dello sviluppo del capitalismo in Germania —, sorse di necessità un’ideologia per difendere sul piano del pensiero questa contraddizione fra la struttura economica e la struttura politica della Germania come un più alto grado di sviluppo, come una migliore possibilità di sviluppo in confronto all’Occidente democratico.

È evidente che questa apologia non poteva fare a meno di cercare di nuovo nell’irrazionalismo la sua base filosofica. In quest’ordine di idee possono naturalmente sorgere le concezioni più diverse, ad analizzare storicamente e filosoficamente le quali nella loro molteplicità o anche soltanto ad enumerarle, si uscirebbe dall’ambito di queste considerazioni. Ci riferiremo quindi soltanto ad alcune teorie tipiche sorte in tal modo. Si può concepire il capitalismo come «destino», apponendovi un segno positivo o un segno negativo, salutandolo con entusiasmo, rifiutandolo, o accettandolo con rassegnazione; si pensi solo al modo in cui Treitschke espone la nascita dello Zollverein. L’alto grado di sviluppo del capitalismo tedesco viene così valutato come un destino irrazionale, e il portatore dell’altro principio – del pari irrazionale, ma valutato diversamente –, lo Stato tedesco, viene ad avere il compito di conferire un senso al cieco «destino» dell’economia sulla base della natura puramente personale (e quindi di nuovo irrazionale) del monarca. Oppure viene attribuita allo Stato (nella sua forma tedesca) la benefica e irrazionale funzione di controbilanciare la malsana e funesta razionalità rappresentata dall’economia capitalistica; e così via. In tutte queste concezioni è presente la polemica contro il concetto borghese di progresso delle democrazie occidentali; e così pure vi è il ripudio dell’idea secondo cui il processo che ha condotto lo Stato e la società ad abbandonare le forme feudali e ad adattarsi sempre meglio alle esigenze del capitalismo (si pensi alla sociologia di Herbert Spencer) rappresenta un progresso. Al contrario: lo sviluppo della Germania viene considerato come il più alto proprio perché, avendo conservato forme più antiche (non razionali) di dominio, può risolvere problemi di varia natura (morali, culturali ecc.) che debbono di necessità rimanere insoluti per la società e per il pensiero sociale dell’occidente orientato in senso razionale. È ovvio che in ciò l’elemento decisivo è l’energica lotta contro il socialismo.

Irrazionalismo e avversione al progresso sono in intimo rapporto: e proprio in questo rapporto costituiscono l’efficace apologia ideologica dell’arretratezza sociale e politica della Germania nel suo rapido sviluppo capitalistico. Ed è senz’altro chiaro come i presupposti «filosofici», qui delineati, della concezione storiografica tedesca abbiano esercitato un influsso decisivo su quella fabbricazione di leggende storiche di cui abbiamo parlato.

La debolezza del movimento democratico in Germania si rivela anche in questo, che a tale campagna di falsificazione ideologica in grande stile esso non seppe contrapporre nulla di proprio, nessuna vera storia della Germania, nessuna storia delle battaglie per la rivoluzione democratica. Esso non era neppure in condizione di combattere in modo efficace i fondamenti «filosofici» di questi miti storici. Il carattere agnostico in gnoseologia, e postulativo in campo etico e sociale, del neokantismo ivi imperante si dimostrò altrettanto inadatto a questo scopo, come la sociologia importata ogni tanto dall’Occidente. In questo modo tutta la gioventù tedesca crebbe senza una tradizione democratica. Franz Mehring è l’unico storico tedesco che sia sceso energicamente in campo contro la fabbricazione di leggende, acquistandosi in questa lotta grandi meriti. Ma i suoi sforzi rimasero del pari isolati, anzi lo furono sempre di più col prevalere del riformismo nella socialdemocrazia tedesca. In tal modo le tradizioni democratiche in Germania diventano sempre più prive di radici. I pubblicisti democratici isolati che appaiono in seguito hanno per lo più così poco contatto reale con la storia tedesca che spesso senza riflessione e senza critica accolgono l’opposizione artificiosamente creata dalla reazione fra il preteso originario carattere tedesco del mancato sviluppo della loro patria e la democrazia come «merce occidentale d’importazione», e l’applicano solo con un cambiamento di segno proclamandosi fautori dell’«Occidente non tedesco». Ciò naturalmente non fa che accrescere il loro isolamento ideologico e politico in Germania.

Solo il movimento operaio avrebbe potuto offrire qui un centro di resistenza politica e ideologica, come fece nel 1848-49 la «Neue Rheinische Zeitung», e in Russia Lenin e i bolscevichi. Ma anche nel movimento operaio si fanno sentire le tendenze generali dello sviluppo della Germania. Prima che si realizzasse l’unità germanica per opera di Bismarck era naturale che la questione centrale della rivoluzione democratica diventasse la ragione essenziale di dissenso nel nascente movimento operaio. Da un lato Lassalle e dietro di lui Schweitzer rappresentarono la via bonapartistico-prussiana. In ciò si risenti delle sfavorevoli circostanze dello sviluppo storico della Germania. Lassalle, con cui ebbe inizio il movimento di massa della classe operaia dopo la sconfitta della rivoluzione del 1848, si trovava sotto l’influsso ideologico della dominante tendenza bonapartista molto più fortemente di quanto non appaia dalle storie del movimento operaio in Germania. Il suo avvicinamento personale e politico a Bismarck, verificatosi negli ultimi anni della sua vita, non è affatto uno smarrimento fortuito, come spesso è stato detto, ma una logica conseguenza di tutta la sua posizione filosofica e politica. Lassalle aveva accolto da Hegel, in modo del tutto acritico, l’idea reazionaria e idealistica del primato dello Stato rispetto all’economia, e l’applicò meccanicamente al movimento di emancipazione del proletariato. Ripudiò quindi tutte quelle forme di movimento operaio che, affermando l’indipendenza del proletariato, potevano condurre a una lotta per la libera azione democratica, a un conflitto democratico con lo Stato prussiano bonapartista e burocratico. I lavoratori avrebbero dovuto attendere dallo Stato prussiano, dallo Stato di Bismarck la loro emancipazione anche sotto l’aspetto economico. Il rilievo unilaterale dato al suffragio universale come esigenza fondamentale acquistò del pari, in questo contesto, un significato bonapartista, tanto più che l’organizzazione interna dello Allgemeiner Deutscher Arbeiterverein, con la sua combinazione di dittatura personale di Lassalle e di saltuaria consultazione del «popolo sovrano» per mezzo di referendum, presentava anch’essa un accentuato carattere bonapartista. Lassalle poté perciò mandare a Bismarck gli statuti del suo «Impero», per usare la sua espressione, osservando che questi avrebbe avuto forse motivo di invidiarglieli. Che su questo terreno Lassalle si sia spinto fino alla «monarchia sociale», fino ad appoggiare direttamente la politica unitaria di Bismarck, non deve più far meraviglia.

Wilhelm Liebknecht, che, sotto l’influenza di Marx e di Engels, riconobbe e criticò gli errori di Lassalle e della sua scuola, neppure però riuscì a seguire la via giusta. Molto spesso egli risenti delle tendenze ideologiche democratiche piccolo-borghesi della Germania meridionale e alla soluzione bismarckiana appoggiata da Lassalle contrappose non già l’antica linea politica della «Neue Rheinische Zeitung», ma un federalismo piccolo-borghese democratico di carattere tedesco-meridionale e antiprussiano.

Nel corso dell’ulteriore sviluppo del movimento operaio in Germania il rafforzato riformismo fece sentire i suoi effetti anche in tale questione. A questo riguardo Engels critica aspramente e senza pietà gli errori opportunistici del programma di Erfurt, mettendo anzitutto in evidenza ciò che a questo programma fa difetto: l’esigenza della lotta risoluta per l’effettiva democratizzazione della Germania, per una realizzazione democratico-rivoluzionaria dell’unità nazionale, che nella soluzione bismarckiana era reazionaria e rimaneva quindi incompleta. Dopo la morte di Engels il riformismo diventa sempre più forte e viene quindi a trovarsi a rimorchio della borghesia liberale e dei suoi compromessi. La vera lotta per la radicale democratizzazione della Germania – per sostenere ideologicamente e politicamente i movimenti democratico-rivoluzionari – viene sempre meno sentita nella socialdemocrazia tedesca; tale situazione è la causa non ultima dell’isolamento di Franz Mehring, l’unico rappresentante coerente di tali tradizioni. E questo svisamento riformistico del marxismo non è limitato alla dichiaratamente opportunistica ala destra, che arrivò fino ad appoggiare l’imperialismo coloniale, ma si estende anche al cosiddetto «centro marxista», che, mentre si serviva di generiche frasi rivoluzionarie, si appagava con grande «realismo politico» della situazione in cui la Germania si trovava. In tal modo il movimento operaio tedesco non poté diventare un punto d’incontro, un centro d’attrazione per le forze democratiche che sporadicamente si manifestavano, né le seppe educare e dirigere. Inoltre, per reazione alle tendenze opportunistiche del riformismo, gran parte dell’opposizione di sinistra finì in un atteggiamento settario di fronte ai problemi della democrazia borghese, e in particolare di fronte alla questione nazionale; motivo importante questo per cui essa (come più tardi, durante la guerra, la Lega di Spartaco) non poté esercitare un influsso simile a quello dei bolscevichi in Russia.

In tali circostanze si ebbe in Germania l’avvento dell’età imperialistica. Come è noto, questa si accompagna a un grande impulso economico, a una fortissima concentrazione del capitale; la Germania viene a trovarsi all’avanguardia fra gli stati europei sulla via dell’imperialismo, diventando insieme lo Stato imperialistico più aggressivo che sollecita nel modo più violento una nuova suddivisione del mondo. Questo carattere dell’imperialismo tedesco è ancora una conseguenza del ritardato, ma molto rapido sviluppo capitalistico. Quando la Germania diventò una grande potenza capitalistica la spartizione del mondo coloniale volgeva ormai alla fine, cosicché la Germania imperialistica avrebbe potuto acquistare un impero coloniale adeguato alla sua importanza economica solo sulla base dell’aggressione e portando via ad altri delle colonie. Per questa ragione sorse in Germania un imperialismo particolarmente avido, rapace, aggressivo e violentemente teso ad ottenere senza scrupoli una nuova spartizione delle colonie e delle sfere d’influenza.

Questa situazione economica è in singolare contrasto con la grande immaturità democratica e politica del popolo tedesco in questo periodo. Ma questa immaturità è non solo un fatto politico estremamente importante, non solo ha per conseguenza che l’incoerente e avventurosa politica estera di Guglielmo II poté imporsi senza grandi difficoltà all’interno, ma ha importanti conseguenze ideologiche anche per il nostro problema. Nessuna situazione è mai allo stato di quiete, ma deve di necessità o avanzare o regredire. E siccome per i motivi che abbiamo considerato non si verificò nel periodo imperialistico un’ulteriore evoluzione del popolo tedesco in senso democratico-progressivo, si ebbe fatalmente un’ulteriore involuzione. Questa si ricollega a una generale tendenza politico-ideologica che nell’età dell’imperialismo si manifesta su scala internazionale. In questo periodo, da un lato, predomina una molto diffusa tendenza antidemocratica, e d’altra parte, dove sussiste una democrazia borghese, si determina di necessità, nelle condizioni create dall’imperialismo, una certa delusione delle masse e dei loro capi nei confronti della democrazia per la sua inefficacia di fatto rispetto al potere esecutivo segreto di cui dispone la borghesia, per la corruzione necessariamente connessa ad essa nel capitalismo, per determinati fenomeni antidemocratici che le sono inevitabilmente inerenti in regime capitalistico (apparati elettorali ecc.). Non è quindi affatto un semplice caso che proprio nei paesi democratici cominci una diffusa critica alla democrazia, che si estende da indirizzi dichiaratamente reazionari fino al movimento operaio (sindacalismo nei paesi latini).

La tendenza generale di questa critica è senza dubbio una tendenza romantico-reazionaria. Ma non si può trascurare il fatto che spesso si nasconde in essa una giustificata delusione nei confronti della democrazia borghese: la triste esperienza che si ha dei limiti sociali di quest’ultima acquista talvolta un carattere relativamente progressivo. Si pensi ad Anatole France e al suo modo di mettere in ridicolo l’uguaglianza democratica di fronte alla legge che con la sua maestà proibisce ugualmente ai poveri e ai ricchi di dormire alla notte sotto i ponti. Si noti che quando Anatole France scriveva questo era ancora lontano dal socialismo; perciò appunto la sua affermazione è caratteristica di questo atteggiamento critico verso la democrazia degli intellettuali progressivi dell’occidente. Una caratteristica mescolanza di giusta critica e di confuse tendenze reazionarie si può osservare anche in Shaw. La mescolanza più complessa – e per un certo tempo più influente – di queste tendenze si ebbe in G. Sorel, il teorico del sindacalismo.

Queste tendenze, soprattutto nelle loro varianti reazionarie, esercitarono un profondo e importante influsso sull’intellettualità tedesca nel periodo dell’imperialismo. Ma quando furono accolte in Germania, esse subirono una profonda trasformazione nel loro significato sociale; in Occidente infatti esse erano un’espressione di delusione verso la democrazia borghese già raggiunta, mentre in Germania diventarono un ostacolo per il suo affermarsi, una rinuncia alla lotta per ottenerla. Ivi queste tendenze si fusero con la propaganda ufficiale del periodo bismarckiano, che nell’arretratezza della Germania trovava e proclamava l’espressione del germanesimo, dell’elemento propriamente tedesco nella storia e nella sociologia. Al tempo di Bismarck gli intellettuali democratici, e in parte anche i liberali, si opposero a tale concezione della società e della storia (Virchow, Mommsen ecc.), peraltro in modo intrinsecamente debole e senza efficacia all’esterno.

In quanto ora la critica della democrazia veniva accolta in Germania come avanzata tendenza spirituale dell’Occidente, si ebbe in definitiva, con altre ragioni ideologiche e storiche, una capitolazione di fronte a quelle ideologie che indebolivano la lotta per la democrazia e le toglievano il suo slancio ideologico e politico. Si pensi, tanto per citare un esempio significativo, all’importantissimo sociologo e storico borghese Max Weber. Questi per ragioni patriottiche era contrario al sistema guglielmino, di cui scorgeva chiaramente il dilettantismo e l’incapacità di competere sul terreno diplomatico con la democrazia inglese o francese: diventò quindi un fautore sempre più deciso della democratizzazione della Germania. Ma siccome il suo pensiero era profondamente penetrato della critica che veniva rivolta in Occidente contro la democrazia da coloro che ne erano delusi, questa era per lui soltanto un «male minore» rispetto al sistema vigente. Contraddizioni simili si possono trovare, sia pure in forma di volta in volta diversa, anche in altri pensatori e politici, per esempio in F. Naumann e in altri. È evidente che su tali basi ideologiche non poteva sorgere alcun indirizzo o partito democratico-borghese di tendenza radicale. (In Naumann questo passaggio dalla critica di sinistra ai principi e alla prassi di destra è particolarmente evidente).

Si determina così, nei più rappresentativi intellettuali dell’età guglielmina, una riproduzione a un livello superiore della «miseria tedesca»: in definitiva una ristrettezza di vedute priva di veri interessi politici. Mentre la maggior parte di costoro è indotta dalla critica occidentale a vedere nello sviluppo antidemocratico della Germania qualcosa di speciale, una posizione superiore rispetto alla problematica democrazia dell’Occidente, sorge una tendenza letterario-dilettantistica alla capitolazione di fronte al sistema politico vigente in Germania, e compare molto spesso uno spirito aristocratico e snobistico che, facendo della borghesia e della cultura borghese una critica talvolta acuta e spesso perfino spiritosa e giusta, finisce per inchinarsi profondamente di fronte ai nobili burocrati e ufficiali del sistema guglielmino e per idealizzare l’apparato di questo sistema coi suoi residui semifeudali. (Queste tendenze sono particolarmente chiare nello spiritoso scrittore satirico Sternheim e nel politico democratico Rathenau).

Naturalmente anche questa critica della democrazia borghese dell’Occidente, condotta dal punto di vista della destra, contiene certi elementi di verità; anzitutto molti fatti che vengono addotti contro il carattere essenzialmente antidemocratico delle democrazie occidentali sono in se stessi veri. Ma proprio in tale questione una critica che colga nel segno è possibile solo dal punto di vista della sinistra. Basta ricordare Anatole France. Già nelle sue opere giovanili si trovano aspre osservazioni e note satiriche sulla democrazia della Terza Repubblica. Ma solo più tardi, quando, in seguito alle esperienze dell’affare Dreyfus, egli cominciò a evolversi in senso socialista, questa critica diventò un elemento organico e progressivo della sua rappresentazione della società e della storia.

Qualcosa di simile si può osservare anche in Thomas Mann. I motivi fondati di tale critica della democrazia borghese che si trovano nelle Considerazioni di un non politico sono ancora nascosti e travisati dall’anticapitalismo romantico tipicamente tedesco. Quando poi, nel periodo di Weimar, Thomas Mann si accostò davvero all’indirizzo democratico, anche il suo scetticismo nei confronti della democrazia borghese poté diventare fecondo per la sua produzione artistica: così, per esempio, nella rappresentazione di Settembrini nella Montagna incantata, dove la critica ironica della tipica limitatezza della democrazia borghese e della sua incapacità di risolvere le questioni sociali fondamentali del mondo moderno si unisce alla costante accentuazione dell’orientamento relativamente progressivo di questo personaggio nei confronti del prefascismo mistificatorio di Naphta e dell’inerzia apolitica di Hans Castorp.

Anche l’idealizzazione della «competenza», della «cognizione di causa», dell’«imparzialità» della burocrazia in opposizione al «dilettantismo» dei politici di partito e del parlamento, è una tendenza generale delle correnti antidemocratiche dell’Europa occidentale. (Mi limito a citare come esempio É. Faguet). Appare qui chiaramente il carattere reazionario proprio di questa tendenza. Talvolta coscientemente, ma certo per lo più inconsciamente, gli scrittori che se ne fanno interpreti sono strumenti del capitale finanziario imperialistico, che mediante i suoi comitati ristretti, le sue persone di fiducia rese indipendenti dalle elezioni e dal mutare dei ministeri, aspira – e molto spesso riesce – a imporre in continuità i propri interessi particolari. (Si pensi ai rapporti interni di potere nei ministeri degli Esteri, al frequente avvicendarsi degli esponenti parlamentari e alla continuità con cui segretari di Stato, capi relatori ecc. rimangono ai loro posti nei paesi democratico-borghesi dell’Europa occidentale). Questa tendenza, manifestandosi nella Germania non ancora democratica, rafforza dal punto di vista ideologico la vittoriosa resistenza che la burocrazia imperiale e prussiana dell’esercito e dell’amministrazione civile opponeva a ogni tentativo di riformare le istituzioni dello Stato in senso progressivo. Il parlamentarismo apparente degenera fino alla completa impotenza; ma questa sua sterilità necessaria e evidente non fornisce lo spunto a un’ulteriore trasformazione democratica, ma conduce invece a irrigidire, a fissare e ad aggravare questa stessa impotenza. Naturalmente il capitale finanziario imperialistico può sfruttare in Germania questa situazione allo stesso modo in cui si vale del parlamentarismo nei paesi dell’Europa occidentale.

Senonché questo stato di cose significa per lo sviluppo della Germania il risolversi dei residui della «miseria tedesca» in un imperialismo particolarmente reazionario, immune da qualsiasi controllo democratico. Questa tendenza ha in Germania conseguenze particolarmente funeste in quanto l’antico servilismo dell’intellettuale medio, e anche dell’intellettuale molto evoluto dal punto di vista spirituale e morale, non solo è mantenuto, ma riceve anche una nuova consacrazione ideologica. I residui di assolutismo, che sono stati a un tempo conservati e modernizzati dal «bonapartismo» bismarckiano, trovano un particolare appoggio nella mentalità e nella formazione spirituale, politica e morale del funzionario: il burocrate considera come un suo particolare orgoglio professionale attuare in modo tecnicamente perfetto le disposizioni dell’autorità superiore anche se non le approva nella sostanza. Questo spirito, che nei paesi di antica tradizione democratica è circoscritto all’amministrazione in senso stretto, si estende in Germania molto al di là della burocrazia. L’inchinarsi incondizionatamente ai voleri dell’autorità è considerato come una particolare virtù tedesca in contrapposizione alle più libere concezioni democratico-occidentali e viene esaltato sempre più come contrassegno di un più alto grado di evoluzione sociale. Lo stesso Bismarck, che personalmente e dal punto di vista istituzionale favori potentemente questo trasferimento della meschinità politico-sociale tedesca dai piccoli stati alla nazione unificata e potente, il perpetuarsi di un sistema in cui l’opinione pubblica non esiste, criticò qualche volta questa deficienza tedesca di «coraggio civile». Per le ragioni che abbiamo accennato, questa tendenza, nel periodo guglielmino, degenera in un vero e proprio bizantinismo dell’elemento intellettuale, in un servilismo esteriormente borioso, ma interiormente strisciante di vastissimi strati del ceto medio.

È questa, ripetiamo, una capitolazione spirituale, talvolta non voluta, dinanzi alla propaganda falsificatrice della storia ed esaltatrice dell’arretratezza della Germania. Propaganda che, iniziata già nel periodo bismarckiano, acquista ora una forma più «raffinata», più «elevata», assume soggettivamente un atteggiamento di opposizione, mentre oggettivamente tale opposizione è soltanto apparente. Essa agisce perciò in maniera ancora più efficace al servizio dell’imperialismo e trascina anche la parte più progressiva e più evoluta della borghesia intellettuale d’avanguardia. Qui è evidente l’affinità sociale e con essa anche il parallelismo spirituale fra l’ideologia reazionaria «superiore» e quella «ordinaria». Come il quietismo buddistico di Schopenhauer procede parallelamente e corrisponde all’apatia dell’elemento piccolo-borghese dopo la sconfitta della rivoluzione del 1848, e la trasformazione richiesta da Nietzsche dei rapporti fra capitalisti e operai in quelli tra ufficiali e soldati a determinate aspirazioni di carattere capitalistico-militare del periodo imperialistico, così avviene anche qui. Constatando questo parallelismo non si nega affatto la differenza di livello spirituale. Questa anzi è sempre al centro del nostro interesse. Ma non tanto per l’altezza intellettuale, quanto piuttosto perché, grazie ad essa, cresce la portata sociale delle correnti reazionarie, che si estendono così a strati sociali a cui non giungerebbero coi loro mezzi intellettuali «normali» e che sarebbero sprezzanti e sordi verso la loro voce ordinaria. Solo nelle conseguenze sociali ultime – e queste sono di decisiva importanza, anche spiritualmente, per il destino della Germania – tali correnti sfociano nel grande fiume della reazione. Quando, per esempio, al principio della prima guerra mondiale, M. Plenge contrappose le «idee del 1914» come idee superiori e «tedesche» a quelle del 1789, gran parte della migliore intellettualità tedesca si abbassò in tal modo al livello della propaganda storica di Treitschke. Questa mancanza di principi, questo scadere del livello intellettuale e morale possono essere osservati in modo particolarmente chiaro nei libelli del principio della guerra; per citare solo un esempio molto significativo, ricordiamo la contrapposizione fatta da Werner Sombart fra gli «eroi» (i Tedeschi) e i «mercanti» (gli inglesi).

Neppure il crollo del sistema guglielmino nella prima guerra mondiale imperialistica e l’instaurazione della repubblica di Weimar portano un mutamento radicale per la democratizzazione della Germania, per la nascita di tradizioni democratiche profondamente radicate in vastissime masse, anche fuori del proletariato fornito di coscienza di classe. In primo luogo, questa democratizzazione politica è nata non tanto dal vigore intrinseco delle forze popolari quanto da una disfatta militare; molti elementi della borghesia tedesca accettarono la repubblica e la democrazia in parte perché costretti dalle circostanze, in parte perché speravano di ricavarne dei vantaggi in politica estera, di ottenere migliori condizioni di pace con l’aiuto di Wilson, e così via. (Sotto questo aspetto vi è una grande differenza dalla repubblica democratica russa del 1917. Ivi fin da principio grandi masse piccolo-borghesi e contadine erano decisamente democratiche e repubblicane, anche se nella grande borghesia si potevano osservare tendenze molto simili a quelle che vi erano in Germania, anche se il ceto dirigente della democrazia piccolo-borghese e contadina si comportò in modo da tradire la democrazia stessa. Per esempio, i dissensi fra i socialisti rivoluzionari mostrano chiaramente queste disposizioni democratiche delle masse piccolo-borghesi e contadine). In secondo luogo, anche qui ebbe la sua influenza il ritardato sviluppo della Germania. Allorché scoppiò la rivoluzione democratico-borghese nel 1918, il proletariato era la forza sociale decisiva, ma in conseguenza della debolezza ideologica e organizzativa dell’ala sinistra del movimento operaio, non fu in condizione di affrontare i problemi del rinnovamento della Germania. La democrazia borghese era perciò nella sua essenza, come Engels aveva profeticamente previsto già molto tempo innanzi, un’unione di tutte le forze borghesi contro l’incombente pericolo della rivoluzione proletaria. Le esperienze appena allora vissute della rivoluzione russa del 1917 agirono fortemente non solo sulla borghesia, ma anche sull’ala riformista del movimento operaio. Questa per conseguenza appoggiò incondizionatamente la coalizione democratica di tutte le forze borghesi volta contro il proletariato, anzi ne fu il vero centro e la forza prima.

Per queste ragioni la repubblica di Weimar fu essenzialmente una repubblica senza repubblicani, una democrazia senza democratici, come lo era stata – naturalmente in circostanze storiche del tutto diverse – la repubblica francese fra gli anni 1848 e 1851. I partiti borghesi di sinistra alleati ai riformisti non servirono all’attuazione di una democrazia rivoluzionaria, ma furono – sotto i motti di repubblica e democrazia – essenzialmente «partiti dell’ordine», la qual cosa significò in pratica che la struttura della Germania guglielmina fu lasciata il più possibile immutata (furono mantenuti i quadri dell’ufficialità Junker e gli elementi della vecchia burocrazia, si lasciò sussistere la maggior parte dei piccoli stati, non fu compiuta una riforma agraria). Stando così le cose, non deve far meraviglia che fra le masse popolari, che, come abbiamo visto, non avevano mai avuto un’educazione democratica, e in cui non erano vive tradizioni di tal genere, si sia determinata ben presto una delusione profonda verso la democrazia e che in tempo relativamente breve esse se ne siano staccate. Questo processo fu reso piò rapido e piò profondo specialmente dal fatto che la democrazia di Weimar fu costretta a dar luogo alla più grave umiliazione nazionale che la Germania avesse sofferto dall’età napoleonica in poi, cioè alla pace imperialistica di Versailles. Per le masse popolari non educate democraticamente la repubblica di Weimar era l’organo esecutivo di questa umiliazione nazionale, in opposizione ai tempi della grandezza e dell’espansione nazionale, che erano legati a Federico II, a Blücher e a Moltke, vale a dire a ricordi monarchici e antidemocratici. In ciò si può osservare ancora la netta opposizione fra lo sviluppo storico della Germania e quello della Francia e dell’Inghilterra, ove i periodi rivoluzionari e democratici (Cromwell, la grande Rivoluzione ecc.) sono i periodi della massima ascesa nazionale. Le circostanze in cui sorse la repubblica di Weimar rinvigorirono la vecchia concezione dello sviluppo antidemocratico «schiettamente tedesco» e unico adatto alla natura germanica; come pure sembrarono dare una parvenza di fondamento alla leggenda secondo cui la grandezza nazionale tedesca può sorgere solo su basi antidemocratiche. La filosofia, la storiografia e la pubblicistica della reazione sfruttarono ampiamente questa situazione, ma l’ala sinistra della borghesia e della intellettualità borghese non seppe opporre nulla di efficace.

In tal modo, nel corso della repubblica di Weimar, in vasti strati della borghesia e della piccola borghesia si rafforzò l’antico pregiudizio secondo cui la democrazia è in Germania una «merce d’importazione occidentale», un pernicioso corpo estraneo che la nazione, per risanare, avrebbe dovuto espellere. La mancanza di tradizioni di molti democratici soggettivamente convinti appare in ciò che essi fecero, da parte loro, di questo preteso carattere esclusivamente «occidentale» della democrazia, la base della loro propaganda, con scarso senso d’opportunità e scarsa abilità tattica professarono apertamente il loro spirito antitedesco, il loro entusiasmo per la democrazia occidentale, e favorirono in tal modo i miti antidemocratici della reazione. (Questa ideologia appare particolarmente evidente nell’ambiente della «Weltbühne» di allora). A ciò si aggiunse un atteggiamento nichilista di vasti ambienti dell’intellettualità borghese di tendenza radicale di fronte all’avvilimento nazionale (pacifismo astratto), e questo nichilismo si diffuse anche, sia pure in altre forme, nel movimento operaio. Tale tendenza fu particolarmente forte nel Partito socialdemocratico tedesco indipendente (USPD), e neppure lo stesso Partito comunista tedesco, sotto l’influsso degli errori ideologici di Rosa Luxemburg, rimase immune, all’inizio del suo sviluppo, da un nichilismo nazionale che poté essere superato solo grazie all’esempio del Partito comunista dell’Unione Sovietica, cioè alla teoria staliniana della questione nazionale.

Ciò nonostante, gli aperti tentativi di restaurazione della monarchia degli Hohenzollern fallirono (putsch di Kapp nel 1920). Il partito che voleva questa restaurazione, cioè il Partito tedesco-nazionale, non poté mai diventare un grande partito di massa con peso veramente decisivo, benché i suoi rappresentanti, in conseguenza delle tendenze antiproletarie e antirivoluzionarie della repubblica di Weimar, occupassero la maggior parte dei posti di comando nell’apparato civile e militare. Solo quando, in seguito alla grande crisi del 1929, la delusione di vaste masse raggiunse il punto culminante, la reazione riuscì a trovare una larga base nella NSDAP (Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori), nel fascismo di Hitler.

Importa quindi delineare brevemente, in queste considerazioni introduttive, quelle caratteristiche ideologico-sociali che resero possibile la vergognosamente rapida e ancor più vergognosamente durevole vittoria del fascismo in Germania; mostrare brevemente come essa scaturisca con una certa necessità da tutto lo sviluppo anteriore della Germania, indicando però al tempo stesso in che cosa consistono i caratteri propriamente nuovi del nazionalsocialismo, e come questo nuovo non sia che un rafforzamento qualitativo di tendenze già presenti prima.

Abbiamo visto che la repubblica di Weimar, per il modo in cui sorse, per gli espedienti sociali con cui si difese (contro la sinistra), per la maniera di affermarsi e di costituirsi, fu una repubblica senza repubblicani, una democrazia senza democratici. Il primo entusiasmo delle masse si spense presto: col crollo delle speranze in una pace «wilsoniana» per una democrazia tedesca, con la delusione in cui si risolse l’attesa della «socializzazione». In particolare, nella parte della classe operaia animata da tendenze rivoluzionarie e orientata a sinistra, si consolida un atteggiamento di ostilità verso il sistema di Weimar, affermatosi con l’assassinio dei più grandi eroi del nuovo movimento operaio rivoluzionario in Germania, Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. D’altro lato, come pure abbiamo visto, i fautori della restaurazione degli Hohenzollern, della decisa reazione del periodo iniziale, erano troppo deboli per realizzare un durevole sovvertimento; significativo è anche il fatto che non siano giunti a formare un vero movimento di massa. Si vide di qui che il regime degli Hohenzollern non aveva mai avuto un’effettiva base fra le masse. E certo non senza motivo. Il carattere apertamente e rigorosamente «autoritario» dell’antica forma di reazione, finché il potere degli Hohenzollern era solido, o almeno sembrava esserlo, poté mantenere la maggioranza della popolazione in uno stato d’animo di entusiastico lealismo. Ma dopo il crollo, allorché sorse una nuova autorità meno popolare, quando la restaurazione si sarebbe potuta attuare solo coi mezzi della rivolta armata o, nel suo periodo preparatorio, con una decisa opposizione, si rivelò la debolezza quantitativa e qualitativa della base di massa dell’antica reazione.

Così la repubblica di Weimar, in seguito alla debolezza dei suoi avversari di sinistra e di destra, venne ad avere una possibilità di esistenza, (per quanto intrinsecamente molto labile e ottenuta a prezzo di continue concessioni alla reazione), sostenuta anche – finché la Germania non fu in condizione di denunciare apertamente la pace di Versailles – dalla pressione esterna e da corrispondenti considerazioni di politica estera degli imperialisti tedeschi. Perché si potesse verificare un vero e proprio sovvertimento, dovevano sorgere condizioni diverse.

Fra queste condizioni si trova in prima linea lo spostarsi del peso di classe nell’ambito della reazione: a partire dalla sconfitta i capitalisti dei monopoli diventano il ceto dirigente. Anche questa è la conclusione di un lungo processo di sviluppo, ma una conclusione che porta qualcosa di qualitativamente nuovo. Già nel 1848 i grandi industriali della Renania, che rappresentavano allora il capitalismo tedesco più evoluto, sebbene fossero in maggioranza liberali e quindi all’opposizione, sostennero una parte importante nel determinare la sconfitta della rivoluzione e nel rafforzare il regime antidemocratico in Germania; con le loro «tendenze conciliatrici» diedero respiro alle forze monarchiche e antidemocratiche nel momento in cui saliva l’ondata rivoluzionaria, e con la loro «opposizione» formalistico-parlamentare, mantenuta sempre nei limiti del lealismo, contribuirono a disorganizzare la difesa della democrazia contro la reazione degli Hohenzollern che si apprestava alla riscossa. Sotto Bismarck, e ancora sotto Guglielmo II, cresce, parallelamente al rapido sviluppo del capitalismo tedesco, l’influenza della borghesia sull’indirizzo del governo; ma questa influenza si esercita per lo più di nascosto: la direzione politica rimane ufficialmente, tranne poche eccezioni (Dernburg), a coloro che l’avevano prima, e conserva la sua vecchia tecnica «autoritaria»; anzi, il sistema di governo di Guglielmo II appare come una rinascita imperialistica dello stile di Federico Guglielmo IV. Anche dopo la disfatta nella guerra mondiale l’influenza del capitale monopolistico, divenuta ormai l’elemento determinante, agisce spesso dietro le quinte: la preferenza va ad organi esecutivi e personaggi di facciata con altri titoli di legittimità (Hindenburg, Brüning, Schleicher ecc.); l’alleanza con i Junker prussiani e col patriziato di origine Junker della burocrazia civile e militare continua a sussistere, ma in questa alleanza il capitale monopolistico assume ormai la parte decisiva in tutte le questioni e non si accontenta più di ottenere quello che vuole in complessi economici d’importanza vitale per i suoi interessi.

Ma questo sviluppo si compie in un ambiente sociale in cui le tendenze anticapitalistiche delle masse vanno continuamente crescendo. L’avanguardia della classe lavoratrice tedesca ha seguito con entusiasmo gli eventi russi del 1917 e ha visto in essi da allora la necessaria prospettiva anche per la storia tedesca. Le speranze riposte nelle promesse di socializzazione del 1918, le delusioni che negli anni successivi ne derivarono allorché la cosa fu insabbiata, il graduale estraniarsi di vaste masse operaie dalla repubblica di Weimar, che veniva a trovarsi sempre più apertamente sotto il controllo del capitale monopolistico, gli esasperanti effetti della disoccupazione conseguente alla crisi del 1929, e via dicendo, fecero sorgere tendenze anticapitalistiche in una sfera molto più vasta di quanto non fosse la classe operaia. Alla reazione del capitale monopolistico si impose così un nuovo compito: sfruttare proprio queste tendenze anticapitalistiche delle masse allo scopo di rafforzare il proprio dominio; fondare col loro appoggio un nuovo tipo di regime reazionario in cui fosse assicurata una volta per sempre la direzione assoluta del capitalismo monopolistico in tutti i campi della vita politica e sociale.

Non può essere qui nostro compito delineare anche soltanto sommariamente questo sviluppo politico della Germania. Dovevamo attirare l’attenzione su questi momenti politici e sociali solo per far opportunamente risaltare dalle loro basi sociali gli indirizzi di pensiero che saranno descritti e analizzati minutamente nelle considerazioni filosofiche successive. Se si considera il compito di cui abbiamo parlato sopra, quello cioè di trasformare tendenze, anzi movimenti anticapitalistici di massa nel dominio assoluto e sans phrase del capitalismo monopolistico (con cui s’impone anche l’altro compito, strettamente legato al primo, di convertire in uno sciovinismo imperialistico e aggressivo lo sdegno, in se stesso comprensibile e giusto, di vaste masse contro la pace imperialistica di Versailles), è chiaro che solo un pensiero radicalmente irrazionalistico è adatto all’«unione» puramente demagogica di tendenze in contrasto fra loro. È anche ovvio che l’irrazionalismo di cui qui c’era bisogno, lungamente maturato e poi realizzato nella «Weltanschauung nazionalsocialista», doveva essere di necessità qualitativamente diverso dall’irrazionalismo quale era stato prima e dopo il 1848. Naturalmente, nella particolare recettività della borghesia tedesca per l’irrazionalismo nel periodo fra le due guerre, la sua «educazione» da parte degli antichi irrazionalismi svolge una parte non trascurabile. Ma se vogliamo comprendere socialmente la veemente e massiccia diffusione della nuova variante fascista, dobbiamo attirare l’attenzione su alcuni nuovi fenomeni ideologico-sociali.

Va considerata anzitutto una trasformazione avvenuta nella classe operaia. È curioso come questa tendenza rivolta contro la ragione trascini vaste masse, anche parti considerevoli della classe operaia, e come argomenti che erano rimasti finora senza efficacia sui lavoratori trovino ora in essi favorevole accoglienza. Poiché per le masse la questione di ragione o irrazionalità si pone ancora più nettamente come questione di vita, e non solo (come per gli intellettuali) come problema teorico. I grandi progressi del movimento operaio, la chiara prospettiva di lotte vittoriose per il miglioramento della situazione, del crollo prevedibile del capitalismo, avevano condotto la classe operaia a vedere nella propria vita, nel proprio sviluppo storico, qualcosa di razionale e di conforme a una legge; ogni lotta vittoriosa condotta giorno per giorno, ogni atto di resistenza contro la reazione (per esempio al tempo delle leggi contro il socialismo), aveva rafforzato in essa questa concezione, le aveva insegnato a considerare con disdegno la rozza propaganda irrazionalistica e religiosa che si conduceva allora dal campo reazionario.

Con la vittoria del riformismo, con la partecipazione dei riformisti al sistema di Weimar, questa situazione è radicalmente mutata. Già l’idea di razionalità acquistò un accento fondamentalmente diverso. Bernstein aveva già cercato di screditare come utopistica la lotta rivoluzionaria per la società socialista, per la «mèta finale», contrapponendo a queste aspirazioni la banale e filistea «ragionevolezza politica realistica» del compromesso con la borghesia liberale e dell’adattamento alla società capitalistica. Da quando la socialdemocrazia diventò un partito di governo, nella sua propaganda, e specialmente nei suoi atti, dominò questa «ragionevolezza politica realistica». Questa propaganda, nei primi anni della rivoluzione, si mescolò con promesse demagogiche di una prossima socializzazione, di una realizzazione del socialismo per questa via «ragionevole», in opposizione alle «irragionevoli avventure», all’«irreale politica catastrofica» dei comunisti. La «stabilizzazione relativa» consacra il dominio della «ragione», intesa alla maniera di Bernstein, nella teoria e nella prassi del riformismo. La linea di questa «ragionevolezza politica realistica» è stata mantenuta con ferrea energia dal riformismo dominante all’epoca della grande crisi economica mondiale. «Ragione» significa quindi praticamente per le masse: non scioperare di fronte a riduzioni di salario, ma adattarvisi; astenersi da ogni dimostrazione e da ogni passo energico di fronte alla riduzione del sussidio di disoccupazione o all’esclusione di masse sempre più vaste dal numero degli aventi diritto ad esso; battere in ritirata davanti alle più sanguinose provocazioni fasciste; non difendere la potenza della classe operaia, il suo dominio della piazza, ma – come Dimitrov esattamente definì questa politica – sfuggire al pericolo evitando di irritare la belva.

In tal modo la «ragione» riformistica non solo rese la classe operaia incapace di opporre resistenza nelle lotte contro il capitalismo imperialistico, contro il fascismo che si apprestava a conquistare il potere, ma compromise e distrusse la fiducia nella razionalità del divenire storico destinato a condurre, attraverso lotte opportunamente combattute, al miglioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice e finalmente alla sua completa emancipazione. La propaganda condotta dai riformisti contro l’Unione Sovietica aggravò ancora queste conseguenze presentando l’eroismo della classe operaia russa come inutile, contrario allo scopo e sterile di risultati.

Questo sviluppo ebbe conseguenze diverse nella stessa classe operaia. Un’avanguardia relativamente forte si allontanò dal riformismo per rielaborare le antiche tradizioni del marxismo nella nuova forma adatta all’età dell’imperialismo, cioè nel leninismo. Un vasto strato si irrigidì al livello di questa «ragionevolezza politica realistica» e fu praticamente incapace di combattere in modo valido contro il fascismo. Ma vi fu una massa abbastanza considerevole, soprattutto di giovani operai resi impazienti dalla situazione di crisi senza uscita, in cui questo corso degli eventi scosse la fiducia nella ragione in genere, nella razionalità dello svolgimento storico e nell’intima connessione di ragione e rivoluzione. In questo elemento, proprio in conseguenza della sua educazione teorica e pratica ad opera del riformismo, si ebbe quindi, di fronte alla crisi, una tendenza ad accogliere nelle proprie concezioni le moderne correnti irrazionalistiche, il disprezzo verso la ragione e la scienza, l’inclinazione a seguire la fede miracolistica del mito.

Questo naturalmente non significa che questi giovani operai delusi siano diventati lettori e ammiratori di Nietzsche e di Spengler. Ma poiché l’opposizione di intelletto e sentimento sembrava scaturita, per le masse, dalla vita stessa, dovette determinarsi in esse, anche dal punto di vista ideologico, una disposizione ad accogliere questa dottrina.

Fra gli intellettuali e nella piccola borghesia si compì un altro genere di cambiamento, che però nelle sue conseguenze fu ugualmente importante per la diffusione dell’irrazionalismo fascista: la disperazione come stato d’animo di massa e, in stretto rapporto con essa, la credulità, l’attesa di miracoli salvatori. Il generale affermarsi dell’ideologia della disperazione in Germania è senza dubbio anzitutto una conseguenza della sconfitta, della pace di Versailles, della perdita della prospettiva nazionale e politica, collegata in questi ambienti – consciamente o inconsciamente – alla vittoria dell’imperialismo tedesco. Lo straordinario successo di Spengler, che andò molto al di là della cerchia di persone filosoficamente interessate, è un chiaro segno di questo stato d’animo. Le delusioni del periodo della repubblica di Weimar, e cioè tanto nelle correnti di destra, che speravano in una restaurazione, quanto in quelle di sinistra, che vagheggiavano un rinnovamento democratico e anzi socialista della Germania, dovevano aggravare ulteriormente questo stato d’animo, che raggiunse poi il punto culminante durante la grande crisi economica del 1929. I fondamenti oggettivi di questo stato d’animo sono quindi di ordine economico, sociale e politico. Se tuttavia se ne studia la rapida e pressoché incontrastata diffusione, non si può non vedere in essa la parte importante sostenuta dallo sviluppo ideologico quale era stato fino alla prima guerra mondiale. E precisamente in senso tanto positivo che negativo. Sotto l’aspetto negativo, l’ideologia sociale d’impotenza e di soggezione, propria del tedesco educato nell’atmosfera dello Stato autoritario, ebbe una funzione estremamente importante. Poiché il tedesco medio – per quanto possa essere capace e talvolta anche eccellente nel suo campo professionale (ivi comprese anche l’arte, la filosofia ecc.) – aspetta dall’«alto», dalle «guide competenti» dell’esercito, della politica, della scienza, tutte le decisioni, anche quelle che sono più importanti per la sua esistenza, poiché è del tutto estraneo al suo ordine d’idee considerare la propria presa di posizione come un elemento che possa contribuire a determinare la vita economica, politica ecc., egli rimase, dopo la caduta degli Hohenzollern, in uno stato d’impotenza e di disorientamento, e attese un miglioramento in parte dalle «antiche e provate guide», in parte dal nuovo «assortimento di capi». Il fallimento degli uni e degli altri, divenuto poco per volta evidente, lo lasciò in uno stato di disperazione completa. Questa disperazione si accompagnò tuttavia all’attesa di una «nuova guida»; né suscitò, in generale, il proposito di una valutazione indipendente della situazione, di un libero operare. Sotto l’aspetto positivo, lo stato d’animo che rese possibile l’inganno delle masse da parte del fascismo venne destato e favorito dall’influenza che esercitarono le tendenze agnostiche e pessimistiche di cui faremo in seguito l’analisi particolareggiata. La loro caratteristica generale è che il pessimismo e la disperazione costituiscono l’atteggiamento morale normale di fronte ai problemi del presente. Questo naturalmente solo per l’élite spirituale; la plebe può credere nel progresso, il suo ottimismo è inferiore, «infame», come lo aveva definito Schopenhauer.

In questo senso la filosofia tedesca del periodo imperialistico si muove, come vedremo, da Nietzsche a Spengler, e poi, nel periodo di Weimar, da Spengler al fascismo. All’importanza che viene da noi attribuita a questo lavoro ideologico preparatorio della filosofia tedesca compiuto fin dal tempo di Schopenhauer e di Nietzsche si potrebbe obbiettare che si tratta di dottrine esoteriche diffuse solo in ambienti molto ristretti. Noi crediamo invece che non vada sottovalutato l’influsso esercitato sulle masse in modo indiretto e nascosto dalle ideologie reazionarie alla moda che abbiamo finora analizzato. Questo influsso non si limita all’azione immediata dei libri dei filosofi, benché non si debba ignorare che le edizioni delle opere di Schopenhauer e di Nietzsche hanno raggiunto certamente le molte decine di migliaia. Ma le università, le conferenze, i giornali e altri mezzi di diffusione fanno conoscere a masse vastissime queste ideologie, naturalmente in forma più rozza; ma in tal modo il loro contenuto reazionario, il loro intimo irrazionalismo e pessimismo vengono piuttosto esasperati che attenuati, poiché le tesi fondamentali predominano nettamente sulle riserve. Le masse possono essere profondamente avvelenate da queste ideologie senza che sia mai venuta loro sotto gli occhi la fonte prima del veleno. L’imbarbarimento degli istinti teorizzato da Nietzsche, la sua filosofia della vita, il suo «pessimismo eroico» ecc., sono prodotti necessari del periodo imperialistico; e l’accelerazione di questo processo da lui provocata poté avere i suoi effetti anche su migliaia e migliaia di persone che non conoscevano nemmeno il nome di Nietzsche.

Ma questi elementi non fanno che rafforzare la tendenza ad accogliere un’ideologia della disperazione. Ciò che in essa vi è di nuovo rispetto alle tendenze analoghe più antiche deriva dalla situazione della Germania nel periodo fra le due guerre imperialistiche. La differenza più importante fra l’epoca che precede e quella che segue la prima guerra mondiale è senza dubbio il grave indebolimento e poi la perdita quasi totale della «sicurezza» dell’esistenza individuale e sociale nel ceto medio, specialmente nell’elemento intellettuale. Se prima della prima guerra imperialistica si era pessimisti specialmente in rapporto alla civiltà, questo atteggiamento aveva un carattere tranquillamente contemplativo senza il minimo riguardo a una possibile azione; poiché al singolo individuo la propria esistenza appariva assicurata sotto l’aspetto materiale e sociale, spirituale ed umano, le posizioni di pensiero potevano restare pressoché puramente teoriche, senza influire in modo essenziale sul comportamento e sulle interiori norme di vita di coloro che ne erano partecipi. Il venir meno della «sicurezza», la continua precarietà dell’esistenza interiore ed esteriore trasformarono questo pessimismo irrazionalistico in prassi. Non vogliamo dire con questo che la Weltanschauung debba suscitare ormai direttamente azioni, ma semplicemente che essa, da un lato, deriva dalla precarietà direttamente sentita della singola esistenza individuale (e non soltanto dalla contemplazione di una situazione oggettiva della civiltà), e che dall’altro, di fronte alla Weltanschauung, vengono poste istanze pratiche, anche se nella forma per cui dalla struttura del mondo viene dedotta «ontologicamente» l’impossibilità dell’agire.

Comunque, le antiche forme dell’irrazionalismo si dimostrano inadeguate a rispondere a tali questioni. E si rivela qui la necessità, come vedremo ripetutamente in seguito, che la demagogia del fascismo, per quanto erediti, formalmente e sostanzialmente, dall’ideologia della reazione di vecchio tipo, si orienti nel suo metodo verso le nuove ideologie sorte con l’imperialismo, le spogli di ogni elemento «interiore» o spiritualmente elevato, e trasformi il rimanente in una energica e rozza forma di demagogia. Hitler e Rosenberg trasferiscono sulla piazza tutto ciò che del pessimismo irrazionalistico era stato detto dalla cattedra, nei salotti intellettuali e nei caffè a partire da Nietzsche e da Dilthey fino a Heidegger e Jaspers. Vedremo quanto vi resti conservato dei contenuti essenziali, della metodologia particolare di questo sviluppo, nonostante o a causa della volgarizzazione demagogica compiuta dalla Weltanschauung nazionalsocialista. Il suo punto di partenza nella psicologia delle masse è proprio questa disperazione, questa credulità e attesa di miracoli nate dalla disperazione, che sono diffuse nel popolo, ivi compreso l’elemento intellettuale altamente qualificato. Che la disperazione sia stata il legame sociale e psicologico fra il nazionalsocialismo e le masse appare dal fatto che il vero affermarsi del movimento, il suo effettivo diffondersi fra le masse si verificano con la crisi economica del 1929, nel momento quindi in cui la disperazione, da principio generalmente teorica, e che assume via via forme sociali sempre più concrete, si converte in una generale precarietà dell’esistenza individuale; nel momento quindi in cui le intenzioni rivolte alla prassi, che abbiamo constatato prima, offrono la possibilità di porre la disperazione ideologica al servizio di una disperata politica di avventure.

Questa politica utilizza ora gli antichi istinti servili dei Tedeschi nei confronti dell’autorità, quasi per nulla modificati dalla democrazia di Weimar. Ma il metodo della sottomissione deve essere cambiato, poiché per la prima volta nella storia tedesca si tratta non già di seguire docilmente un legittimo potere ereditario e neppure di restaurarlo soltanto, ma di dare la propria adesione a un sovvertimento radicale, a una «rivoluzione», come specialmente in principio, e poi anche in seguito in tempi di crisi, il nazionalsocialismo amava chiamarsi. Questo carattere antilegittimistico e «rivoluzionario» del potere fascista è uno dei motivi per cui, dal punto di vista metodologico, esso deve rifarsi a ideali di tipo nietzschiano piuttosto che all’ideologia reazionaria di vecchio stampo. Certo la demagogia fascista presenta molti lati diversi; mentre accentua il suo carattere «rivoluzionario», cerca anche di fare appello agli eventuali istinti legittimistici (si pensi alla parte sostenuta da Hindenburg nel periodo di transizione, alla maniera formalmente legale con cui fu assunto il potere).

Ma la disperazione non sarebbe di per se stessa un sufficiente legame psicologico-sociale. Proprio in quanto si rivolge alla prassi, essa deve necessariamente racchiudere in sé, come momenti, la credulità e attesa miracolistica già da noi ricordata. Questo nesso esiste oggettivamente, e non per caso. Infatti, quanto più cresce la disperazione nei singoli, quanto più si esprime in essa il sentimento della precarietà dell’esistenza individuale, tanto più debbono derivarne, in generale – date le condizioni speciali, spirituali e morali della Germania – credulità e attesa. A partire da Schopenhauer e particolarmente da Nietzsche il pessimismo irrazionalistico distrugge il convincimento che esista un mondo esterno oggettivo la cui conoscenza profonda e non preconcetta possa indicare una via d’uscita dalla problematica da cui nasce la disperazione. Ivi la conoscenza del mondo si converte in una sempre più arbitraria interpretazione del mondo. Questa tendenza filosofica rafforza naturalmente la posizione di quel ceto che tutto aspetta dall’«autorità», poiché si tratta per esso, anche nella vita, non di un’analisi oggettiva di nessi oggettivi, ma di una interpretazione di decisioni i cui motivi debbono restare ignoti. È poi anche chiaro che si trova qui una delle fonti psicologico-sociali dell’attesa miracolistica: la situazione può essere disperata, ma il «genio illuminato dalla grazia divina» (Bismarck, Guglielmo II, Hitler) troverà con la sua «intuizione creatrice» una via d’uscita. È altresì evidente che quanto più la «sicurezza» è minacciata, quanto più direttamente l’esistenza individuale è posta in gioco, tanto più intense diventano questa credulità e questa aspettazione del miracolo. Si tratta quindi di un’antica e tradizionale debolezza del ceto medio tedesco, che si estende dalla filosofia nietzschiana fino alla psicologia del comportamento medio dei filistei da birreria.

Quando perciò, come spesso avviene, si ode domandare con meraviglia come mai grandi masse del popolo tedesco abbiano potuto accettare il mito puerile di Hitler e di Rosenberg, e credere in esso, si può rispondere con un’altra domanda di carattere storico: come mai gli uomini più colti e intellettualmente più evoluti della Germania poterono credere nella mitica «volontà» di Schopenhauer, ai messaggi dello Zarathustra nietzschiano, ai miti storici del tramonto dell’occidente? E non si venga a dire che il livello intellettuale e artistico di Schopenhauer e di Nietzsche è incomparabilmente più alto della rozza e contraddittoria demagogia di Hitler e di Rosenberg. Poiché se un uomo fornito di cultura filosofica e letteraria, capace di seguire sotto l’aspetto gnoseologico le sfumature della rielaborazione di Schopenhauer ad opera di Nietzsche, e di comprendere con competenza estetica e psicologica le sfumature della sua critica della decadenza, presta tuttavia fede al mito del superuomo e a quello dell’«eterno ritorno», ciò, in fin dei conti, è più difficile da capire che se un giovane operaio poco istruito, che non è mai stato o è stato solo temporaneamente in un’organizzazione di partito, e che è stato gettato sul lastrico alla fine del suo periodo di apprendistato, crede, nella sua disperazione, che Hitler possa realizzare il «socialismo tedesco».

Vale anche qui ciò che a suo tempo Marx aveva detto a proposito delle «ciniche» dottrine dell’economia classica, cioè che le dottrine non sono passate dai libri alla realtà, bensì dalla realtà nei libri. La questione se a un certo momento, in determinati ceti sociali, domini un’atmosfera di sana e spassionata critica, oppure di superstizione, di attesa miracolistica, di credulità irrazionalistica, non è una questione di livello intellettuale, ma di situazione sociale. Evidentemente in ciò hanno una parte importante le ideologie che ci sono state e hanno agito prima, in quanto accrescono o attenuano le tendenze alla critica o alla credulità. Ma non si dimentichi che l’efficacia o l’inefficacia di una tendenza di pensiero procede del pari dalla realtà ai libri e non dai libri alla realtà.

La storia ci insegna che epoche in cui dominarono in modo particolare la credulità, la superstizione, l’attesa di miracoli, non furono affatto necessariamente epoche di un livello di civiltà particolarmente basso. È anzi vero il contrario. Vediamo una tendenza di questo genere al tramonto del mondo antico, al punto culminante della civiltà greco-romana, all’epoca della massima diffusione della cultura alessandrina. E vediamo che in questo periodo non già soltanto gli schiavi ignoranti, i piccoli artigiani, i portatori del cristianesimo furono estremamente disposti ad accogliere la fede nel miracolo, ma anche eruditi ed artisti molto dotati e molto evoluti, come Plutarco o Apuleio, Plotino o Porfirio mostrarono del pari credulità e superstizione. E – per addurre ancora un esempio significativo – il punto culminante dell’assurda credenza nelle streghe non è affatto l’età più oscura del Medioevo, ma la grande crisi di transizione dal Medioevo all’età moderna, l’epoca di Galileo e di Keplero. Anche qui si può constatare che molti dei più notevoli spiriti dell’epoca non erano immuni da forme diverse di superstizione: basti pensare a Francesco Bacone, a Jacob Böhme, a Paracelso e via dicendo.

Il carattere comune di queste epoche di follia sociale, di superstizione spinta all’estremo e di fede miracolistica, consiste in ciò che si tratta sempre di periodi in cui avviene il tramonto di un antico ordine sociale, di una civiltà secolare, e al tempo stesso il travaglio della nascita di una civiltà nuova. Questa generale mancanza di sicurezza della vita capitalistica subì in Germania, negli anni della crisi, un aumento tale che significò una conversione in qualcosa di qualitativamente nuovo e particolare; e ciò conferì a questa ricettività una diffusione senza precedenti nelle masse, e questa ricettività fu sfruttata dal fascismo nel modo più spregiudicato.

Quali forme di pensiero abbia assunto concretamente questo sfruttamento demagogico della situazione disperata di larghi strati della popolazione tedesca, sarà descritto e analizzato in seguito. Soltanto allora, nell’analisi concreta, potrà risultare veramente chiaro come la demagogia e la tirannia fasciste furono soltanto il culmine estremo di un lungo processo, apparso all’inizio come «innocente» (appartenente al dominio della filosofia pura, o al massimo della Weltanschauung): la distruzione della ragione.

Questo processo, i cui inizi vanno cercati nella lotta della restaurazione feudale e del romanticismo reazionario contro la Rivoluzione francese, e la cui fase estrema, come abbiamo visto, ha luogo nel periodo imperialistico del capitalismo, non è affatto limitato alla sola Germania. Tanto le sue origini quanto la sua manifestazione hitleriana e la sua sopravvivenza nel presente hanno radici economico-sociali internazionali, e la filosofia irrazionalistica presenta quindi del pari un carattere internazionale. Ma abbiamo potuto vedere nell’introduzione che essa non è mai pervenuta all’efficacia diabolica che esplicò nella Germania di Hitler; che, salvo rare eccezioni, non ha mai raggiunto l’egemonia che aveva raggiunto già prima in Germania, e su scala non solo tedesca, ma internazionale. Era perciò necessario, in questo capitolo, indicare e analizzare brevemente quelle caratteristiche storico-sociali che hanno fatto della Germania la patria e il centro dell’ostilità alla ragione.

Perciò la seguente esposizione di tendenze di storia della filosofia sarà circoscritta – salvo poche eccezioni, come Kierkegaard o Gobineau – allo sviluppo del pensiero tedesco. Questo pensiero e soltanto questo ha condotto finora a un hitlerismo. E perciò, riteniamo, il fatto di limitarci all’esposizione della storia dell’irrazionalismo in Germania non diminuisce, ma accresce il significato internazionale della trattazione. Essa è un discite moniti agli uomini pensanti di tutti i popoli, un invito a considerare che non c’è una filosofia «innocente», una filosofia puramente accademica, e che è sempre ed ovunque oggettivamente presente il pericolo che un qualche incendiario, servendosi del contenuto filosofico di «innocenti» conversazioni da salotto o da caffè, di conferenze accademiche, di feuilletons, di saggi e via dicendo, accenda di nuovo un fuoco alla Hitler. Delle mutate circostanze dell’odierna situazione mondiale e delle loro conseguenze nel campo del pensiero ci occuperemo nella conclusione. Esse mostrano differenze profonde fra la preparazione ideologica della seconda guerra imperialistica mondiale e quella della terza. Per ragioni che a suo luogo spiegheremo, sembra che l’irrazionalismo puro e semplice non abbia oggi la parte dominante che ha avuto al tempo dell’organizzazione del secondo incendio mondiale. Ma mostreremo che esso forma ancora sempre, per così dire, l’atmosfera ideologica della nuova propaganda di guerra, o almeno sostiene in questa una parte non trascurabile. Il monito, che qui s’intende dare, ad apprendere dal passato, non ha quindi minimamente perduto la sua attualità perché le circostanze sono sotto molti aspetti mutate. Tanto più che tutta una serie di elementi che furono già decisivi nell’irrazionalismo «classico» dei tempi di Hitler (agnosticismo, relativismo, nichilismo, tendenza alla creazione di miti, mancanza di senso critico, credulità, attesa miracolistica, pregiudizi e odio di razza ecc.), sostiene una parte non meno importante, anzi talvolta ancora maggiore, nella propaganda ideologica della «guerra fredda».

La lotta fondamentale fra progresso e reazione si combatte quindi anche oggi, nel campo del pensiero, per l’ulteriore sviluppo o la distruzione della ragione; anche se i conflitti si svolgono – immediatamente – con altri contenuti e con altri metodi che al tempo dell’hitlerismo. Crediamo perciò che il significato di una storia dei problemi fondamentali dell’irrazionalismo vada anche oggi molto al di là del semplice interesse storico.

Dalla lezione che Hitler ha dato al mondo, ogni singolo individuo, come ogni popolo, dovrebbe cercare di apprendere qualcosa per la propria salvezza. E questa responsabilità è particolarmente grave per i filosofi, che sarebbero tenuti a vegliare sull’esistenza e lo sviluppo della ragione nella misura della loro partecipazione reale all’evoluzione sociale. (Dove peraltro non va sopravvalutata la loro reale importanza in questa evoluzione). In Germania e altrove essi hanno trascurato questo loro dovere, e anche se finora non si sono ancora realizzate dappertutto le parole di Mefistofele su Faust disperato:

Verachte nur Vernunft und Wissenschaft,

Der Menschen allerhöchste Kraft,

So hab ich dich schon unbedingt1

ciò – a meno che non intervenga un cambiamento –, per i paesi a struttura economica imperialistica, per le civiltà che si trovano sotto il segno dell’irrazionalismo, non significa affatto una garanzia che domani non diventeranno preda di un diavolo fascista, a paragone del quale Hitler sarebbe forse soltanto un inesperto principiante. La limitazione dell’analisi all’evoluzione tedesca, alla filosofia tedesca vuole quindi sottolineare proprio questo discite moniti.


1 Disprezza la ragione e la scienza, la più eccelsa facoltà dell’uomo, e io ti avrò completamente in mio potere [N. d. T.].