Prolegomeni all’ontologia dell’essere sociale. 2

di György Lukács

I testiProlegomeni all’ontologia dell’essere sociale. Questioni di principio di un’ontologia oggi divenuta possibile, Guerini e Associati, Milano, 1990.


Il posto centrale della genericità, il superamento della mutezza che essa possiede nella natura, non è affatto una singola «trovata» geniale del giovane Marx. Sebbene la questione assai di rado compaia apertamente, con questa esplicita terminologia, nelle sue opere successive, Marx non ha mai cessato di vedere nello sviluppo della genericità il criterio ontologico determinante del processo evolutivo dell’umanità. Già la sottolineatura continua dell’arretramento delle barriere naturali come contrassegno del realizzarsi della socialità rimanda a tale concezione. Ancora più indicativo è forse che Marx definisca il socialismo veramente realizzato, il comunismo, come fine della preistoria dell’umanità. Egli quindi si differenzia dagli utopisti, – perfino dai grandissimi – non soltanto per il fatto di esporre oggettivamente ed esattamente le tendenze storico-sociali che conducono al comunismo, ma anche perché in questo stadio non vede una vetta finalmente raggiunta nella storia del genere umano, quanto invece l’inizio della vera e propria storia reale del genere umano. Dalla nascita del lavoro (e, con ciò, delle basi d’essere oggettive e soggettive del genere umano) fino al comunismo abbiamo dunque a che fare solo con la preistoria di questo processo, della storia reale dell’umanità.

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Prolegomeni all’ontologia dell’essere sociale. 1

di György Lukács

I testi> Prolegomeni all’ontologia dell’essere sociale. Questioni di principio di un’ontologia oggi divenuta possibile, Guerini e Associati, Milano, 1990, cap. 1.


Non sarà una sorpresa per nessuno – meno che mai per l’autore di queste righe – se il tentativo di basare sopra l’essere il pensiero filosofico intorno al mondo va incontro a molteplici resistenze. Gli ultimi secoli di pensiero filosofico sono stati dominati da gnoseologia, logica e metodologia e il loro dominio è ben lontano dall’essere sorpassato. La preponderanza della prima di queste discipline è divenuta talmente forte da far dimenticare all’opinione pubblica competente che la missione storica della gnoseologia, culminante in Kant, consisteva, quanto al suo scopo principale, nel fondare e garantire il diritto alla egemonia scientifica della scienza naturale sviluppatasi a partire dal Rinascimento, ma di farlo in termini tali che restasse salvo – ogni volta nella misura socialmente richiesta – lo spazio ideologico che l’ontologia religiosa si era storicamente conquistato. In questo senso storico lato si può considerare padre della moderna gnoseologia il cardinal Bellarmino, anche se la dottrina della doppia verità del nominalismo va vista già come sua anticipazione.

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Nota del traduttore

di Alberto Scarponi

I testi> Prolegomeni all’ontologia dell’essere sociale. Questioni di principio di un’ontologia oggi divenuta possibile, Guerini e Associati, Milano, 1990.


La presente traduzione dei Prolegomeni all’Ontologia dell’essere sociale è stata condotta sul dattiloscritto, riscontrato, in caso di dubbi a proposito del testo, sulla fotocopia del manoscritto originale, ambedue fornitici dalla cortesia del professor László Sziklai, direttore dell’Archivio Lukács di Budapest.

Questa condizione ci ha permesso di correggere alcune pochissime sviste da noi individuate nel dattiloscritto. Ad esempio, a p. 222, un «Hegelschen Versuch» in base al nostro riesame del manoscritto è diventato «tentativo engelsiano» e non «hegeliano». Oppure, alla nota 178, il riscontro sull’originale ci ha indotto a togliere l’abbreviazione «Rj» – che nel dattiloscritto era stata sostituita da un punto interrogativo e nella edizione tedesca dal soggetto impersonale «man» – mettendo al suo posto il cognome «Rjazanov» e ciò in concordanza con la analoga nota dell’Ontologia (cfr. G. Lukács, Per l’ontologia dell’essere sociale, I, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 292, nota 12) dove è appunto il celebre curatore della prima raccolta delle opere di Marx ed Engels a dare notizie a Lukács sui manoscritti marxiani inediti.

Ciò in uno sforzo di massima fedeltà al testo di Lukács. Ed è a questo criterio che ci siamo ispirati riportando a piè di pagina le indicazioni bibliografiche dell’autore così come sono registrate nel dattiloscritto. Quando poi è stato possibile reperirla, abbiamo segnato tra parentesi quadre l’edizione italiana dell’opera cui ogni volta si fa riferimento.

Pure tra parentesi quadre, come d’uso, sono le rare aggiunte al testo fatte per facilitare al lettore la ricostruzione del pensiero dell’autore.

Introduzione [a Prolegomeni all’ontologia dell’essere sociale]

di Nicolas Tertulian

I testi> Prolegomeni all’ontologia dell’essere sociale. Questioni di principio di un’ontologia oggi divenuta possibile, Guerini e Associati, Milano, 1990.


Prolegomeni all’Ontologia dell’essere sociale possiedono il valore di un testamento, per il fatto di essere l’ultimo grande testo filosofico di Lukács. Vennero infatti redatti poco prima della sua morte.

Sapendolo impegnato nella redazione dell’Ontologia, opera molto attesa da tutti coloro che erano interessati al suo pensiero, in una lettera spedita da Parigi, dove ci trovavamo per tenere alcune conferenze sulla sua Estetica, gli avevamo chiesto notizie intorno al suo lavoro. Il 14 gennaio 1971 egli ci mandò questa breve risposta, che permette di datare la nascita dei Prolegomeni: «Con l’Ontologia procede assai lentamente. In autunno ho messo giù la prima stesura di un prolegomenon (circa 300-400 pagine). Ho ancora il problema della revisione e della eventuale rielaborazione. (Purtroppo ho avuto nel frattempo una [parola indecifrabile] leggera influenza; alla mia età però la capacità di lavorare ritorna assai lentamente)».

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La base oggettiva dell’estraniazione e del suo superamento. La forma attuale dell’estraniazione

di György Lukács

Ontologia dell’essere sociale, Volume II, tomo 2, IV. L’estraniazione, cap.3, Editori Riuniti, Roma 1981.


Abbiamo dunque analizzato per esteso, fin dove ciò era possibile nell’ambito di una ontologia generale, le forme ideologiche dell’estraniazione. L’indagine è iniziata da tale aspetto perché, come abbiamo visto, qualsiasi estraniazione, per quanto massicciamente la sua esistenza possa essere determinata dall’economia, non è mai in grado di svilupparsi del tutto e quindi non può venir superata in maniera teoricamente corretta e praticamente efficace senza la mediazione delle forme ideologiche. Questa inamovibilità della mediazione ideologica, però, non significa che l’estraniazione sia da considerarsi, sotto nessun profilo, un mero fenomeno ideologico; quando a qualcuno sembra che essa sia tale, è sempre perché egli non tiene conto della fondazione economica oggettiva anche di quei processi che all’apparenza posseggono un decorso puramente ideologico. Ricordiamo a tale proposito, per così dire introduttivamente, la determinazione generale che Marx fornisce dell’ideologia, secondo cui essa è lo strumento sociale con il cui ausilio gli uomini combattono in conformità ai propri interessi i conflitti che nascono dal contraddittorio sviluppo economico. Cioè a dire, non si parla mai, fin dall’inizio, di una netta separazione di sfere, ma invece di assai complicati processi interattivi nei quali l’essere sociale, determinato in primo luogo dall’economia, induce gli uomini a risolvere con l’ausilio dell’ideologia i conflitti che ne sorgono. Contenuto, specie, intensità, ecc. di questi processi di soluzione di conflitti hanno dunque una doppia fisionomia sociale: o semplicemente regolano la vita personale dei singoli, per cui i fondamenti economici continuano intanto a esistere e operare oggettivamente, cioè il cambiamento è reale soltanto nelle reazioni dei singoli ad essi, oppure l’integrarsi a livello sociale di singole ribellioni produce movimenti di massa che hanno forza sufficiente per affrontare con successo la lotta contro i fondamenti economici delle rispettive estraniazioni umane. Dopo tutto quanto abbiamo detto finora, è evidente che il primo tipo di comportamento costituisce di solito, dal punto di vista sociale, una preparazione sia soggettiva che oggettiva al secondo. Quindi le opposizioni che si verifichino nella prassi immediata soggettivo-personale della vita quotidiana non vanno mai assolutizzate in termini astorici. Per esempio, nella loro lotta contro le estraniazioni feudali-assolutistiche gli illuministi del secolo XVIII furono precursori sociali della rivoluzione francese e il fatto che essi nella loro maggioranza rifiutassero sul piano teorico la rivoluzione come mezzo per distruggere quelle estraniazioni, non cambia in nulla questo rapporto sociale oggettivo.

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Gli aspetti ideologici dell’estraniazione. La religione come estraniazione

di György Lukács

Ontologia dell’essere sociale, Volume II, tomo 2, IV. L’estraniazione, cap.2, Editori Riuniti, Roma 1981.


Quanto abbiamo detto nella prima parte del capitolo ci ha mostrato che l’estraniazione è in gran parte anche un fenomeno ideologico e che in specie la lotta soggettiva individuale per liberarsi da essa ha un carattere ideologico. Questa situazione ci obbliga a soffermarci anzitutto su quei momenti di questo processo che hanno uno specifico carattere ideologico. Solo dopo averli conosciuti, soltanto sulla base di questa conoscenza (ma spesso in settori delimitati), saremo in grado di guardare con adeguatezza e concretamente al fenomeno in tutta la sua portata. Vedremo che l’elemento fondante è nell’immediato quel che abbiamo chiamato ontologia della vita quotidiana. Infatti dalle considerazioni precedenti risulta già chiaro: l’estraniazione di ogni individuo si sviluppa dalle sue interazioni con la propria vita quotidiana. Essa è, nel suo insieme e negli aspetti particolari, un prodotto dei rapporti economici ogni volta dominanti, e ovviamente sono questi che esercitano gli influssi in ultima analisi decisivi sugli uomini, anche nelle sfere ideologiche. Ciò non è in contraddizione con il fatto che il medium fra la generale struttura economica della società e l’individuo sia appunto l’essere della vita quotidiana, il quale al contrario dà concretezza ai contenuti e alle forme di quel momento. Perciò, quando si intenda esaminare un fenomeno ideologico nella sua essenza, nella sua attualità, nelle sue linee di trasformazione, ecc., non è possibile mettere da un canto i problemi dell’ontologia quotidiana. Come la struttura e lo sviluppo economici di una società costituiscono la base oggettiva dei fenomeni, così l’ontologia della vita quotidiana costituisce quel medium onnilaterale di immediatezza che per la massima parte degli uomini è la forma da cui sono messi in comunicazione concreta con le tendenze spirituali del loro tempo. Sono eccezioni gli individui che si trovano in contatto diretto e continuato con le espressioni ideologiche vere e proprie, quelle più chiare ed elevate, del loro tempo e che nella loro prassi reagiscono di continuo direttamente ad esse. Ma persino su costoro incide l’ontologia della vita quotidiana. Perciò non dobbiamo mai trascurare questa zona di mediazione.

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I tratti ontologici generali dell’estraniazione

di György Lukács

Ontologia dell’essere sociale, Volume II, tomo 2, IV. L’estraniazione, cap.1, Editori Riuniti, Roma 1981.


Per delineare con chiarezza e intendere in concreto il fenomeno dell’estraniazione, occorre anzitutto esaminare bene quale sia il suo posto nel complesso totale dell’essere sociale. Se infatti non se ne tiene conto – e non importa che ciò avvenga a causa di una interpretazione troppo larga o troppo ristretta del fenomeno – l’analisi viene inevitabilmente a trovarsi in un gorgo di idee deformate. Per evitarlo, noteremo subito all’inizio che noi consideriamo l’estraniazione un fenomeno esclusivamente storico-sociale, che si presenta a determinate altezze dello sviluppo essente e da quel momento assume nella storia forme sempre differenti, sempre più chiare. La sua costituzione, dunque, non ha nulla da vedere con una generale condition humaine e tanto meno possiede una universalità cosmica.

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Storicità e universalità teorica

di György Lukács

Ontologia dell’essere sociale, Volume I, IV. I principi ontologici fondamentali di Marx, cap.3, Editori Riuniti, Roma 1981.


In tutte le nostre considerazioni ontologiche che precedano, la storicità di ogni essere sociale, come determinazione conforme all’essere, era implicita sia nel complesso che nei casi particolari. Tale aspetto è stato da noi messo in rilievo già, per esempio, quando abbiamo citato l’opinione del giovane Marx – da lui mai abbandonata – sull’esistenza di una scienza universale unitaria della storia. E tuttavia riteniamo che questa presenza semidichiarata della storicità non sia sufficiente per comprendere in maniera adeguata i problemi specificamente ontologici dell’essere sociale. Occorre invece mettere a confronto con la loro intrinseca storicità almeno le categorie e le connessioni categoriali più importanti.

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La riproduzione della società come totalità

di György Lukács

Ontologia dell’essere sociale, Volume II, tomo 1, I. Il lavoro, cap.5, Editori Riuniti, Roma 1981.


Abbiamo così reso visibile un polo dello sviluppo sociale, l’uomo stesso, nella sua crescita verso il proprio essere-per-sé e verso la genericità consapevole. L’analisi delle forze ontologicamente determinanti questa crescita mostra che esse sono sempre risultato di interazioni fra la rispettiva formazione sociale e le possibilità e necessità di agire degli uomini, i quali entro il campo offerto dalla formazione realizzano concretamente le possibilità e i compiti che essa pone loro. Abbiamo anche visto che per comprendere questo sviluppo non occorre ipotizzare una essenza a priori della «natura umana». La storia stessa mette in luce uno stato di cose assai semplice, ma ontologicamente fondamentale: il lavoro è in grado di suscitare nell’uomo nuove capacità e nuovi bisogni, le conseguenze del lavoro vanno oltre quanto in esso viene immediatamente e consapevolmente posto, fanno nascere nuovi bisogni e nuove capacità di appagarli, e infine – nell’ambito delle possibilità oggettive di ciascuna formazione determinata – nella «natura umana» questa crescita non trova confini segnati a priori. (Il caso di Icaro non rimanda ai limiti della «natura umana», ma a quelli delle forze produttive nell’antica economia schiavistica.)

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La riproduzione dell’uomo nella società

di György Lukács

Ontologia dell’essere sociale, Volume II, tomo 1, I. Il lavoro, cap.4, Editori Riuniti, Roma 1981.


Solo chiarendo tali questioni possiamo arrivare a comprendere la riproduzione sociale come processo complessivo nei suoi caratteri autentici. Dobbiamo perciò ritornare al nostro punto di partenza, al fatto che l’essere sociale è un complesso di complessi i cui riproduzione si trova in varia e molteplice interazione con il processo riproduttivo dei complessi parziali relativamente autonomi, dove però la totalità esercita sempre un influsso soverchiante all’interno di queste interazioni. Ma anche così siamo ben lungi dall’aver dato una caratterizzazione sufficiente del processo sommamente complicato di cui dobbiamo ora parlare. Senza considerare superato quanto abbiamo detto fino adesso, occorre fermare ancora l’attenzione sulla natura bipolare, in ultimo decisiva, del processo totale. I due poli che ne delimitano i movimenti riproduttivi, che lo determinano in senso positivo e negativo, distruggendo vecchie barriere e ponendone di nuove, sono da un lato il processo riproduttivo nella sua totalità estensiva e intensiva, dall’altro i singoli individui la cui riproduzione in quanto singoli costituisce la base d’essere della riproduzione totale. Anche qui bisogna mettere da pane i pregiudizi volgar-meccanicistici dei successori di Marx. Nella loro maggioranza essi trasformarono la legalità oggettiva dell’economia in una sorta di scienza naturale speciale, reificarono e feticizzarono le leggi economiche al punto che l’individuo singolo si presentava come un oggetto completamente passivo della loro azione. Naturalmente il marxismo critica la smodata sopravvalutazione delle iniziative individuali contenuta nelle concezioni del mondo borghesi liberali. La polemica era giusta, ma qui si tramutò in una caricatura, e quando si tentò di correggerla, – diciamo kantianamente, – ne venne fuori una ricopiatura, che si pretendeva marxista, del dualismo fra i «mondi» della ragione pura e pratica. Anche per questo aspetto Engels nei suoi ultimi anni tentò di fermare la volgarizzazione. Nella medesima lettera citata da ultimo scriveva a tale proposito: «Ma per il fatto che le singole volontà – ognuna delle quali vuole quello che la spingono a volere la sua costituzione fisica e le circostanze esterne e in ultima istanza le circostanze economiche (o proprie personali, o generali e sociali) – non raggiungono quello che vogliono, ma si fondono in una media generale, in una risultante comune, per questo, non si può concludere che esse debbano essere fatte uguali a zero. Al contrario, ognuna contribuisce alla risultante ed è quindi compresa in essa»[1].

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