Riflessioni per una estetica del cinema 

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di György Lukács

[Gedanken zu einer Aesthetik des Kino pubblicato per la prima volta sul quotidiano “Pester Lloyd” il 16 aprile del 1911, ora in Scritti di sociologia della letteratura, Mondadori, Milano 1976]


Emanciparsi dalla confusione dei concetti è un’operazione molto difficile: qualcosa di nuovo e di bello è nato ai nostri giorni, ma invece di prenderlo così com’è, “come qualcosa di nuovo e di bello”, si vuole a tutti i costi comprenderlo attraverso vecchie e inappropriate categorie, svestendolo del suo vero significato e del suo valore. Oggi il cinema è infatti solamente inteso come lo strumento di una pedagogia illustrativa, oppure come una nuova e economica forma di spettacolo concorrente al teatro: da un lato quindi come qualcosa di educativo, dall’altro di economico. Bisogna invece partire dal fatto che la determinazione e la valutazione di un nuovo modo di creare bellezza appartiene soprattutto all’estetica. 

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Rivoluzione e psicologia della vita quotidiana 

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di György Lukács

[Rivoluzione e psicologia della vita quotidiana è il testo di un’intervista realizzata a Lukács da András Kovács pubblicata su “Film Kúltura” e poi in italiano su “Cinema nuovo”, n. 217, maggio-giugno 1972.]


Nel 1919, durante la Repubblica ungherese dei consigli, lei partecipò al governo e, come commissario del popolo, per primo nella storia nazionalizzò la cinematografia. Quali ricordi ha di quell’avvenimento? 

Ho pochissimi ricordi. Non possiamo dimenticare che la storia della dittatura del proletariato venne scritta, in genere, in modo stalinista. Sotto questo aspetto si pretendeva una specie di potente sovrano, molto intelligente, in grado di mettere a posto tutto. In realtà non ero assolutamente un tale sovrano. Nella dittatura proletaria del 1919, mio unico merito fu quello di far intervenire, nell’ambito del Commissariato del popolo, con un ruolo di guida, i dirigenti di tutte le correnti progressiste nei vari campi, dall’insegnamento alla musica. Se lei ora mi volesse chiedere chi ha nazionalizzato il cinema, dopo cinquant’anni non potrei proprio rispondere. Personalmente mi occupavo molto di particolari questioni – istruzione pubblica, università, letteratura, arte – ma, le confesso, so pochissimo di quanto è avvenuto nel campo cinematografico. Non si può dimenticare, naturalmente, che nel 1919, il peso del cinema nella vita artistica e culturale era molto minore di quello di oggi. 

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L’anima e l’azione. Scritti su cinema e teatro


La prima antologia in italiano degli scritti di György Lukács sullo spettacolo riunisce le pagine più importanti della riflessione del filosofo ungherese su alcuni dei nodi cruciali delle estetiche novecentesche: la crisi del dramma, la separazione tra forme teatrali e drammaturgiche, la nascita della regia, l’emergere delle esperienze postdrammatiche, l’origine e l’ontologia del cinema. Scritti nel corso di più di mezzo secolo, i testi di Lukács ripercorrono criticamente l’evoluzione dei cinema e del teatro nel passaggio dal classico al moderno, dalle rivoluzioni delle avanguardie storiche a quelle delle neoavanguardie. Messa da parte ogni lettura ideologica, attraverso un percorso di storicizzazione e riattualizzazione, il volume offre al lettore uno strumento indispensabile di comprensione del presente, riscoprendo la straordinaria, e per certi versi sorprendente, modernità del pensiero di Lukács.

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Lukács. Maestro di pensiero critico


“Per quanto lo stesso Lukács non sia riuscito a svolgere la critica radicale necessaria nei confronti dell’ordine sociale post-rivoluzionario, il rifiuto appassionato e intellettualmente coerente della prospettiva di un disarmante pessimismo è rimasto parte legittima e valida del suo discorso. Nel momento in cui il collasso definitivo dello Stato sovietico avrebbe minacciato anche il suo ultimo Prinzip Hoffnung, egli non era più in vita. L’implosione del sistema capitalistico di tipo sovietico ha concluso un’esperienza storica durata sette decenni, rendendo storicamente superate tutte le teorizzazioni e le strategie politiche concepite nell’orbita della rivoluzione russa – sia in senso positivo che come varie forme di negazione. Il collasso del sistema non è separabile dalla crisi strutturale del capitale iniziata negli anni settanta. Quella crisi dimostrò chiaramente la vacuità delle strategie precedenti, fosse il progetto di Stalin di costruire il socialismo superando gli Stati Uniti nella produzione pro-capite di ghisa, o quello altrettanto assurdo del post-stalinismo di costruire una società comunista pienamente emancipata sconfiggendo il capitalismo con una competizione pacifica. Nel sistema capitalistico di fatto non ci può essere alcuna “competizione pacifica”; neppure quando una delle parti in competizione continua a illudersi di essere libera dalle deformanti costrizioni strutturali del capitale nella sua forma storicamente specifica”.

Per Lukács


di Marco Gatto

da L’ospite ingrato, 17 gennaio 2022


Si è da poco chiuso un anno lukacsiano. Il cinquantesimo anniversario della morte ha visto sorgere, anche nel nostro paese, più di un’iniziativa di commemorazione (convegni, seminari, libri). Simili ricorrenze si portano dietro sempre un sentimento di nostalgia. Nel caso del più grande critico letterario marxista del Novecento, si aggiungono il disappunto di vederlo spesso ridotto a figura vetusta di un secolo ormai lontano e l’amarezza per l’oblio a cui è destinato anzitutto nella “sua” Ungheria.

Aveva probabilmente ragione un sibillino Cesare Cases, che nel 1985 (a cento anni dalla nascita dell’autore di Teoria del romanzo), introducendo le pagine di Su Lukács. Vicende di un’interpretazione, confessava:

Ha luogo oggi un processo esattamente inverso a quella «appropriazione dell’eredità» di cui parlava Lukács (qui del resto in armonia con l’ufficialità socialista). Non c’è nessuna eredità, tutto è morto ma si disseppellisce periodicamente e si rianima con una trasfusione di sangue (sintetico, naturalmente) perché l’umanità abbia uno spettacolo in più, attinto a un passato che aveva di meglio da offrire. Forse nel 2018 si realizzerà il comunismo per festeggiare il secondo centenario della nascita di Marx, ma durerà un anno solo perché poi ricorrerà quello di qualche reazionario. Così temo che dopo una ventina di congressi e una cinquantina di pubblicazioni si tornerà a non parlare più di Lukács.1

Difficile dargli torto, in un’era in cui i presunti filosofi “radicali” rifanno valere, senza esplicitarla, ma in forme ovviamente libertarie, e in una coesistenza che non è più contraddizione, né paradosso, l’origine heideggeriana del proprio credo (per tacere di altri gerghi dell’autenticità, che riaffiorano inevitabilmente in tempo di crisi). Difficile non essere d’accordo, aggiungendo che l’attuale mercato editoriale ha destinato all’oblio una cospicua parte dei testi di Lukács, alcuni dei quali ormai introvabili.

Mi limito pertanto a segnalare tre contributi – ma è solo un campione – usciti nel ristretto fazzoletto di tempo del biennio 2020-2021, con l’auspicio essi tengano viva l’attenzione su Lukács al di là della mera occasione commemorativa. Hanno difatti il merito di ripresentare – in un momento in cui le ricostruzioni sono più necessarie d’altro – i nodi centrali di un pensiero composito e articolato,2 che solo in un senso assai riduttivo può essere riassunto dalla sua segmentazione in “fasi” (con l’inevitabile e fazioso accento riposto sulle ricusazioni).

In questo senso, è da salutare la riproposizione, curata con intelligenza da Lelio La Porta, di alcune pagine di Giuseppe Prestipino (in maggioranza tratte da un libro importante come Realismo e utopia, in origine uscito nel 2002), sotto il titolo di Su Lukács. Frammenti di un discorso etico-politico3 e con un ricco scritto in appendice, a firma di Velio Abati. Il percorso che va da Storia e coscienza di classe sino alla poderosa Ontologia è riletto da Prestipino con un occhio sempre rivolto al tentativo lukacsiano di rinnovare il marxismo nel momento della sua annunciata dissoluzione. Così come è da segnalare, sempre a cura dell’instancabile La Porta, un utile Lukács chi? Dicono di lui,4 che raccoglie scritti di varia natura sul pensatore ungherese (alcuni di rilevanza storica: da Palmiro Togliatti a Ernesto Che Guevara), nonché il carteggio con Elsa Morante ed Enrico Berlinguer.

Rappresenta una novità di spicco la traduzione nella nostra lingua dei saggi politico-letterari che Lukács scrisse tra il 1946 e il 1948 nel tentativo di partecipare attivamente alla costruzione socialista della società ungherese. Per la cura e traduzione di Antonino Infranca, è possibile leggere questi contributi – accanto ad altri, precedenti o successivi, chiaramente indispensabili per contestualizzare il pensiero dell’intellettuale marxista dopo gli anni a Mosca; e accanto al dibattito che ne scaturì e che sancì l’allontanamento di Lukács dal suo paese – nell’antologia Letteratura e democrazia. Il «dibattito Lukács» (1946-1949) e altri saggi.5 Come scrive il curatore nelle pagine introduttive, «La lotta» ingaggiata dal filosofo «contro le tendenze reazionarie, fasciste e feudali, ancora presenti nella società e nella cultura ungherese del secondo dopoguerra, sia contro le tendenze staliniste interne al partito comunista ungherese»,6 si gioca sia sull’analisi della struttura di classe, sia su uno studio della cultura letteraria coeva, letta come ampio riflesso dell’intera condizione sociale.

Nella preferenza che Lukács accorda al modello del grande realismo borghese, da opporre alle retrive deformazioni di un oggettivismo artisticamente meccanico, riaffiorano senza dubbio le tesi dei grandi saggi degli anni Trenta dedicati a Balzac, Stendhal, Zola, Flaubert e alla letteratura russa (il noto Narrare o descrivere?, ad esempio), che il pubblico italiano ha imparato a conoscere, dagli anni Cinquanta del secolo scorso, grazie alle traduzioni di Cases. I Saggi sul realismo e Il marxismo e la critica letteraria uscirono per Einaudi nel 1950 e nel 1953, incontrandosi con le rinate pagine gramsciane di Letteratura e Vita Nazionale e dando respiro a una ricezione non poco problematica, su cui si dovrebbe tornare a riflettere anche grazie alle pagine, decisive in tal senso, di Fortini.7 Nei contributi di Letteratura e democrazia avremmo, se ce ne fosse bisogno, la conferma della capacità, tutta lukacsiana, di instaurare un percorso dialettico tra fenomeni culturali e condizioni storico-materiali, tra specificità estetica ed eteronomia del campo artistico, insomma tra particolare e universale. Anche e soprattutto alla luce della vera “ossessione” tragica di Lukács: quel tracollo della totalità che, da sinonimo di decadenza ideologica, si fa cartina al tornasole di un più generale cedimento alla logica dell’irrazionalismo (e del particolarismo). I cui esiti, in forma aggravata (e lungi dalla retorica della ricorsività), non sono certo affare del passato.

Eppure, quella tragicità, che permea gli scritti di Lukács sin dai suoi esordi, e che fatalmente oggi lo vedrebbe recuperato tra le schiere degli apocalittici (insieme al “mito” della sua gioventù kierkegaardiana e pre-marxista), non è tutto. Lo ricordava già Fortini, riflettendo sul dibattito con Adorno e sui limiti di una certa lettura del modernismo europeo. E da lì bisognerebbe ripartire ancora una volta:

la categoria della decadenza ha indubbiamente in Lukács un preciso significato storico: ed è legittimo e doveroso approfondirlo, spogliarlo di ogni connotazione moralistica, e (soprattutto criticando l’idea lukacsiana di «personaggio») valutare tutte le grandi opere del decadentismo nelle quali la conflittualità è rappresentata, senza dare eccessiva importanza alla nozione-salvagente di realismo critico, la meno felice di Lukács. Ma al tempo stesso sarà necessario, in un certo senso, ripercorrere a ritroso, per comprenderlo e trarne tutti gli insegnamenti possibili, l’itinerario spirituale di Lukács e chiedersi se per caso il suo risultato non sia invero, pur nelle sue conversioni, quello da Goethe auspicato come la più profonda felicità della personalità: di «condurre a maturazione, al vertice della vita, le tendenze dell’inizio»: che in lui erano la coscienza violenta della opposizione di «vita» e «non vita». Se cioè la totalità e la parzialità, l’alienazione e l’integrità, il realismo e l’antirealismo non siano tuttora componenti obiettive della nostra esistenza e non ci venga richiesto, anzitutto, di non mediarle facilmente, di non mascherarle, di non disporle nella ottimistica «geometria piana» del riformismo.8

Note

1 C. Cases, Su Lukács. Vicende di un’interpretazione, Torino, Einaudi, 1985, pp. XII-XIII.

2 Il più recente bilancio dell’interesse lukacsiano nel nostro paese è costituito dal ricco numero di «Moderna» (nn. 1-2, 2016) curato da Mario Domenichelli e Margherita Ganeri, cui si rimanda.

3 G. Prestipino, Su Lukács. Frammenti di un discorso etico-politico, a cura di L. La Porta, Roma, Editori Riuniti, 2020.

4 L. La Porta (a cura di), Lukács chi? Dicono di lui, Roma, Bordeaux, 2021.

5 G. Lukács, Letteratura e democrazia. Il «dibattito Lukács» (1946-1949) e altri saggi, a cura di A. Infranca, Milano, Punto Rosso, 2021.

6 Ivi, p. 13.

7 F. Fortini, Lukács in Italia [1959], ora in Id., Saggi ed epigrammi, a cura di L. Lenzini, Milano, Mondadori, 2003, pp. 234-267. Sarebbe utile – fosse solo un esercizio di straniamento, certi che non lo sia – rileggere, di questo saggio, un passo assai incisivo: «Noi non abbiamo il diritto di dire “socialismo” come dice Lukács, che nei paesi del socialismo ci vive, bene o male, da venticinque anni; a noi tocca formular di nuovo il come e il dove del socialismo; per questo il momento “ascetico” o “tragico” di Lukács ci tocca tanto, e per questo, pronti a subir ogni accusa di metafisica, non siamo disposti a barattarlo né con le angosce integrate dell’ultima avanguardia né con la neoilluministica pazienza dell’attuale riformismo letterario italiano» (p. 249).

8 Ivi, p. 263.

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Carlo Formenti, Ombre rosse. Saggi sull’ultimo Lukács e altre eresie

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“Ombre rosse” costituisce un prezioso commentario a due capolavori del marxismo novecentesco: “Il principio speranza” di Ernst Bloch e “Ontologia dell’essere sociale” di György Lukács. Priva di ogni pretesa di analisi filologica o di esegesi esaustiva, l’opera di Carlo Formenti ha un obiettivo più modesto e sicuramente più utile sul piano politico: selezionare e discutere quei passaggi che più possono aiutarci a capire la realtà contemporanea e a dotarci di strumenti teorici per rilanciare la lotta di classe in un momento storico in cui l’offensiva del capitale ha ridotto ai minimi termini la capacità di resistenza del lavoro. In altre parole, proiettare il marxismo oltre i suoi limiti storici.

Movimenti di massa antiscientifici del dopoguerra

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di  György Lukács

Wissenschaftsfeindliche Massenströmungen in der Nachkriegszeit [1933], da  Wie ist die faschistische Philosophie in Deutschland entstanden? [Come è nata l’ideologia fascista in Germania?], mai tradotto in italiano, a quanto ci risulta, e pubblicato per la prima volta in tedesco a cura di László Sziklai, pubblicazioni dell’Archivio Lukács, Akadémia Kiadó, Budapest (1982), e più recentemente in G. L., Zur Kritik der faschistischen Ideologie, [Critica dell’ideologia fascista] Aufbau, Berlin-Weimar 1989.


Nel dopoguerra la corrente antiscientifica che la filosofia della vita aveva portato in auge andò ben oltre i confini della cosiddetta opinione pubblica scientifica, intesa nel senso più ampio. Gli shock della guerra e del dopoguerra, la profonda disperazione e il sentimento di una condizione senza via d’uscita che attanagliavano masse molto ampie, specialmente della piccola borghesia, l’insicurezza e la mancanza di prospettive per le basi materiali, morali e spirituali, della loro esistenza abituale, la perdita di fiducia nei leader e consiglieri spirituali tradizionali (monarchia, vecchio stato, chiesa, ecc.), produssero un’ideologia della disperazione in queste masse. Essa si presentò in parte come un disperato aggrapparsi ai vecchi “valori” religiosi e morali, in parte – ciò che è qui importante – come una disperata ricerca di una nuova fede a qualsiasi prezzo.

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Perché la borghesia ha bisogno della disperazione?

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di  György Lukács

Il saggio è del 1948 e fu pubblicato con il titolo originale “Wozu braucht die Bourgeoisie die Verzweiflung?” nel 1951 nella rivista Sinn und Form, n°. 4, pp. 66-69 e, nel 1956, nella raccolta Schicksalswende, Beiträge zu einer neuen deutschen Ideologie, Berlino, Aufbau Verlag, 1956, pp. 151-154.

In italiano in G.L., Dialettica e razionalismo. Saggi 1932-1970, a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2020.


L’ideologia tradizionale, abituale, di difesa della borghesia è l’idealizzazione: sotto una forma ideale e artistica, si devono fare sparire le opposizioni brutali, gli orrori creati dalla società capitalisti­ca. È così che, dopo più di un secolo, tutta la scienza e l’arte sono basate sull’apologia, a partire dalla filosofia accademica. Questo orientamento ha raggiunto la sua forma più grossolana nei film hollywoodiani, ma spesso, la filosofia professorale stessa non è niente altro che un film a happy end, sotto una forma concettuale.

Affianco alla realtà spaventosa degli ultimi decenni, l’idealizzazio­ne pura si è pertanto rivelata troppo debole, inefficace. Almeno nel­le sfere della riflessione dell’intellighenzia borghese; nascondere al loro sguardo i fatti sconvolgenti della vita sociale, cancellarli con i mezzi anche semplici, era divenuto impossibile.

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