Archivio Lukács

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Nel sito Real-MS sono elencati i materiali d’archivio relativi a Lukács. Si tratta di 1959 item di materiali manoscritti.

Una vera miniera d’Archivio. Buone letture e buone ricerche.

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Conclusione

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di Enzo Traverso

da Dialettica dell’irrazionalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, Ombre Corte, Verona 2022


Il neoconservatorismo, il postfascismo1, il postmoder­nismo, gli studi postcoloniali e l’ecologia sono dibattiti di questo inizio del XXI secolo, non degli anni Cinquanta. Sollevano questioni importanti che non possono essere evacuate rileggendo La distruzione della ragione. Natu­ralmente, non possiamo abolire la distanza che ci separa dall’opera di Lukács. Come ogni grande opera del pen­siero critico, anche le più controverse, il suo destino è quello di sopravvivere al suo tempo e di essere reinter­pretata nel presente.

Riletto oggi, questo libro rivela ovviamente limiti, semplificazioni e molte valutazioni errate che, a distanza di settant’anni, appaiono tanto grandi quanto inaccetta­bili. I nostri criteri esegetici sono cambiati, ma storiciz­zare non significa applicare una saggezza retrospettiva. Sarebbe un’ermeneutica facile, sterile e probabilmente anche ingiusta. Non possiamo leggere La distruzione del­la ragione come contributo a un dibattito contemporaneo su Weber, Nietzsche, Heidegger e Schmitt. Così come sa­rebbe inutile rimproverare agli attori della Seconda guerra mondiale di aver trascurato le virtù dell’etica della di­scussione così convincentemente postulata da Jürgen Ha­bermas. Il libro di Lukács dovrebbe piuttosto essere letto come lo specchio filosofico di una guerra civile europea2. Le guerre civili sono miopi nei confronti delle sfumature della legge, dei diritti dell’avversario, dell’umanità degli sconfitti e del buon senso degli spettatori innocenti, non conoscono l’arte del compromesso e tendono agli eccessi ideologici ed emotivi. Ma la storia è crudele e ci sono guerre civili che meritano di essere combattute. La di­struzione della ragione non è soltanto un’interpretazione dogmatica della dialettica di Hegel e della filosofia della storia di Marx, né soltanto la difesa di un governo tiran­nico dipinto come foriero di progresso. Queste dimen­sioni dell’opera di Lukács non sono soltanto caduche; la difesa di Hegel era discutibile, l’apologia dello stalinismo era falsa e odiosa fin dal momento della prima pubbli­cazione. Una rilettura rigorosa di quest’opera dovrebbe evitare le condanne e le assoluzioni unilaterali: dovrebbe, da un lato, sottoporla alla prova di una critica severa e, dall’altro, saper cogliere, tra le righe delle sue perentorie valutazioni, gli echi di Stalingrado. Questo è sufficiente per conferirle una posizione di rilievo nella cultura del Novecento.


1 Sul postfascismo come corrente culturale e politica che viene dopo e va oltre il fascismo storico, si veda Traverso, I nuovi volti del fascismo, cit.

2 Si veda Enzo Traverso, A ferro e fuoco. La Guerra civile europea (1914-1945), il Mulino, Bologna 2008.

Irrazionalismo postfascista, postmoderno e postcoloniale

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di Enzo Traverso

da Dialettica dell’irrazionalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, Ombre Corte, Verona 2022


Rileggere al presente un’opera come La distruzione della ragione significa confrontarla con l’ascesa di una nuova destra radicale su scala globale, con l’esaurimento della critica postmoderna della ragione universale e con la rinascita del marxismo. L’offensiva violenta lanciata da Lukács contro l’irrazionalismo è significativamente assente da questi dibattiti contemporanei. Canonizzato come uno dei maggiori pensatori del XX secolo, il filosofo ungherese è relativamente trascurato nelle battaglie ideologiche degli ultimi due o tre decenni. Spesso ingiusto e dannoso, questo oblio crea uno straordinario contrasto con l’estrema visibilità di altri rappresentanti del marxismo occidentale come Adorno, Benjamin e Gramsci. Le cause di questo singolare silenzio sono numerose e meritano di essere esplorate.

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Dialettica dello stalinismo

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di Enzo Traverso

da Dialettica dell’irrazionalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, Ombre Corte, Verona 2022


L’unica alternativa efficace all’irrazionalismo, spiega Lukács, era il marxismo, ma solo quello ufficiale, il mar­xismo-leninismo nella sua versione sovietica (nel 1952, egli non osava citare un solo marxista “eretico”). Non presta attenzione a Ernst Bloch e neppure a Karl Korsch, ma mette in guardia nei confronti di Herbert Marcuse, di cui cita soltanto la tesi, L’ontologia di Hegel e la fon­dazione di una teoria della storicità (1932), un’opera gio­vanile dagli accenti fortemente heideggeriani1. Un libro come Ragione e rivoluzione (1941), che Marcuse scrisse in difesa di Hegel contro il fascismo, è semplicemente ignorato. Allo stesso modo viene trascurata la tradizione del liberalismo neokantiano, in particolare un monumen­to filosofico alla ragione come La filosofia dell’illumini­smo (1932) di Ernst Cassirer. La distruzione della ragione si conclude tuttavia con un ardente elogio di Heinrich e Thomas Mann, due scrittori “borghesi” che non ave­vano ceduto al “decadentismo pessimistico-nichilistico dei loro contemporanei” ed erano stati capaci, con co­raggio e determinazione, di “fare i conti senza pregiudizi col socialismo, con la grande forza progressiva del nostro tempo, con l’avvenire”2. Essi appartenevano a una lun­ga tradizione di scrittori “borghesi” che avevano fatto la scelta del progresso e dell’umanesimo, contro le potenze dell’oscurantismo, una tradizione alla quale appartenevano figure come Émile Zola, William Morris, Anatole France, Romain Rolland, George Bernard Shaw e Theodore Dreiser.

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Dialettica dell’irrazionalismo

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di Enzo Traverso

da Dialettica dell’irrazionalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, Ombre Corte, Verona 2022


Paradossalmente, ciò che manca ne La distruzione della ragione è l’irrazionalismo nazista. Dopo aver dedicato centinaia di pagine a spiegare come la maggior parte delle correnti della filosofia tedesca si fossero così profondamente allontanate dall’eredità dell’Aufklälrung, il libro non cerca di studiare la loro incorporazione in una nuova forma razzista e imperialista di irrazionalismo. Non dedica alcun capitolo alla Weltanschauung nazista, che viene quasi ignorata ad eccezione, come abbiamo visto, di alcune citazioni tratte da Der Mythus des zwanzigsten Jahrhunderts di Alfred Rosenberg. Lukács insiste fin dall’inizio sul fatto che, invece di seguire una dinamica interna e “immanente”, la storia dell’irrazionalismo dovrebbe essere messa in relazione con alcune tendenze strutturali del capitalismo tedesco, ma non sembra molto interessato ad analizzare il modo in cui nichilismo, anti-umanesimo, razzismo, nazionalismo e imperialismo siano infine confluiti in una nuova ideologia sincretica. Egli segue il percorso del razzismo europeo da Gobineau a Rosenberg, passando per Gumplowicz, Woltmann e Chamberlain, cioè da un razzismo contemplativo a un razzismo “rigenerativo” che accoglieva le istanze del darwinismo sociale, ma non esamina la nascita di una nuova teoria razziale fondata sul “nordicismo”, l’eugenetica e una nuova concezione geopolitica – biologista e vitalista – dello “spazio vitale” (Lebensraum). Così, i nomi di Hans Günther, il pensatore ufficiale del razzismo nazista (Rassenkunde), Karl Haushofer, il geografo che teorizzò l’espansionismo tedesco in Europa orientale, e Friedrich Ratzel, il geografo del XIX secolo che forgiò il concetto di “spazio vitale”, non appaiono nel libro di Lukács. In generale, sia l’antisemitismo che il colonialismo svolgono un ruolo molto limitato nella sua argomentazione. Mein kampf è menzionato due volte, di passaggio, senza citazioni, come manifesto politico privo di reali connessioni con le teorie dell’irrazionalismo. Sul piano ideologico, sostiene Lukács, il nazismo quasi non esisteva; non fece altro che coagulare le idee dominanti in un programma d’azione. I progetti dell’imperialismo tedesco dovevano prendere la forma di una “rivoluzione nazionale e sociale”, di questo si fecero carico i nazisti. “L’opera di Hitler e dei suoi accoliti – scrive Lukács – consistette nel rispondere a questi bisogni vitali degli ambienti più reazionari dei Junker e del grande capitalismo tedesco. Essi hanno soddisfatto queste esigenze trasferendo l’ideologia dell’estremismo reazionario, convenientemente adattata ai tempi, dai salotti e dai caffè alla piazza”1.

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Relazioni pericolose

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di Enzo Traverso

da Dialettica dell’irrazionalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, Ombre Corte, Verona 2022


Queste considerazioni sull’esistenzialismo giovanile di Lukács potrebbero essere estese a molte altre correnti di pensiero esaminate ne La distruzione della ragione. Valgono ad esempio per la critica di Weber alla razionalità occidentale, che Lukács stesso aveva incorporato nel proprio concetto di reificazione in Storia e coscienza di classe, un testo fondamentale del marxismo occidentale1. Valgono anche per Nietzsche, la cui appropriazione da parte dell’ideologia nazista non impedì a diversi studiosi marxisti o anarchici di considerarlo un pensatore stimolante. Sia Ernst Bloch che Herbert Marcuse accolsero le potenzialità emancipatrici di una rivolta dionisiaca contro la civiltà repressiva. Il pensiero di Nietzsche, ha sottolineato Marcuse, conteneva ben più di un rifiuto aristocratico della modernità e di una nefasta apologia della schiavitù; portava con sé anche “l’aria liberatrice” di una filosofia che tracciava la propria strada attaccando “la Legge e l’Ordine”2. Adorno e Horkheimer non ignoravano le ambiguità ­del nichilismo di Nietzsche, che già conteneva alcune premesse di un’ideologia “prefascista”, ma lo consideravano uno dei pochi, dopo Hegel, ad aver riconosciuto la dialettica dell’illuminismo3. E considerazioni analoghe valgono anche per Heidegger, il cui convinto sostegno al regime nazista non invalidava le molteplici direzioni del suo pensiero ontologico, in cui pensatori marxisti come Marcuse e Günther Anders hanno trovato preziose munizioni per la loro critica radicale della tecnologia e dell’alienazione capitalista. Adorno, che non esprimeva alcun compiacimento verso Heidegger nel suo Il gergo dell’autenticità (1964), non poteva accettare la tendenza di Lukács ad assimilare al fascismo tutte le forme di irrazionalismo che, in tempi diversi, erano affiorate in seno alla filosofia tedesca. Il custode della dialettica hegeliana, egli scrisse, guardava in modo “non dialettico” a diverse tendenze filosofiche che, nonostante il loro irrazionalismo, combattevano l’idealismo accademico e si sollevavano “contro la reificazione dell’esistenza e del pensiero”, ossia ciò che lo stesso Lukács aveva posto al centro della sua critica4. In definitiva, assai poco dialettico era anche il disprezzo di Lukács per qualsiasi credenza religiosa, considerata come una forma pericolosa e potenzialmente reazionaria di irrazionalismo. A pochi anni di distanza da La distruzione della ragione, Lucien Goldmann pubblicava Il Dio nascosto (1958), uno studio sulla visione tragica di Pascal e Racine che si concludeva con una riformulazione marxista della “scommessa” (pari) pascaliana sull’esistenza di Dio5. Più che una “scienza” fondata su ßuna forma deterministica e positivistica di razionalismo, sosteneva Goldmann, il socialismo era una scuommessa basata su una fede secolare nelle potenzialità liberatrici degli esseri umani.

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Da Hitler a Schelling

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di Enzo Traverso

da Dialettica dell’irrazionalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, Ombre Corte, Verona 2022


La distruzione della ragione è un libro costruito come l’atto d’accusa di uno spietato procuratore che chiama alla sbarra gli imputati, vale a dire i protagonisti di due secoli di filosofia tedesca. Egli scruta attentamente le prove, frammentarie ma strettamente correlate, di un unico processo che alla fine svela la magnitudine del crimine. Le accuse descrivono un paesaggio variegato e impressionante. Per molti aspetti, l’atto d’accusa di Lukács evoca la procedura ermeneutica del romanzo poliziesco brillantemente studiato da Siegfried Kracauer all’inizio degli anni Venti. La hall dell’hotel dove, alla fine del romanzo, il detective riunisce tutti i personaggi per svelare l’assassino, illustrare il misfatto e comprenderne i moventi, è una sorta di “immagine rovesciata della casa di Dio”1. Dio è sostituito dalla ragione – Kracauer preferisce il termine Ratio – e l’investigatore svolge il ruolo di un sacerdote laico che celebra la liturgia della ragione trionfante. La ragione sconfigge la follia e i suoi argomenti sono inconfutabili, grazie alle molteplici prove che ne corroborano le accuse. Kracauer stesso adottò questo metodo inquisitorio nella sua opera più famosa, Da Caligari a Hitler (1946), che presenta molte affinità con La distruzione della ragione. Il crimine è stato perpetrato, conosciamo l’assassino e l’investigatore ricostruisce rigorosamente la genealogia dei suoi orribili misfatti, citando i complici, la dinamica delle azioni, le circostanze che hanno accompagnato ogni suo passo e che sono state “oggettivamente” – poco importa se consapevolmente o inconsapevolmente favorite da molti altri testimoni e personaggi secondari. Secondo Kracauer, i film di Weimar hanno senza dubbio rivelato “la preponderanza di tendenze autoritarie” che divenne “un fattore decisivo” per l’avvento del nazional-socialismo. “Irrimediabilmente piombata in uno stato di regressione – egli conclude – la maggior parte del popolo tedesco non poté fare a meno di sottomettersi a Hitler”2. Da Caligari a Hitler e La distruzione della ragione sono concepiti come una filmografia e una filosofia della colpa collettiva. Entrambi riavvolgono la bobina del film che racconta il cammino diretto della Germania verso il nazismo il primo risale retrospettivamente da Hitler a Caligari, il personaggio di Fritz Lang, il secondo da Hitler a Schelling.

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Zeitgeist

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di Enzo Traverso

da Dialettica dell’irrazionalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, Ombre Corte, Verona 2022


La distruzione della ragione non rispecchia soltanto un momento particolare nella traiettoria intellettuale e politica di Lukács. Quest’opera testimonia anche di un momento significativo della cultura del dopoguerra. Al di là delle intenzioni dell’autore, essa fu parte di un ampio dibattito sulle origini del nazionalsocialismo e le cause della catastrofe tedesca che segnò per più di un decennio la cultura dell’Europa centrale e quella degli esuli antifascisti, soprattutto ebrei, negli Stati Uniti. Il libro di Lukács fu l’ultimo intervento in questo dibattito e probabilmente l’unico contributo di grande rilievo proveniente dal lato orientale della cortina di ferro. Ultimo per la data di pubblicazione, benché sia stato scritto per lo più durante la guerra1. Esso concluse un periodo di riflessione filosofica e politica che, iniziato durante la Seconda guerra mondiale, aveva già prodotto un’impressionante costellazione di opere. Molti contributi a questo dibattito mettevano l’accento sul rapporto tra nazismo e irrazionalismo, come si evince facilmente da una breve rassegna.

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Le peripezie di un libro

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di Enzo Traverso

da Dialettica dell’irrazionalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, Ombre Corte, Verona 2022


Negli anni Cinquanta, La distruzione della ragione incontrò un generale scetticismo. Nella Germania di Adenauer, la storia dell’ascesa dell’irrazionalismo dall’inizio del XIX secolo a Hitler fu aspramente criticata dallo storico socialdemocratico Kurt Sontheimer. Si trattava, ai suoi occhi, di una cattiva analisi delle origini del nazismo e di una prova eloquente delle disposizioni intellettuali ben poco ragionevoli dell’autore stesso, la cui opera suscitava altrettanti interrogativi di quelli ai quali tentava di rispondere1. Theodor W. Adorno accusò Lukács di umiliarsi con un penoso esercizio di accomodamento “al triste livello della produzione pseudo-intellettuale sovietica”.    In questo modo, egli concludeva, Lukács aveva degradato la filosofia a “mero strumento del potere”2. Nel 1963 George Lichtheim descriveva La distruzione della ragione come “un crimine intellettuale”3, una stroncatura che ribadiva alcuni anni dopo in un saggio più argomentato in cui sottolineava il vicolo cieco cui giungeva inevitabilmente una critica tesa a cogliere un nesso meccanico tra l’appartenenza di classe di un autore e l’irrazionalismo del suo pensiero. Il libro di Lukács, concludeva Lichtheim, “è un pasticcio teorico senza via d’uscita”4. L’ex filosofo marxista Leszek Kolakowski formulava un giudizio analogo: più che una storia dell’irrazionalismo tedesco, quest’opera era un “esempio lampante” della “filosofia della fede cieca” di Lukács, una filosofia in cui nulla era “provato, ma tutto veniva affermato ex cathedra”, con il risultato che tutto ciò che non corrispondeva ai suoi presupposti marxisti veniva “liquidato come spazzatura reazionaria”5. Non stupisce che La distruzione della ragione sia stata tradotta in inglese soltanto nel 1980, quando l’onda lukacsiana dei due decenni precedenti era ormai quasi esaurita, e rimase inghiottita nelle acque oscure della “crisi del marxismo”. Era certamente il momento peggiore per discuterne: l’epilogo polemico del libro sull’irrazionalismo del dopoguerra, riferito ai conflitti ideologici e politici degli anni Cinquanta, appariva irrimediabilmente datato e alcuni giudizi perentori – soprattutto su Wittgenstein – sembravano così dogmatici che la maggior parte dei critici preferì semplicemente ignorare il libro. Così, la sua ricezione si ridusse ad alcune sentenze di morte.

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Introduzione (a Dialettica dell’irrazionalismo)

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di Enzo Traverso

da Dialettica dell’irrazionalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, Ombre Corte, Verona 2022


Sono molte le ragioni che suggeriscono oggi, a settant’anni dalla sua prima pubblicazione, una rilettura di La distruzione della ragione di Lukács. Per i filologi e gli storici della filosofia sono ovvie: si tratta di riscoprire una delle opere più ambiziose di uno dei grandi pensatori del Novecento. Ce ne sono altre, altrettanto ovvie, che derivano dall’interesse intrinseco di questo libro, profondamente contestabile ma ricco di idee. Tutti riconoscono che dei legittimisti fanatici come Joseph de Maistre e Donoso Cortés, un filosofo fascista come Giovanni Gentile, dei pensatori conservatori compromessi col nazismo come Martin Heidegger e Carl Schmitt, meritano di essere letti e meditati. Perché non dovremmo riservare un analogo trattamento a Lukács? Si possono ricavare delle lezioni utili dalle opere dei cattivi maestri, ma per questo bisogna saperli leggere, non per seguirne l’insegnamento, ma andando oltre la semplice condanna che nasce da un’interpretazione angusta e sterile. L’apologia dello stalinismo che permea La distruzione della ragione, pubblicata a Berlino per i tipi di Aufbau Verlag nel 1953, appare oggi indegna e colpevole, ma va spiegata e compresa nei suoi significati. Non per giustificarla o “perdonarla” come faceva Hannah Arendt nel 1970, rievocando i trascorsi nazisti di Heidegger1– ma perché non è aneddotica; essa getta luce su una tappa fondamentale del percorso del suo autore e anche, al di là di Lukács, del marxismo e della cultura di sinistra durante gli anni più bui della guerra fredda. Bisogna insomma, per usa­re la formula di Leo Strauss, imparare a “leggere tra le righe”2, interpretando un’opera come La distruzione della ragione non soltanto come un manifesto ma anche come un sintomo. È questo l’esercizio che cercherò di compie­re nelle pagine che seguono.

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Introduzione a “Storia e coscienza di classe”


di Giorgio Cesarale

da G. L., Storia e coscienza di classe, trad. di G. Piana, PGreco, Milano 2022


1. La preistoria di Storia e coscienza di classe

Una delle caratteristiche di Storia e coscienza di classe, l’opera filosofica più importante che sia sorta nel seno del marxismo del ’900, è la straordinaria tensione fra la brillantezza delle formulazioni e la complessa e magmatica materia storico-spirituale che vi è sottesa. Soprattutto oggi, a un secolo di distanza dalla pubblicazione dell’opera, si può cogliere in essa la freschezza e la potenza di quelle tesi che hanno dato vita a una intera tradizione filosofica e politica, il “marxismo occidentale”: il marxismo inteso come metodo di autonoma ricerca e nuova costruzione anziché come archivio di “citazioni” da applicare estrinsecamente alla materia storica o come semplice accertamento del fondamento “economico” di ogni azione umana; la coscienza di classe come “coscienza attribuita di diritto”, cioè come coscienza che, comprendendo la propria posizione nella totalità dei rapporti di produzione capitalistici, attinge la sua destinazione storico-politica; la conseguente critica alla separazione fra coscienza e realtà, di cui si scopre il fondamentale motivo generatore nella merce, che è la cellula germinale di quel capitalismo che ne ha cagionato la generalizzazione, sia intensive sia extensive; la diagnosi circa il carattere pervasivo della reificazione o alienazione degli uomini nella società moderna, in grado di investire una molteplicità di livelli costitutivi della loro vita, fino a quello politico, dove essa si esprime o come opportunistico accomodamento alle condizioni presenti, la socialdemocrazia, o come slancio volontaristico al di là di esse, l’utopismo, l’anarchismo, il blanquismo; il principio della prassi come cosciente modificazione della realtà, che ne dissolve la scorza apparentemente intangibile, la “seconda natura”, per ricondurla alla vivente interazione antagonistica fra le classi; la critica alle antinomie della filosofia moderna, p. cs. quelle fra immediatezza e mediazione, contenuto e forma, essere e pensiero, in quanto generate dal mancato attingimento di questo stesso principio della prassi; la ricostituzione delle categorie del marxismo attorno a una nozione di proletariato come “soggetto-oggetto identico” che, fornendo il contenuto materiale delle forme che costellano il processo di riproduzione capitalistico, scioglie le stesse antinomie del pensiero borghese, e impone così una ristrutturazione del significato della storia nel senso di una soggettività che ne costituisce sempre l’oggettività, anziché semplicemente rifletterla; la critica, su tale base, alla dialettica della natura configurata da Engels, per la quale ti soggetto coglie i nessi dialettici naturali in veste di osservatore, come se tosse uno spettatore che li contempla puramente dall’esterno; la riattivazione del nucleo antifeticistico della dialettica, intesa come esperienza del pensiero che, negando ogni determinazione rigidamente finita e unilaterale, arriva a incorporare la stessa genesi delle forme, a riconvertire le cose nei processi e questi ultimi di nuovo nelle cose1.

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