Archivio Lukács

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Ci imbattiamo per caso in questo post apparso su Facebook, in cui ci viene annunciato che l’Archivio Lukács sarebbe stato digitalizzato e reso disponibile on line. Nel sito Real-MS (in cui si legge “contains the manuscript material of the Collection of Manuscripts and Rare Books and the Oriental Collection“) troviamo questa pagina in cui sono elencati i materiali d’archivio relativi a Lukács. Si tratterebbe di 1959 item di materiali manoscritti.

Una vera miniera d’Archivio. Buone letture e buone ricerche.

Dialettica dell’irrazionionalismo


di Enzo Traverso

da Operaviva magazine


Il saggio «Dialettica dell’irrazionalismo» di Enzo Traverso (ombre corte, 2022), appena arrivato in libreria, è uscito l’anno scorso in inglese come introduzione alla nuova edizione di «The Destruction of Reason» di György Lukács, per la Verso. La traduzione è stata curata da Gigi Roggero, rivista e aggiornata dall’autore. In occasione della sua pubblicazione per ombre corte pubblichiamo qui l’Introduzione. Ringraziamo l’autore e l’editore per la disponibilità.

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Sono molte le ragioni che suggeriscono oggi, a settant’anni dalla sua prima pubblicazione, una rilettura di La distruzione della ragione di Lukács. Per i filologi e gli storici della filosofia sono ovvie: si tratta di riscoprire una delle opere più ambiziose di uno dei grandi pensatori del Novecento. Ce ne sono altre, altrettanto ovvie, che derivano dall’interesse intrinseco di questo libro, profondamente contestabile ma ricco di idee. Tutti riconoscono che dei legittimisti fanatici come Joseph de Maistre e Donoso Cortés, un filosofo fascista come Giovanni Gentile, dei pensatori conservatori compromessi col nazismo come Martin Heidegger e Carl Schmitt, meritano di essere letti e meditati. Perché non dovremmo riservare un analogo trattamento a Lukács?

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Traverso e Lukács: note per un dibattito


di Sabato Danzilli

in “marxismo oggi” online


La pubblicazione della nuova edizione inglese di Die Zerstorung der Vernunft (Georg Lukács, The Destruction of the Reason, London, Verso, 2021) merita grande attenzione, perché rende nuovamente disponibile sul mercato anglosassone un testo che, come dimostra la sua traduzione tardiva (la versione di Palmer per Merlin Press, qui ripresa, è soltanto del 1980), non ha mai riscontrato grandi favori, e perché è introdotta da un lungo e interessante saggio di Enzo Traverso. Il suo contributo fornisce molte tracce per una discussione, che si cercherà qui di impostare.

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Lukács tra nazismo e stalinismo: un libro vituperato da riabilitare?


di Massimo Raffaeli

Alias, supplemento de il manifesto, 9 luglio 2022


Ormai perfettamente storicizzate, la parabola di György Lukács (1885-1971) e il suo grandioso lascito bibliografico sono divisi grosso modo dagli studiosi in quattro segmenti temporali:

  • il primo è del giovane formatosi a Heidelberg e al cospetto di Weber e Dilthey, firmatario di opere quali L’anima e le forme (1910) e Teoria del romanzo (’20), latrici di un romanticismo torrido e già proto-esistenzialista;
  • il secondo, poi prediletto in particolare dalla Nuova Sinistra, è del rivoluzionario che è entrato nel governo di Béla Kun e ha firmato Storia e coscienza di classe (’23), un’opera che recuperando il metodo dialettico libera l’eredità marxista dalle scorie sia del positivismo sia del revisionismo riformista;
  • il terzo è di colui che emigra a Mosca e assume via via un atteggiamento «nicodemico» e in pectore contraddittorio nei confronti dello stalinismo, dedicandosi prevalentemente a lavori di storiografia e di critica letteraria (fra i numerosi altri titoli, Il giovane Hegel, ’37, Il romanzo storico, ’38, Goethe e il suo tempo, ’49);
  • la quarta e ultima immagine di Lukács è finalmente relativa all’epoca della destalinizzazione e alla sua personale partecipazione alla insurrezione ungherese del ’56 cui segue un lungo autunno di sostanziale isolamento che tuttavia ne propizia i capolavori terminali, l’Estetica (Einaudi 1970) e specialmente la Ontologia dell’essere sociale (a cura di Alberto Scarponi, Editori Riuniti 1976-’81).
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Elogio funebre a Bertolt Brecht


di György Lukács

da http://www.filosofiainmovimento.it

Pubblicato su “Europe”, n°. 133-134, pp. 27-28, janvier-fevrier 1957

Traduzione e presentazione di Antonino Infranca


Il testo che presento al lettore è particolarmente significativo per la personalità dell’autore, György Lukács, e per la personalità del soggetto di cui si parla, Bertolt Brecht: si tratta dell’elogio funebre che Lukács tenne il 18 agosto 1956 in occasione della cerimonia ufficiale per la morte di Brecht, che si tenne presso il Berliner Ensemble. Entrambi erano stati due intellettuali in netta e reciproca opposizione, portatori di due concezioni dell’arte e della critica letteraria radicalmente diverse. A dividerli era sostanzialmente la concezione politica della rivoluzione socialista: per Lukács la rivoluzione socialista avrebbe portato a termine il processo emancipatore della rivoluzione borghese, mentre per Brecht la rivoluzione socialista avrebbe spazzato totalmente il mondo borghese con tutte le sue miserie e disuguaglianze. Da qui discendono due concezioni diverse della letteratura: Lukács è favorevole alla continuazione dell’eredità classica, Brecht è contrario a quest’idea, perché il mondo borghese è sempre più attratto dalla sete di profitto.

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Lukács, il film e la tecnica

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di Umberto Barbaro

«l’Unità», 22 gennaio 1959

[Per la risposta di L. si legga qui]


In occasione della pubblicazione, in Italia, dei Prolegomeni ad un’estetica marxista di György Lukács (Editori Riuniti, 1957), io lamentai, dandone notizia ai lettori dell’Unità, che in quel libro, come in tutta l’opera dell’illustre scrittore ungherese, fosse trascurata l’arte del film; sembrandomi francamente enorme che un filosofo e critico, intento a contribuire, col suo lavoro continuo ed indefesso, alla fondazione di una estetica marxista, potesse pretermettere, non solo la considerazione teorica, ma anche la critica e persino l’esemplificazione, su quella che, per noi (e si intende: per noi marxisti) è, come ha detto Lenin, e fuor di ogni dubbio, la più importante delle arti.

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Film, ideologia e culto della personalità

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di György Lukács

[Intervista realizzata da Guido Aristarco a Lukács pubblicata su “Cinema nuovo”, n. 188, luglio-agosto 1967].


Abbiamo rivolto a György Lukács le seguenti domande:

1. In varie circostanze, e anche di recente, lei si è riferito con insistenza ai problemi talora angosciosi che il culto della personalità ha proposto al mondo socialista. Non ritiene che nella critica a tale culto ci sia stata e ci sia tuttora una deformazione strumentale e che questa accezione abbia servito da copertura a forme revisionistiche e di sostanziale sfiducia nella metodologia marxiana?

2. Anche noi, con lei, riteniamo che la situazione culturale così come si presenta oggi, esiga una coerente, integrale, razionalmente fiduciosa ricerca marxiana. A cosa attribuire il diffondersi, fra strati intellettuali della “sinistra” di questa sorta di sfiducia nel marxismo?

3. Ci sembra che il cinema rifletta e registri abbastanza esplicitamente (in ispecie attraverso opere di giovani e delle cosiddette “nuove ondate”) tale crisi. Non crede che questa teorizzazione del disimpegno costituisca un appoggio – non sempre disinteressato – offerto alla cultura reazionaria dall’interno dello schieramento di sinistra?

4. Dei film che ella ha avuto occasione di vedere di recente, quali le sembrano più significativi nell’ambito di una indicazione rinunciataria e quali di una indicazione di prospettiva?

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Tecnica, contenuti e problemi di linguaggio

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di György Lukács

[Intervista di Yvette Biró e Szilárd Ujhelyi a Lukács apparsa sulla rivista ungherese “Film Kúltura” e poi in traduzione italiana su “Cinema nuovo”, n. 196, novembre-dicembre 1968]


Nei mesi scorsi il filosofo György Lukács ha assistito alla proiezione di quei nuovi film ungheresi che hanno ottenuto particolari riconoscimenti in patria e all’estero, e che sono considerati tra i più rappresentativi. Tra le opere di Miklós Jancsó, Igy jöttem (Sono venuto così), Szegénylegények (I disperati di Sandor), Csillagosok, katonák (Stellati, soldati [L’armata a cavallo, Ndr]) e Csend és Kiáltás (Silenzio e grido); tra quelle di András Kovács, Nehéz emberek (Uomini difficili), Hideg napok (I giorni freddi) e Falak (I muri); di István Szabó, Apa (Il padre); e di Zoltán Fábri, Húsz óra (Venti ore); di Ferenc Kósa, Tizezer nap (Diecimila soli). Il complesso dei film ungheresi con i loro temi variati solleva un grande numero di problemi sia artistici, sia legati alla nostra società di oggi, sui quali “Film Kúltura” ha posto alcune domande a Lukács. L’intervista – che pubblichiamo integralmente, per gentile concessione della rivista ungherese e nella traduzione di Ivan Lantos – ha avuto luogo il 10 maggio in casa del filosofo; le domande sono state poste dai redattori Yvette Biró e Szilárd Ujhelyi.

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Manipolazione culturale e ruolo della critica

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di György Lukács

[Introduzione scritta da Lukács al libro di Guido Aristarco, Il dissolvimento della ragione, Feltrinelli, Milano 1965. Il testo è poi anche apparso su “Cinema nuovo”, n. 178, novembre-dicembre 1965, e nuovamente come Introduzione a G. Aristarco, Marx, il cinema e la critica del film (Feltrinelli, Milano 1979)].


Di fronte al compito, per me certo lusinghiero, di scrivere un’introduzione per il Suo nuovo libro1, non nasconderò il mio imbarazzo e le inibizioni che mi colgono. Esse nascono da ben fondata consapevolezza della mia incompetenza quando si tratti di formulare giudizi concreti in concrete discussioni sui problemi del cinema.

Vero che dei problemi del cinema io mi sono occupato già nella giovinezza. Se, anche oggi, non posso che considerare come unilaterale e d’occasione lo scritto che allora vi dedicai2, pure esso resta testimonianza di un vitale interesse alla nascita di un nuovo genere d’arte, e in un’epoca in cui erano ancora pochi, anche tra i produttori e critici, a credere che un’arte nuova fosse nata. Da allora ho continuato a seguire l’evoluzione del cinema con grande interesse, benché la mancanza di tempo e il campo centrale della mia attività non mi abbiano permesso mai di addentrarmi concretamente in problemi particolari, cosa che mi sembra l’unico modo per acquisire una competenza autentica e non fittizia. Ultimamente, nella prima parte3 della mia estetica (Die Eigenart des Ästhetischen), ho tentato di prender posizione su quelli che mi paiono essere i problemi per principio più importanti di un’estetica del cinema. E anche in quell’occasione cercando di non farmi passare per un competente nelle questioni particolari, che sono quelle in definitiva che in sede artistica rivestono spesso importanza eccezionale, e senza la possibilità di esaminare partitamente l’evoluzione storica della nuova arte. Devo dire che allora credevo – e lo credo ancor oggi – che i più rilevanti problemi sociali ed estetici connessi con l’arte cinematografica potessero esser colti nel loro insieme anche da chi, non potendo diversamente, si ponesse a considerarli da un punto di vista astratto.

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