Per Lukács


di Marco Gatto

da L’ospite ingrato, 17 gennaio 2022


Si è da poco chiuso un anno lukacsiano. Il cinquantesimo anniversario della morte ha visto sorgere, anche nel nostro paese, più di un’iniziativa di commemorazione (convegni, seminari, libri). Simili ricorrenze si portano dietro sempre un sentimento di nostalgia. Nel caso del più grande critico letterario marxista del Novecento, si aggiungono il disappunto di vederlo spesso ridotto a figura vetusta di un secolo ormai lontano e l’amarezza per l’oblio a cui è destinato anzitutto nella “sua” Ungheria.

Aveva probabilmente ragione un sibillino Cesare Cases, che nel 1985 (a cento anni dalla nascita dell’autore di Teoria del romanzo), introducendo le pagine di Su Lukács. Vicende di un’interpretazione, confessava:

Ha luogo oggi un processo esattamente inverso a quella «appropriazione dell’eredità» di cui parlava Lukács (qui del resto in armonia con l’ufficialità socialista). Non c’è nessuna eredità, tutto è morto ma si disseppellisce periodicamente e si rianima con una trasfusione di sangue (sintetico, naturalmente) perché l’umanità abbia uno spettacolo in più, attinto a un passato che aveva di meglio da offrire. Forse nel 2018 si realizzerà il comunismo per festeggiare il secondo centenario della nascita di Marx, ma durerà un anno solo perché poi ricorrerà quello di qualche reazionario. Così temo che dopo una ventina di congressi e una cinquantina di pubblicazioni si tornerà a non parlare più di Lukács.1

Difficile dargli torto, in un’era in cui i presunti filosofi “radicali” rifanno valere, senza esplicitarla, ma in forme ovviamente libertarie, e in una coesistenza che non è più contraddizione, né paradosso, l’origine heideggeriana del proprio credo (per tacere di altri gerghi dell’autenticità, che riaffiorano inevitabilmente in tempo di crisi). Difficile non essere d’accordo, aggiungendo che l’attuale mercato editoriale ha destinato all’oblio una cospicua parte dei testi di Lukács, alcuni dei quali ormai introvabili.

Mi limito pertanto a segnalare tre contributi – ma è solo un campione – usciti nel ristretto fazzoletto di tempo del biennio 2020-2021, con l’auspicio essi tengano viva l’attenzione su Lukács al di là della mera occasione commemorativa. Hanno difatti il merito di ripresentare – in un momento in cui le ricostruzioni sono più necessarie d’altro – i nodi centrali di un pensiero composito e articolato,2 che solo in un senso assai riduttivo può essere riassunto dalla sua segmentazione in “fasi” (con l’inevitabile e fazioso accento riposto sulle ricusazioni).

In questo senso, è da salutare la riproposizione, curata con intelligenza da Lelio La Porta, di alcune pagine di Giuseppe Prestipino (in maggioranza tratte da un libro importante come Realismo e utopia, in origine uscito nel 2002), sotto il titolo di Su Lukács. Frammenti di un discorso etico-politico3 e con un ricco scritto in appendice, a firma di Velio Abati. Il percorso che va da Storia e coscienza di classe sino alla poderosa Ontologia è riletto da Prestipino con un occhio sempre rivolto al tentativo lukacsiano di rinnovare il marxismo nel momento della sua annunciata dissoluzione. Così come è da segnalare, sempre a cura dell’instancabile La Porta, un utile Lukács chi? Dicono di lui,4 che raccoglie scritti di varia natura sul pensatore ungherese (alcuni di rilevanza storica: da Palmiro Togliatti a Ernesto Che Guevara), nonché il carteggio con Elsa Morante ed Enrico Berlinguer.

Rappresenta una novità di spicco la traduzione nella nostra lingua dei saggi politico-letterari che Lukács scrisse tra il 1946 e il 1948 nel tentativo di partecipare attivamente alla costruzione socialista della società ungherese. Per la cura e traduzione di Antonino Infranca, è possibile leggere questi contributi – accanto ad altri, precedenti o successivi, chiaramente indispensabili per contestualizzare il pensiero dell’intellettuale marxista dopo gli anni a Mosca; e accanto al dibattito che ne scaturì e che sancì l’allontanamento di Lukács dal suo paese – nell’antologia Letteratura e democrazia. Il «dibattito Lukács» (1946-1949) e altri saggi.5 Come scrive il curatore nelle pagine introduttive, «La lotta» ingaggiata dal filosofo «contro le tendenze reazionarie, fasciste e feudali, ancora presenti nella società e nella cultura ungherese del secondo dopoguerra, sia contro le tendenze staliniste interne al partito comunista ungherese»,6 si gioca sia sull’analisi della struttura di classe, sia su uno studio della cultura letteraria coeva, letta come ampio riflesso dell’intera condizione sociale.

Nella preferenza che Lukács accorda al modello del grande realismo borghese, da opporre alle retrive deformazioni di un oggettivismo artisticamente meccanico, riaffiorano senza dubbio le tesi dei grandi saggi degli anni Trenta dedicati a Balzac, Stendhal, Zola, Flaubert e alla letteratura russa (il noto Narrare o descrivere?, ad esempio), che il pubblico italiano ha imparato a conoscere, dagli anni Cinquanta del secolo scorso, grazie alle traduzioni di Cases. I Saggi sul realismo e Il marxismo e la critica letteraria uscirono per Einaudi nel 1950 e nel 1953, incontrandosi con le rinate pagine gramsciane di Letteratura e Vita Nazionale e dando respiro a una ricezione non poco problematica, su cui si dovrebbe tornare a riflettere anche grazie alle pagine, decisive in tal senso, di Fortini.7 Nei contributi di Letteratura e democrazia avremmo, se ce ne fosse bisogno, la conferma della capacità, tutta lukacsiana, di instaurare un percorso dialettico tra fenomeni culturali e condizioni storico-materiali, tra specificità estetica ed eteronomia del campo artistico, insomma tra particolare e universale. Anche e soprattutto alla luce della vera “ossessione” tragica di Lukács: quel tracollo della totalità che, da sinonimo di decadenza ideologica, si fa cartina al tornasole di un più generale cedimento alla logica dell’irrazionalismo (e del particolarismo). I cui esiti, in forma aggravata (e lungi dalla retorica della ricorsività), non sono certo affare del passato.

Eppure, quella tragicità, che permea gli scritti di Lukács sin dai suoi esordi, e che fatalmente oggi lo vedrebbe recuperato tra le schiere degli apocalittici (insieme al “mito” della sua gioventù kierkegaardiana e pre-marxista), non è tutto. Lo ricordava già Fortini, riflettendo sul dibattito con Adorno e sui limiti di una certa lettura del modernismo europeo. E da lì bisognerebbe ripartire ancora una volta:

la categoria della decadenza ha indubbiamente in Lukács un preciso significato storico: ed è legittimo e doveroso approfondirlo, spogliarlo di ogni connotazione moralistica, e (soprattutto criticando l’idea lukacsiana di «personaggio») valutare tutte le grandi opere del decadentismo nelle quali la conflittualità è rappresentata, senza dare eccessiva importanza alla nozione-salvagente di realismo critico, la meno felice di Lukács. Ma al tempo stesso sarà necessario, in un certo senso, ripercorrere a ritroso, per comprenderlo e trarne tutti gli insegnamenti possibili, l’itinerario spirituale di Lukács e chiedersi se per caso il suo risultato non sia invero, pur nelle sue conversioni, quello da Goethe auspicato come la più profonda felicità della personalità: di «condurre a maturazione, al vertice della vita, le tendenze dell’inizio»: che in lui erano la coscienza violenta della opposizione di «vita» e «non vita». Se cioè la totalità e la parzialità, l’alienazione e l’integrità, il realismo e l’antirealismo non siano tuttora componenti obiettive della nostra esistenza e non ci venga richiesto, anzitutto, di non mediarle facilmente, di non mascherarle, di non disporle nella ottimistica «geometria piana» del riformismo.8

Note

1 C. Cases, Su Lukács. Vicende di un’interpretazione, Torino, Einaudi, 1985, pp. XII-XIII.

2 Il più recente bilancio dell’interesse lukacsiano nel nostro paese è costituito dal ricco numero di «Moderna» (nn. 1-2, 2016) curato da Mario Domenichelli e Margherita Ganeri, cui si rimanda.

3 G. Prestipino, Su Lukács. Frammenti di un discorso etico-politico, a cura di L. La Porta, Roma, Editori Riuniti, 2020.

4 L. La Porta (a cura di), Lukács chi? Dicono di lui, Roma, Bordeaux, 2021.

5 G. Lukács, Letteratura e democrazia. Il «dibattito Lukács» (1946-1949) e altri saggi, a cura di A. Infranca, Milano, Punto Rosso, 2021.

6 Ivi, p. 13.

7 F. Fortini, Lukács in Italia [1959], ora in Id., Saggi ed epigrammi, a cura di L. Lenzini, Milano, Mondadori, 2003, pp. 234-267. Sarebbe utile – fosse solo un esercizio di straniamento, certi che non lo sia – rileggere, di questo saggio, un passo assai incisivo: «Noi non abbiamo il diritto di dire “socialismo” come dice Lukács, che nei paesi del socialismo ci vive, bene o male, da venticinque anni; a noi tocca formular di nuovo il come e il dove del socialismo; per questo il momento “ascetico” o “tragico” di Lukács ci tocca tanto, e per questo, pronti a subir ogni accusa di metafisica, non siamo disposti a barattarlo né con le angosce integrate dell’ultima avanguardia né con la neoilluministica pazienza dell’attuale riformismo letterario italiano» (p. 249).

8 Ivi, p. 263.

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Carlo Formenti, Ombre rosse. Saggi sull’ultimo Lukács e altre eresie

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“Ombre rosse” costituisce un prezioso commentario a due capolavori del marxismo novecentesco: “Il principio speranza” di Ernst Bloch e “Ontologia dell’essere sociale” di György Lukács. Priva di ogni pretesa di analisi filologica o di esegesi esaustiva, l’opera di Carlo Formenti ha un obiettivo più modesto e sicuramente più utile sul piano politico: selezionare e discutere quei passaggi che più possono aiutarci a capire la realtà contemporanea e a dotarci di strumenti teorici per rilanciare la lotta di classe in un momento storico in cui l’offensiva del capitale ha ridotto ai minimi termini la capacità di resistenza del lavoro. In altre parole, proiettare il marxismo oltre i suoi limiti storici.

Movimenti di massa antiscientifici del dopoguerra

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di  György Lukács

Wissenschaftsfeindliche Massenströmungen in der Nachkriegszeit [1933], da  Wie ist die faschistische Philosophie in Deutschland entstanden? [Come è nata l’ideologia fascista in Germania?], mai tradotto in italiano, a quanto ci risulta, e pubblicato per la prima volta in tedesco a cura di László Sziklai, pubblicazioni dell’Archivio Lukács, Akadémia Kiadó, Budapest (1982), e più recentemente in G. L., Zur Kritik der faschistischen Ideologie, [Critica dell’ideologia fascista] Aufbau, Berlin-Weimar 1989.


Nel dopoguerra la corrente antiscientifica che la filosofia della vita aveva portato in auge andò ben oltre i confini della cosiddetta opinione pubblica scientifica, intesa nel senso più ampio. Gli shock della guerra e del dopoguerra, la profonda disperazione e il sentimento di una condizione senza via d’uscita che attanagliavano masse molto ampie, specialmente della piccola borghesia, l’insicurezza e la mancanza di prospettive per le basi materiali, morali e spirituali, della loro esistenza abituale, la perdita di fiducia nei leader e consiglieri spirituali tradizionali (monarchia, vecchio stato, chiesa, ecc.), produssero un’ideologia della disperazione in queste masse. Essa si presentò in parte come un disperato aggrapparsi ai vecchi “valori” religiosi e morali, in parte – ciò che è qui importante – come una disperata ricerca di una nuova fede a qualsiasi prezzo.

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Perché la borghesia ha bisogno della disperazione?

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di  György Lukács

Il saggio è del 1948 e fu pubblicato con il titolo originale “Wozu braucht die Bourgeoisie die Verzweiflung?” nel 1951 nella rivista Sinn und Form, n°. 4, pp. 66-69 e, nel 1956, nella raccolta Schicksalswende, Beiträge zu einer neuen deutschen Ideologie, Berlino, Aufbau Verlag, 1956, pp. 151-154.

In italiano in G.L., Dialettica e razionalismo. Saggi 1932-1970, a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2020.


L’ideologia tradizionale, abituale, di difesa della borghesia è l’idealizzazione: sotto una forma ideale e artistica, si devono fare sparire le opposizioni brutali, gli orrori creati dalla società capitalisti­ca. È così che, dopo più di un secolo, tutta la scienza e l’arte sono basate sull’apologia, a partire dalla filosofia accademica. Questo orientamento ha raggiunto la sua forma più grossolana nei film hollywoodiani, ma spesso, la filosofia professorale stessa non è niente altro che un film a happy end, sotto una forma concettuale.

Affianco alla realtà spaventosa degli ultimi decenni, l’idealizzazio­ne pura si è pertanto rivelata troppo debole, inefficace. Almeno nel­le sfere della riflessione dell’intellighenzia borghese; nascondere al loro sguardo i fatti sconvolgenti della vita sociale, cancellarli con i mezzi anche semplici, era divenuto impossibile.

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Marxismo e critica letteraria in un libro di G. Lukács

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di Carlo Salinari

«Rinascita», 1953, n. 11, pp. 620 sgg.


Einaudi ci ha dato un nuovo volume di Giorgio Lukács. Si tratta di una raccolta di saggi scritti fra il ’35 e il ’45, teorici e di critica applicata, spesso legati a un’immediata necessità polemica. Così i saggi Narrare o descrivere? e La fisionomia intellettuale dei personaggi artistici ebbero origine dal dibattito sul formalismo e il naturalismo sviluppatosi in U.R.S.S. nel 1936, il carteggio con la Seghers risale alle discussioni avvenute in Germania nel 1938 sull’espressionismo e lo stesso saggio teorico di apertura sull’estetica marxista riflette le discussioni che seguirono la instaurazione in Ungheria della democrazia popolare. È forse da questa occasione polemica che i saggi ritraggano la loro vivacità, il loro carattere così piacevolmente antiaccademico e antisistematico (anche se qua e là fa capolino un tono un po’ professorale), la ricchezza di motivi, di spunti, di analisi critiche particolari, di esempi tratti da questo o quello scrittore: Balzac e Flaubert, Tolstoi e Gorki, Shakespeare e Ibsen e Dickens e Schiller e Zola fino a Dos Passos. È forse da quell’occasione polemica che i saggi ritraggono – d’altra parte – tutto ciò che di provvisorio, d’impreciso, di schematico un lettore attento può ritrovarvi.

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L’autocritica di Lukács

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di Massimo Pini

«Quindici», anno I, n. 3, agosto 1967, pag. 5.

[All’introduzione seguiva la Prefazione del 1967 a Storia e coscienza di classe]


Nel 1923, presso la casa editrice Malik di Berlino, György Lukács pubblicava «Storia e coscienza di classe». Nel 1924 l’Internazionale comunista per bocca di Zinoviev condannava questo testo come «revisionista e idealista», assieme a «Marxismo e filosofia» (Sugar, 1966) di Karl Korsch. Per più di trent’anni «Storia e coscienza di classe» rimase introvabile e continuò a esercitare una influenza sotterranea attraverso le poche copie disponibili nelle biblioteche. Anche Kautsky e i socialdemocratici avevano condannato questo libro.

Nel 1957 uscì una traduzione francese presso le Editions de Minuit, a cura di Kostas Axelos, filosofo greco emigrato a Parigi in seguito a una condanna a morte e autore di alcune importanti opere di cui una – «Marx pensatore della tecnica» – tradotta in Italia, la traduzione francese venne pubblicata senza il consenso di Lukács, e potei appurare le reali ragioni dell’atteggiamento del filosofo ungherese quando mi recai la prima volta a incontrarlo a Budapest nel 1964. A suo avviso, infatti, la prefazione di Axelos alla edizione francese abusiva dava luogo a molti equivoci e in particolar modo alla interpretazione da dare alle sue «autocritiche». Naturalmente, Lukács disse, nel periodo staliniano egli aveva dovuto assumere un atteggiamento «tattico» per preservare fisicamente il suo pensiero. «Gli intellettuali borghesi si piegano al potere, e pretenderebbero che noi fossimo dei martiri». Tuttavia per Lukács fenomeni come lo stalinismo, la degenerazione burocratica, sono stati solo momenti nel lento e complesso sviluppo del marxismo. La sua continua permanenza all’interno del partito comunista ungherese è la dimostrazione che non vi è altra posizione da cui condurre la lotta; è la dimostrazione che non esiste un marxismo «autre».

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Astrazioni per spiegare la realtà: “Saggi sul realismo” di Lukács

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di Francesco Cerutti

«La Fiera letteraria» V,  n. 37, settembre 1950.

[Il peggiore articolo mai scritto su L.]


Una gustosa presa in giro della metodologia marxista applicata alla critica letteraria, si legge, fra sparse annotazioni, in un breve scritto del Croce, pubblicato di recente, Cose nuove che son vecchie, ed è l’interpretazione, appunto condotta secondo i rigidi canoni del materialismo storico, d’un canto dantesco, quello di Paolo e Francesca, che per la singolarità dell’impostazione rivela, diciamolo pure con le parole del Croce, «profondità ed abissi inesplorati e sembianze affatto nuove che i critici borghesi non vedevano o non volevano vedere». La bonaria ironia del Croce, non di rado più efficace della sua stessa stringente dialettica, e come tale maggiormente temibile, è nota, epperò d’interpretazione e suggerimenti di tal natura è naturale si finisca con il sorrider divertiti. Ma il sorriso sparisce ben tosto e cede a dubbiosa incredulità, ad accorata meraviglia, quando quegl’argomenti s’odan ripetere e bandire ex cathedra, non più per celia ma con la serietà che si conviene a chi fa professione di critico e d’insegnante, e i problemi della letteratura e dell’arte, ha l’esplicito dovere di conoscere. Intendere, dichiarare altrui. E questo è il caso di György Lukács, professore di estetica nell’università di Budapest, autore di svariate monografie letterarie fra cui spicca un celebrato saggio sul Goethe tradotto anche in italiano, che ha raccolto in volume alcuni suoi studi sui realisti francesi e russi dell’ottocento, e la cui opera, tradotta non sappiamo da chi, è uscita da poco in veste italiana per iniziativa dell’Einaudi, infaticabile divulgatore di quel che chiamasi – con qualche ottimismo – il pensiero marxista contemporaneo.

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Il big-match Lukács-Adorno e la questione del feticcio


di Francesco Muzzioli

da Un colpo di pistola nel concerto. Il dibattito su politica e letteratura tra il ’17 e il ’68, Odradek Edizioni, Roma 2106, pp. 86-94.


Per caso o non per caso, le due Estetiche di Lukács e di Adorno escono nel secondo dopoguerra a non molta distanza, in Italia vicinissime nonché pubbli­cate dallo stesso editore. Non mancano, poi, di un buon numero di riferimenti incrociati dell’uno verso l’altro, sicché la prossimità è tale da suggerire un con­fronto. Un confronto, tuttavia, che non esito a definire subito molto facile da dirimere, almeno per me, data la posizione che ho sostenuta per anni e anni e che mi mette, tra i due, senza dubbio dalla parte di Adorno, dalla parte del­l’avanguardia rispetto a un impegno alla fine conservatore. E ancora con Adorno, considerando un’altra opposizione che salta subito agli occhi, quella tra totalità e frammento, visibile anche nel modo in cui i due autori costruiscono le rispettive opere, il primo con l’architettura ben travata del trattato e con l’at­traversamento progressivo della intera storia dell’umanità, il secondo con l’agi­lità di un aforisma dopo l’altro, ossia per problemi fulminanti e affondi polemici. Certo, se dovessimo valutare la considerazione della politica, la palma spette­rebbe a Lukács, in quanto Adorno pare volersene tenere lontano e scoraggiare non solo un tipo di impegno trionfalistico e troppo partitico, ma l’impegno in generale (compreso Brecht), tanto che in un ipotetico dibattito politica e lette­ratura finirebbero divaricate; eppure occorre riconoscere al teorico francofortese un implicito utopismo, piuttosto radicale. Continua a leggere

Saggi di Lukács

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di Mario Spinella

«Rinascita», anno XXI, n. 2, gennaio 1964, pag. 28

Benché sia stato pubblicato alcuni mesi fa, è il caso di dedicare un certo spazio al volume L’anima e le forme di György Lukács (Milano, Sugar, ’63, pagg. 353, L. 1600), la cui edizione italiana è un ulteriore contributo alla conoscenza del grande critico ungherese. Questa raccolta di saggi di critica letteraria fu pubblicata in ungherese nel 1910, in tedesco nel 1911, ed è composta da scritti degli anni 1907-1910, quando Lukács (nato nel 1885) era poco più che ventenne.

A distanza di mezzo secolo il libro di Lukács ben poco ha perduto del suo fascino e del suo valore. In qualche caso, come in quello di Kierkegaard, la ricchezza degli studi successivi e l’approfondimento analitico dell’opera del pensatore danese, hanno aggiunto nuovi elementi di valutazione e di approfondimento: ma lo scritto di Lukács, tenuto conto del momento cui risale, appare ricco di singolari intuizioni sulla fortuna che avrebbe avuto Kierkegaard. In altri casi, come per Stefan George, sarà la successiva produzione dello scrittore a precisare meglio il suo mondo e a offrire più sicuri elementi di giudizio. Tuttavia, anche per George, quanto ebbe a dirne Lukács nel 1908, sebbene vada corretto, rimane fondamentale punto di partenza.

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