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di Francesco Cerutti

«La Fiera letteraria» V,  n. 37, settembre 1950.

[Il peggiore articolo mai scritto su L.]


Una gustosa presa in giro della metodologia marxista applicata alla critica letteraria, si legge, fra sparse annotazioni, in un breve scritto del Croce, pubblicato di recente, Cose nuove che son vecchie, ed è l’interpretazione, appunto condotta secondo i rigidi canoni del materialismo storico, d’un canto dantesco, quello di Paolo e Francesca, che per la singolarità dell’impostazione rivela, diciamolo pure con le parole del Croce, «profondità ed abissi inesplorati e sembianze affatto nuove che i critici borghesi non vedevano o non volevano vedere». La bonaria ironia del Croce, non di rado più efficace della sua stessa stringente dialettica, e come tale maggiormente temibile, è nota, epperò d’interpretazione e suggerimenti di tal natura è naturale si finisca con il sorrider divertiti. Ma il sorriso sparisce ben tosto e cede a dubbiosa incredulità, ad accorata meraviglia, quando quegl’argomenti s’odan ripetere e bandire ex cathedra, non più per celia ma con la serietà che si conviene a chi fa professione di critico e d’insegnante, e i problemi della letteratura e dell’arte, ha l’esplicito dovere di conoscere. Intendere, dichiarare altrui. E questo è il caso di György Lukács, professore di estetica nell’università di Budapest, autore di svariate monografie letterarie fra cui spicca un celebrato saggio sul Goethe tradotto anche in italiano, che ha raccolto in volume alcuni suoi studi sui realisti francesi e russi dell’ottocento, e la cui opera, tradotta non sappiamo da chi, è uscita da poco in veste italiana per iniziativa dell’Einaudi, infaticabile divulgatore di quel che chiamasi – con qualche ottimismo – il pensiero marxista contemporaneo.

Non è agevole, in questo ininterrotto susseguirsi d’affermazioni polemiche e di stravaganze, d’ingenuità e di spropositi, logici non men che estetici, non è agevole scorgere il filo conduttore dell’indagine, a meno di non tenersi paghi di qualche generica ammissione dell’autore, che candidamente definisce il suo studio «un’applicazione del marxismo ad alcuni importanti problemi di storia letteraria e dell’estetica» (p. 14) ed altrove identifica la missione dello scrittore con lo schietto «amore del popolo, l’odio dei suoi veri nemici, la spietata rivelazione della realtà» (pag. 33). In che cosa poi cotesta spietata rivelazione debba consistere, e quale empirica realtà si tratti di smascherare siffattamente, il Lukács, a scanso d’equivoci, omette precisare. Ed è, in fondo, giusto e naturale, giacché impostato in questi termini, il problema non presenta soluzioni e cessa, anzi, d’esistere.

Porsi dinnanzi a Balzac ed a Tolstoi, a Flaubert ed a Gorki, a Zola ed a Dostojewskj per cogliere nella loro opera non il momento universale ed eterno della creazione artistica, ma quelli affatto caduchi e transeunti e particolari che si riferiscono al polemici atteggiamenti del viver quotidiano (ed infatti alla prassi d’ogni giorno, al momento economico della loro attività si collegano quelle manifestazioni, che nulla o ben poco hanno a che vedere con l’arte): indagare se e fino a qual segno i Zola ed i Balzac siano stati coscienti «della tragedia della distribuzione della terra ai contadini», e se ai loro orizzonti abbia potuto o meno affacciarsi «il proletariato rivoluzionario»: [una o due parole non leggibili, Ndc gyorgylukacs.wordpress.com] in favore di «nuove e più complete» interpretazioni di quegli scrittori «deformati e traditi dalla critica borghese e dall’ideologia reazionaria», quando poi questa pretesa interpretazione «più completa ed originale» si riduce essa stessa ad una deformazione e ad un rimpicciolimento di quelle figure, è dar clamoroso spettacolo di spirituale indigenza. Né stupisce allora, che Zola, anziché come romanziere e creatore di personaggi e tipi e figure, venga esaminato sotto il ristretto profilo del «coraggioso e convinto cittadino democratico, contrapposto ai traditori della democrazia, come i cosiddetti socialisti del tipo Blum» (pag. 129).

Ovviamente non si contesta che Flaubert e Tolstoi, Dostojewski e Balzac, possano interessare, ed in sommo grado, lo studioso del costume e dell’idee, della «civiltà borghese», del pensiero politico; che nei loro romanzi si riflettano i travagli, gli ideali, le vicenda stessa dell’epoca che quei libri vide nascere ed imporsi all’attenzione dei contemporanei; che infine L’éducation sentimentale o Guerra e Pace sian documenti del più alto interesse per la comprensione della moderna civiltà europea, ma tutto ciò appartiene ad altre discipline che non sian l’estetica e la storia o la teoria del romanzo. Il vero problema che si presenta al critico letterario dinnanzi alle personalità artistiche di quegli scrittori – quello cioè che essi rappresentino sul piano dell’arte, e per quali intrinseci caratteri siano grandi scrittori, e se lo siano, ed in qual misura ed entro quali limiti e come l’opera loro risponda all’esigenze di mutati tempi e rinnovati gusti – questo problema non è neppur sfiorato nelle 350 e più pagine del saggio, dense, al più, di sociologia e di filosofia politica, raramente genuina e di buona lega. Con ben altro polso e sensibilità, diciamo pure con ben altra serietà, uno studioso americano aveva affrontato, una ventina d’anni or sono, un tema analogo (sebbene più ampio) e n’era uscita un’opera fondamentale e del più alto interesse: i Twentieth century novel studies in technique (1932) che da non molto Bompiani ha pubblicato in veste italiana, con titolo Tecnica del romanzo novecentesco (1948).

Eppure al Lukács non fa difetto la preparazione specifica. Si vede bene che ha letto e riletto e meditato l’opere di cui discorre e non quelle solamente; che ha una profonda conoscenza della letteratura sull’argomento: che poco gli sfugge di quanto si è detto e scritto sul realismo. I riferimenti a giudizi di critici e filosofi ed ingegni non volgari che di quelli scrittori sian venuti, anche eccezionalmente, occupandosi, sono numerosissimi, anche se estremamente unilaterali. Ma è l’impostazione che non regge, la tesi puerile, il metodo assurdo e inconcludente. E detto ciò, può parer superfluo scendere nei dettagli, naturalmente ad esaminar l’opera da vicino, prescindendo dalla sua vivace impostazione polemica – ma è poi possibile separare quella generica vis (che è in realtà debolezza) dalle singole proposizioni che l’attuano? – vi sarebbero molte osservazioni da fare. Ci limiteremo a segnalare l’incomprensione totale di Flaubert, altra luminosa riprova di dove fatalmente conducano certe illecite trasposizioni nel dominio della critica letteraria di metodi e sistemi che non le sono propri: ed accanto a quella, la sistematica supervalutazione di taluni autori (nel caso specifico del critici democratici russi, Dobroljubov, Bjelinskj, Cerniscewskj) cui il Lukács fa continuo riferimento, non diversamente da quanto avviene per Feuerbach ed Engels, e la cui validità è assai più modesta di quant’egli s’ingegni a dimostrare. E non parliamo poi del continuo rifarsi ai giudizi del Marx, del Lenin, e perfino dello Stalin, giudizi che, in sede letteraria, ognuno può immaginare quanto valgano, e della requisitoria nei confronti di Emilio Zola, presentato come “scrittore di sinistra”, ma poi, ad onta della proclamata necessità di “politicizzare la letteratura” – ricorre spesso in queste pagine, e naturalmente ad usum delphini, la frase di Gottfried Keller “tutto è politica” – buttato a mare sotto l’imputazione d’essersi lasciato distrarre, nel compimento dell’opera sua, dal trionfante capitalismo (pag. 129).

Troppo facile, e al tempo stesso troppo poco edificante, sarebbe il proseguir le citazioni, né i risultati coronerebbero così ingrata fatica. Una sola domanda, a mo’ di conclusione, vien spontanea alle labbra alla fine di questa rassegna: che cosa il saggio ha in comune con la critica letteraria, cui pur si dichiara, fin dalle prime pagine, rivolto? In quale maniera contribuisce alla storia del romanzo moderno di cui pretende (pag. 13) riconoscer lo sviluppo ideale, dai grandi ottocentisti a Proust, Gide, Joyce, Thomas Mann?

Ridotto in questi termini il quesito – ed è appunto in essi che si deve compendiare – non rimane che una risposta, esplicitamente, inequivocabilmente negativa. Letterariamente parlando, i saggi del Lukács sul realismo, non hanno alcun significato, non impostano né risolvono alcun problema, non danno adito ad alcuna seria acquisizione spirituale. In altre parole, non esistono. Son cose ovvie, tanto che ingenera fastidio ripeterle, e perfino un po’ di vergogna. Ma fin che ai scriveranno libri di questo genere, non saranno mil ripetute a sufficienza.