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di György Lukács

[Zur Frage der Bildungsarbeit, 1921]

Scritti politici giovanili 1919-1928, Laterza, Bari 1972.


La questione di metodo e di principio dominerà presumibilmente le future discussioni sul problema culturale. Nelle tesi dei compagni ungheresi è stata proclamata la questione della preminenza della scienza sociale e storica sulle scienze naturali; esse hanno trovato il consenso del compagno Röbig (nel n. 6, II annata, della «Jugend-Internationale»), ma è probabile che incontreranno anche una grande resistenza. Quindi forse non sarà del tutto superfluo addentrarci con alcune brevi note sulla parte del problema che si riferisce al metodo1.

Occorre anzitutto osservare che la discussione, se è condotta ragionevolmente, può vertere solo sulla preminenza del metodo, non sulla priorità dell’ambito contenutistico. Non v’è mente ragionevole che non si renda conto del fatto che la dittatura del proletariato, non appena avrà superato la fase del più immediato pericolo, porterà una nuova e grande fioritura della scienza naturale e della tecnica. È evidente, anzi, che con l’eliminazione della barriera del profitto la tecnica avrà strada libera verso possibilità oggi appena pensabili. Ammesso tutto ciò, è da chiedersi tuttavia se il metodo delle scienze naturali nell’educazione, nel modo di pensare e di sentire, nella scienza quanto nella filosofia, avrà e dovrà avere quel ruolo determinante e decisamente egemone su ogni cosa che esso ha esercitato nella società borghese. Occorre infatti avere chiarezza su un punto, e cioè che ogni estrinsecazione vitale dell’uomo della società borghese ne era dominata. Non vogliamo né possiamo qui addentrarci nella questione per mancanza di spazio, ma lo dimostra già il fatto – salvo alcune eccezioni, come vedremo in seguito, di carattere reazionario – che la conoscenza scientifico-naturale abbia avuto il valore di conoscenza tout court, o comunque di tipo ideale della conoscenza, e che sotto questo aspetto le principali correnti della filosofia borghese (materialismo à la Büchner, kantismo ed empiriocriticismo) erano concordi fra loro. Ciò non è casuale. Non solo le scienze naturali hanno permesso alla società borghese la razionalizzazione – capitalistica – della produzione ecc., ma il loro metodo è stato per essa anche un’eccellente arma ideologica nella lotta sia contro il morente feudalismo che contro l’irrompente proletariato.

La prima funzione qui assolta dalla legge naturale (per brevità intendiamo concentrare le questioni su questo punto) è universalmente nota e facilmente comprensibile. Infatti l’oppressione e lo sfruttamento personale che si esplicava da uomo a uomo nel feudalismo aveva bisogno della rivelazione divina e dell’autorità come copertura ideologica, e il nascente capitalismo dovette eliminare non solo i legami economici e politici per rendere gli operai ‘liberi’ per i suoi fini, ma fu anche costretto a scuotere i fondamenti ideologici della vecchia società. Esso, quindi, dovette sostituire al dio personale la legge di natura impersonale e distruggere l’antica autorità, insediando però al posto di essa una nuova autorità. Questa nuova autorità è la legge di natura. E la funzione della legge di natura è duplice. Da un lato esso distrugge l’antica autorità, scuotendo la fede delle masse secondo la quale la maniera feudale di oppressione e di sfruttamento era un ordinamento necessario fin dall’eternità e voluto da Dio; d’altro lato essa risveglia però nelle masse la credenza che l’ordinamento produttivo capitalistico impersonale, operante «per legge naturale» e corrispondente alle leggi «eterne» della ragione umana, sia indipendente dalle decisioni dell’uomo e non possa essere distrutto da sforzi umani, quasi fosse cioè una seconda natura (connessione dell’economia politica borghese con il metodo scientifico naturale). Quanto sia forte questa connessione, lo dimostra il fatto che l’infiltrazione della «scientificità» borghese nel materialismo storico ha proceduto, verso la fine del XIX secolo, di pari passo con l’annacquamento politico del marxismo. Fu Bernstein a dare inizio alla lotta contro il metodo dialettico «antiscientifico»; gli fecero seguito la sociologia come scienza naturale «pura», il kantismo, il machismo ecc. Queste teorie raggiunsero il loro scopo: negli strati dirigenti e nelle grandi masse del proletariato nacque la convinzione dell’incrollabilità del capitalismo, della sua necessità «per legge naturale». Si diffuse una concezione del fatalismo economico che fece apparire l’idea del nascere di un ordinamento della società radicalmente nuovo, di un rovesciamento rivoluzionario, come qualcosa di avventuristico, di «antiscientifico», addirittura di «antimarxista». (Quanto profondamente questo atteggiamento metodologico sia radicato nella teoria dell’opportunismo, non è qui possibile esporlo nemmeno per cenni. Mi riferisco soltanto al fatto che gli opportunisti, poiché hanno sempre voluto indagare secondo «metatemporali leggi di natura» e in modo astorico un capitalismo in generale, una crisi in generale ecc., erano assolutamente incapaci di comprendere nella loro novità fenomeni storicamente nuovi, come ad esempio l’imperialismo.)

Di contro a ciò occorre mettere in rilievo che il metodo del proletariato è un metodo storico. Marx ha concepito storicamente l’essenza del capitalismo come un fenomeno storico, per mostrarne storicamente il necessario tramonto. Il proletariato, se vuole che la sua lotta di classe sia sorretta da una scienza rivoluzionaria, deve dunque seguire le tradizioni del materialismo storico, del metodo marxiano. Ma se così poniamo in primo piano il metodo storico-sociale, avremo da superare gravi e comprensibili pregiudizi. All’interno del capitalismo, infatti, il metodo scientifico-naturale è stato effettivamente il metodo progressista, e quello storico il reazionario. Mentre il primo era la manifestazione ideologica della classe borghese che si andava affermando, la disperata resistenza feudale ricercò nella storia un’arma ideologica in difesa della tradizione e della legittimità2. E nell’epoca di decadenza della borghesia cominciò a diffondersi un nuovo tipo di storicismo come espressione ideologica di stanchezza interna, indifferenza, ricerca di sensazioni e fatalismo. Come i Romani della decadenza pervennero ad un eclettismo religioso, così, alla fine del XIX secolo, nacque un superficiale relativismo storico, uno storicismo. La borghesia poi affidò in misura sempre maggiore la difesa ideologica della società capitalistica, la dimostrazione della sua necessità e razionalità ai suoi lacchè, ai socialdemocratici, che ben presto sono diventati gli eredi della «scientificità» borghese.

La nostra concezione della storia non ha proprio nulla a che vedere con tutto questo. Anzitutto essa spazza via radicalmente ogni fatalismo (sia storico che scientifico-naturale). «Gli uomini fanno la loro storia» – dice Engels nel Feuerbach, e Marx, nelle sue Tesi, dà a questo concetto un’incisività ancora maggiore allorché mette in risalto che non si tratta dell’interpretazione del mondo bensì del suo mutamento. Ma se così vengono fissati l’obiettivo e il metodo della scienza proletaria, ne consegue che l’oggetto essenziale della conoscenza è la totalità della società umana, e che lo scopo della scienza è la presa di coscienza di ciò che significa per il proletariato lo sviluppo di questa totalità, come compito e come azione. Questa conoscenza, la conoscenza dell’intero e dell’intero come processo – una conoscenza che costituisce solo un gradino preliminare dell’azione – la offre soltanto il marxismo, la dialettica rivoluzionaria, il materialismo storico.

Dobbiamo tuttavia avere ben chiaro che una tale penetrazione dello spirito del marxismo in tutti gli ambiti conoscitivi è oggi soltanto una istanza di principio rivolta alla scienza, e che quest’istanza può essere portata a compimento solo nella rivoluzione e dalla rivoluzione stessa. Per quanto grandi siano le realizzazioni raggiunte da Marx ed Engels, e da alcuni loro seguaci, per quanto l’evoluzione storica abbia imposto il verificarsi di alcuni di questi mutamenti già all’interno della stessa società borghese, o ne abbia almeno iniziato il processo in questa direzione (ad esempio, la geografia come scienza sociale, come antropogeografia in relazione all’ecologia), siamo nondimeno appena all’inizio del cammino. E l’unificazione di tutte le scienze sotto il punto di vista della conoscenza di sé dell’uomo libero che vive in una libera comunità costituisce un lontano obiettivo del futuro. Le singole scienze conserveranno presumibilmente ancora per molto tempo l’astratto smembramento, la specializzazione e il carattere irrelato derivante dalla divisione capitalistica del lavoro, dalla reificazione e dall’individualismo borghese. La loro trasformazione in elementi di una totalità comprensiva, che includerà quindi anche le scienze naturali, costituisce un processo di cui siamo appena agli inizi. Ma questa impossibilità di offrire al proletariato militante, nel contenuto dei singoli settori della conoscenza, l’esperienza di cui esso è assetato e di cui ha bisogno, non può impedirci di mirare fin d’ora a renderlo consapevole di quest’istanza. Proprio perché oggi siamo incapaci di rielaborare con il nostro metodo l’intero ambito contenutistico dello scibile, dobbiamo porre almeno il metodo stesso al centro del lavoro intellettuale. Solo in questo modo infatti è possibile conseguire l’unità fra l’istanza del presente ed il promuovimento del futuro. Soltanto così si potrà spezzare nella coscienza del proletariato il dominio ideologico delle vedute e dei pregiudizi borghesi e dare spazio a una critica feconda la quale conduca ad azioni pratiche. Questa critica della società borghese, che unicamente il materialismo dialettico può realizzare, è in pari tempo la leva che sarà capace di avviare il movimento verso il regno dell’avvenire.


1 Materialistico non è l’opposto di idealistico, come si dice falsamente nelle interpretazioni correnti del marxismo, ma è il correlato di formalistico; e ha un profondo significato per la concezione proletaria della storia. Purtroppo non è possibile svolgere in questa sede le conseguenze di questa importantissima tesi.

2 Ad esempio la Scuola storica del diritto. Su ciò cfr. Marx, Das philosophische Manifest der historischen Rechtsschule, in Marx-Engels, Werke, cit., I, pp. 78-85.

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