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di Carlo Bendetti

«l’Unità», 1 febbraio 1969


Pubblicata a Budapest una scelta di saggi di estetica del grande filosofo

Lo sviluppo del pensiero lukacsiano dai giorni della prima guerra mondiale agli anni di Stalin fino ai più recenti approdi

BUDAPEST. 31.

Un’ampia scelta di saggi d’estetica di György Lukács è stata pubblicata in questi giorni a Budapest (G. Lukács, Muveszet es Tarsadalom, Gondolat Kiadò, pag. 492). Si tratta di un primo volume dedicato agli articoli più importanti sui temi dell’arte e della società che sarà seguito, entro l’anno, da un secondo volume dedicato ai saggi sulla letteratura mondiale.

Il libro si apre con una vasta prefazione di Lukács, utile per la ulteriore interpretazione dei vari scritti e più che mai interessante per tutti i riferimenti storici ed autobiografici che contribuiscono a caratterizzare, ancor più, l’opera e la figura del filosofo.

L’autore precisa, in primo luogo, che questi saggi – che comprendono cinquantanni del suo pensiero – in molti casi erano stati scritti in aperto contrasto con le correnti letterarie dell’epoca e che sarebbe errato vederci gli effetti del marxismo, perché l’evoluzione verso il marxismo avvenne per gradi, proprio in conseguenza di determinate esperienze filosofiche e storiche.

Parlando della «teoria del romanzo» Lukács ricorda che di fronte allo scoppio della prima guerra mondiale la sua posizione fu «appassionatamente contraria al conflitto sin dal primo momento».

«Tale atteggiamento – egli nota – mi fu di stimolo concreto per l’avvio dell’opera. Anche perché, diversamente dalla gran parte dei pacifisti, la mia posizione era diretta sia contro le democrazie occidentali sia contro le potenze centrali. Vedevo già nella guerra mondiale la crisi di tutta la cultura europea, e consideravo il presente – per dirla con le parole di Fichte – come l’era della colpevolezza perfetta, come una crisi della cultura dalla quale era possibile uscire solo attraverso la via rivoluzionaria».

Svolta profonda

Lukács ricorda poi che la raccolta tralascia il periodo che va dal 1915 al 1931. È – egli avverte – una omissione non casuale, perché quelli sono gli anni della rivoluzione russa e della rivoluzione magiara. In conseguenza di quegli avvenimenti divenni marxista. Quei fatti provocarono una svolta profonda nella mia concezione della vita».

Dal 1918 al 1930 il filosofo svolge attività politica e studia a Mosca presso l’istituto Marx,-Engels. In quotili anni – egli ricorda – erano rari gli studi sui problemi estetici e sulla storia della letteratura, «studi, invece, che hanno avuto un ruolo molto importante nel periodo in cui mi impadronii del vero marxismo. A Mosca, con il compagno Lifšic, nel corso di lunghe discussioni compresi che fra le connessioni regolari del marxismo vi è anche l’ordinamento dei problemi estetici, cioè che esiste una estetica marxista autonoma ed unitaria. Questa affermazione, ormai naturale, allo inizio degli anni ’30 sembrava un paradosso anche per molti marxisti».

«I grandi dibattiti che hanno seguito la rivoluzione del 1917 – continua il filosofo – concernevano principalmente i problemi politici, strategici, tattici e l’opinione pubblica – anche nell’ambito del movimento operaio rivoluzionario – considerava Lenin come un eminente dirigente politico, un grande tattico. Ed erano rare le critiche alle opinioni della II Internazionale, se queste non erano strettamente collegate ai problemi quotidiani importanti. Così, nel giudizio teorico dei fenomeni di estetica, continuavano a dominare le posizioni di Plekhanov e Mehring i quali non consideravano l’estetica come componente organica del sistema marxista (…) Ma in pochi anni le posizioni portate avanti da me e da Lifšic, con una rapidità sorprendente conquistarono una parte rilevante dei marxisti».

Più avanti il filosofo si occupa del periodo di Stalin sottolineando che una storia dello «sviluppo ideologico dell’era staliniana» non è ancora stata scritta. «Molti – egli nota – si accontentano della condanna generale del culto della personalità e, al massimo sottolineano alcuni difetti riconosciuti ufficialmente e presentano la situazione come se dopo la morte di Lenin lo sviluppo del marxismo – nelle sue linee generali – sia proseguito senza intoppi». Molti filosofi che sono sotto l’influenza della concezione borghese considerano il periodo stalinista come una continuazione logica del marxismo-leninismo.

False concezioni

«Si tratta di false concezioni che sono tanto più errate in quanto concepiscono l’era staliniana in modo antistorico, non come un processo. Perché dopo la morte di Lenin, Stalin ha creato il culto della personalità e questo ha continuato a dominare sino a che il XX congresso non vi ha posto fine. Che con queste concezioni antistoriche si prenda posizione per Stalin o per i suoi avversari è indifferente. Le critiche a Stalin, con le quali si cerca oramai di giustificare teoricamente Trotski o Bukharin, non si avvicinano maggiormente alla storia reale di quanto lo abbia fatto – con più o meno riserve – l’apologia di Stalin».

Lukács avverte qui che la prefazione non può servire neppure per tentare un’analisi schematica dell’importante problema. «Posso solo tentare – egli scrive – di indicare brevemente quegli sviluppi ideologici senza i quali il punto di partenza storico delle mie posizioni di allora sarebbe senza senso. La lotta per il potere si risolse a favore di Stalin nel periodo fra la morte di Lenin e il 1928. Al centro della lotta ideologica stava il seguente problema: può sussistere il socialismo se può essere realizzato in un solo stato? In questa lotta vinse Stalin e dobbiamo constatare che – pur avendo egli adottato misure organizzative violente nelle lotte concrete in corso nel partito – la sua vittoria era dovuta, in primo luogo, al fatto che solo la sua concezione era idonea a dare – dopo la conclusione dell’ondata rivoluzionaria mondiale – una direttiva e una prospettiva alla costruzione del socialismo (non si tratta qui degli errori teorici e pratici della costruzione concreta, bensì dell’avviamento teorico di tutto il periodo). E nella nuova fase si puntava a porre in primo piano Stalin come degno successore di Lenin. Condizione teorica per raggiungere questo obiettivo era che l’opinione pubblica riconoscesse Lenin come colui che aveva restaurato e perfezionato teoricamente il marxismo di fronte alle deviazioni ideologiche della II Internazionale».

Lukács ricorda che le note filosofiche di Lenin (fra esse in particolare la critica della filosofia hegeliana) e gli scritti del giovane Marx contribuirono a modificare il suo pensiero. «Sino ad allora avevo cercato di interpretare giustamente Marx alla luce della dialettica hegeliana, ora invece cercavo di sfruttare per il presente i risultati di Hegel e del pensiero filosofico borghese che in esso aveva raggiunto il suo culmine, nonché la critica dei suoi limiti con l’aiuto della dialettica materialista marxista-leninista. Mentre la maggior parte dei dirigenti della II Internazionale vedeva in Marx esclusivamente o, comunque, in primo luogo, solo colui che aveva rivoluzionato l’economia politica. Molti però incominciavano a comprendere che con lui aveva inizio una nuova epoca nella storia di tutto il pensiero umano, che l’attività di Lenin aveva reso attuale ed efficace. Il riconoscimento della autonomia e della originalità di principi della estetica marxista è stato il mio primo passo per la comprensione e la realizzazione di una nuova svolta ideologica».

Fatto insolito

Lukács parla poi della letteratura socialista che «può ritrovare se stessa solo sulla via del vero approfondimento artistico» perché il correre dietro alle mode occidentali non comporta meno pericoli interiori di quanti ne comporti la capitolazione di fronte al dogmatismo settario.

Infine il filosofo rivela che nel periodo della sua collaborazione alla rivista sovietica Literaturnij Kritik tutti i suoi articoli teorici e di principio sull’essenza del socialismo furono pubblicati senza eccezione alcuna, pur operando in piena era staliniana. Il lettore – dice Lukács – troverà insolito questo fatto. Gli articoli, precisa il filosofo, erano cosparsi di citazioni di Stalin: era un adattamento tattico. Il lettore smaliziato di oggi – egli conclude – può vedere quello che i censori non vedevano. E cioè che le citazioni non avevano niente a che fare con il contenuto degli articoli.

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