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con György Lukács, Arnold Hauser e altri

da Lukács parla. Interviste (1963-1971), a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2019.

Una conversazione per radio tra György Lukács, a Budapest, e Arnold Hauser, a Londra, registrata dalla radio ungherese nell’anno 1969.


Conduttore – Trasmettiamo una conversazione che si sta realizzando tra la BBC londinese e la radiodiffusione ungherese. Nello studio londinese si trova il professore Arnold Hauser, il quale potremo chiamare semplicemente Arnold Hauser, poiché il famoso sociologo dell’arte nacque in Ungheria. Cominciò i suoi studi nella Facoltà di Filosofia dell’Università di Budapest, studiò filologia tedesca e francese, fece amicizia con Karl Mannheim e successivamente con Georg Lukács. Ci è noto il “Circolo della domenica”, sorto nel 1916, tra i cui membri figuravano, oltre a Lukács, Bela Balázs, Karl Mannheim, Frederich Antal, Anna Lesznai[1], Arnold Hauser e altri. È anche conosciuta la “Scuola libera delle Scienze dello spirito”, che sorse da questo circolo e nella quale i membri del “Circolo della domenica” tenevano conferenze di elevato livello accademico, malgrado fosse aperta a tutti. Durante il regime di Horthy la maggioranza dei partecipanti del circolo emigrò: lo stesso Hauser da mezzo secolo sta vivendo all’estero. Lì ha scritto, tra le altre cose, la sua opera principale, la Storia sociale della letteratura e dell’arte, pubblicata recentemente in ungherese. Questo avvenimento ci ha dato l’opportunità di invitare il professore Hauser a partecipare a questa conversazione. Per questo motivo si trovano invitati negli studi di Budapest gli accademici Georg Lukács e Julius Ortutay, il sociologo Tibor Huszár e l’editrice dell’opera di Hauser, Beatrix Kézdy.

In considerazione dell’antica amicizia esistente tra i due saggi chiediamo a Georg Lukács che lo saluti.

Lukács – Grazie a questo incontro, dopo tanto tempo, vorrei salutarla da qui, in Ungheria, dalla terra ungherese, in lingua ungherese, nella forma più cordiale.

Non c’è dubbio che il piccolo circolo, al quale appartenevamo in quel periodo a Budapest, ebbe qualche influenza nello sviluppo ideologico, benché alcuni storici ungheresi, secondo la mia opinione, sopravvalutarono il suo significato durante il periodo rivoluzionario. Ma credo che il circolo diede origine a un impulso, le cui conseguenze si mostrarono per la prima volta quando i suoi membri emigrarono. Sto pensando con ciò a Karl Mannheim, che divenne famoso negli anni Venti, e a Frederich Antal, rilevante rappresentante della Storia dell’Arte. Nella mia opinione, non dovremmo né sopravvalutare neanche – specialmente nel suo caso – sottovalutare l’impulso marxista. Neanche dobbiamo dimenticare che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’inizio trionfale dell’American way of life il marxismo passò radicalmente in secondo piano. Quando, per la prima volta dopo il 1945, tornai all’estero, la gente mi guardava con un certo stupore: «Come è possibile che una persona tanto colta possa essere marxista!» Se mi permette di parlare della sua opera, gli dirò che uno dei suoi straordinari meriti consiste nell’aver mantenuto, in mezzo a questa immensa corrente neopositivista della maggioranza dei sociologi e storici, lo scomparso senso delle relazioni reali. Che questo si realizzi in una maniera chiaramente marxista o no, lo considero triviale. Ciò che importa è che si analizzi ciò che è arte, che ruolo svolge nello sviluppo dell’umanità, nella relazione dell’uomo con l’uomo. Da questo punto di vista, non solo mi dà allegria l’opportunità di trovarmi nuovamente di fronte a Lei – benché non faccia a faccia, ma almeno orecchio e bocca –, bensì che allo stesso tempo mi compiace il significativo e importante avvenimento che da adesso il suo libro sia accessibile anche nella traduzione ungherese. La gioventù di questo paese avrà occasione di familiarizzarsi con esso e discutere e analizzare il suo contenuto. Dopo l’abbandono del marxismo in occidente e della sua caricatura stalinista tra di noi, il suo rinnovamento e la nuova applicazione ai fatti reali è di grande valore. Per questo applaudo alla pubblicazione della sua opera nella lingua ungherese e mi farebbe contento se Lei potesse ancor di più entrare un giorno in contatto personale con tutti coloro che, qui, si occupano di questioni di arte.

Hauser – Caro Georg Lukács: in primo luogo, rispondo al suo saluto e mi permetto, per un momento, di usare un tono personale, tra noi inusualmente intimo. La nostra relazione era – almeno per ciò che mi concerne – molto più che una relazione puramente scientifica. Benché sia pienamente cosciente del significato oggettivo della fortuna di conoscerla personalmente e di essermi familiarizzato con il suo mondo ideale in una maniera immediata, io so che la sua influenza non si può esprimere in categorie teoriche, bensì si mostra, in primo luogo, nel fatto che in tutto ciò che facciamo, creiamo o pensiamo di creare, è implicita l’importanza della sua concezione etica. Questo lo devo soprattutto a Lei e all’ambiente spirituale del circolo che si è unito a Lei.

Insieme a questo vincolo morale, il marxismo influì decisivamente nell’orientamento definitivo del mio lavoro scientifico, sebbene la validità di questa influenza non si manifestasse all’esterno fino a tardi. Iniziai con lo studio della filosofia e della storia della letteratura. Il motivo per il quale mi diressi lentamente verso problemi collegati alla storia dell’arte fu dovuto, principalmente, al fatto che, innanzitutto, mi sentivo uno storico e che le questioni che mi interessavano in modo più perseverante e ossessivo, trattavano del concetto dello stile; cioè, di un fenomeno che non si presenta in nessun sito così evidente, vivo e mutabile come nelle arti plastiche. Alla domanda centrale del perché lo stile di un’epoca soffre una trasformazione repentina, cambia la sua direzione e ne segue una completamente nuova, non ottiene alcuna risposta soddisfacente dalla teoria del formalismo, dalla dottrina della scuola di Wölfflin, della quale ero discepolo; da questa anti o asociologica disciplina non ottenni nessuna risposta, ma la ottenni dal marxismo – fino al punto che si può aspettare una risposta univoca a simile domanda.

Conduttore – Vorrei aggiungere qualche parola a quello che Lei ha detto sul punto di vista marxista. Quando poco fa ho visitato il prof. Lukács, ha ricordato un’osservazione che fu fatta in francese durante una conferenza internazionale: Marx est notre contemporain.

Hauser – Sì, io credo che lo sia, in tutta l’estensione della parola e che continuerà ad esserlo anche per molto tempo, con tutto ciò che possiamo cambiare nella sua immagine, con tutto ciò che aggiungiamo o togliamo alla sua teoria, come si voglia interpretare la sua dottrina, sia in senso politico – attivista o teorico – analitico. Precisamente quest’ultimo punto di vista citato sembra essere il meno compatibile con la maniera di pensare di Lei e soprattutto di Lukács. So molto bene che la divisione tra comprensione e azione è incompatibile con il marxismo ortodosso; ma, come molte altre cose nella scienza della storia, anche questo è un problema di prospettiva. Non si deve dimenticare che la prospettiva da Londra o in generale dall’occidente, per buona o cattiva che sia, è differente da quella che è accessibile a Lei. Così come occulta a noi certi fatti e verità, può coprire anche realtà spirituali e scientifiche che da qui non si vedono, ma che si vedono dalla sua prospettiva. (…)

Ortutay – Con il suo permesso vorrei adesso, in accordo con l’invito, farle alcune domande. Sono uno studioso del folclore, come Lei probabilmente saprà, ed ebbi la grande fortuna di conoscere personalmente vari membri del “Circolo della domenica”, soprattutto Georg Lukács, che noi, allora giovani di Szeged, ammiravamo come la Bibbia (…). Come studioso del folclore mi preoccupa anche la sua domanda sulla relazione tra l’individuo e la società, la dialettica tra entrambi (…).

E per questo mi interesserebbe molto se in questa dialettica della relazione tra individuo e società Lei si trova nelle condizioni di discernere la personalità dietro l’attività primitiva e rurale. Perché ho l’impressione che, in un passo del suo libro, Lei ha voluto dire che il popolo crea in una maniera spontanea e impersonale, benché Lei adotti una posizione decisivamente contraria a questo concetto romantico di Grimm riguardo alla poesia popolare. Secondo la mia esperienza – che per così dire, fu una delle cause che mi predispose contro la concezione romantica – la gente rustica si compone di creatori, che, benché imbavagliati e imprigionati, cioè benché vivano in una società determinata da convenzioni e norme e nella quale l’individuo può soltanto esprimersi per mezzo di queste convenzioni (…).

Hauser – Sono contento che abbia posto Lei questa domanda, dandomi così l’occasione di dire qualcosa di fondamentale sul libro che sto scrivendo e che è orientato ad essere una specie di sociologia sistematica dell’arte. La storia della cultura è, innanzitutto e soprattutto, storia. Essenzialmente non c’è alcuna differenza tra storia e sociologia; sono la stessa cosa (Lukács. Esattamente!). L’arte rurale è, anche, un fenomeno storico che si lascia scomporre dialetticamente in una facoltà o stimolo personale e in una resistenza anonima, un principio consacrato, tradizionale e inflessibile. Malgrado tutto il suo incanto, comparandolo con l’arte dello strato sociale colto, sembra rigido, indifferenziato e antiquato. Lei si rifà costantemente, e con tutta ragione, alla dialettica; tuttavia, non la impiega in modo sufficiente, se mi permette questa piccola obiezione. La resistenza contro la quale urta il talento artistico, spontaneo e personale del contadino, è più forte che la tradizione, le norme scolastiche e il conservatorismo accademico che deve combattere l’artista di un livello culturale più elevato.

Qui mostrano piena validità i vincoli sociali che Lei ha spostato un po’ in secondo piano. Una società rurale, che è essenzialmente irrazionale nel senso di Max Weber, si mostra anche nella sua arte più conservatrice, tradizionale e convenzionale che un gruppo culturale più elevato. Ciascuna produzione artistica, come qualsiasi altra attività mentale o cosciente, è un prodotto della dialettica nella quale erano implicate la spontaneità e la convezione. Può darsi che i due concetti antagonistici si chiamino in altro modo; l’importante, tuttavia, è il loro dualismo ed inammissibile è la riduzione del processo a un motivo unico. Un processo storico, nonostante, sarebbe difficilmente immaginabile, malgrado l’equilibrio delle componenti antitetiche al quale tende Lei. Proprio quei marxisti o hegeliani che credono di potere dedurre tutta la storia da forze materialistiche o idealistiche, o dell’equilibrio costante tra forze di qualsiasi natura, non pensano dialetticamente. Ciascun passo dello sviluppo, sia quello di un’opera individuale, di uno stile, di una cultura o di un popolo, è il risultato della tensione tra motivi diseguali, proviene da un dialogo, da un altalenarsi di domande e risposte. La storia è un dialogo ininterrotto. L’individualità o spontaneità è quasi nulla come la formula anonima, la tradizione meccanicista; dove quella non urta con la realtà, questa non risponde. Parla solo quando la si interroga.

Ortutay – O quando si sa la risposta.

Hauser – Però si deve chiederla. Se si domanda, si riceve qualsiasi risposta: si può tornare a domandare e così si arriva a un risultato che può chiamarsi sintesi. Un passo porta l’altro, uno indica l’altro e guida verso la comprensione dello sviluppo. In questo saremo totalmente d’accordo. È sicuro che Lei impiega anche nelle sue ricerche, al posto di speculazioni e costruzioni senza ostacoli, il metodo che si muove tra chiedere e potere, tra invenzione e convenzione, tra progresso e regressione; questo metodo al quale penserebbe quel sagace storico, quando disse che chi descriva fedelmente la storia del luogo dove nacque e crebbe, presta un maggior servizio alle scienze della storia, che qualsiasi altro audace autore della storia universale. La generalizzazione in sé e per sé, la profezia e il pronostico non sono storia. Invece, ciò che Lei sta realizzando, lo studio degli elementi che compongono una canzone popolare o un racconto e ciò che io pretendo fare, l’analisi degli stimoli e delle resistenze dalla cui dialettica deriva un cambio di stile e gusto, questo è – secondo la mia opinione e con tutta umiltà da parte mia – una vera indagine storica, malgrado che alcune volte riusciamo meglio e altre volte peggio nella descrizione dei momenti decisivi.

Conduttore – In uno dei suoi libri Lei avverte contro la supposizione che la qualità estetica abbia un equivalente sociologico; cioè che si possa spiegare con le condizioni sociali del suo tempo e questo valga tanto per un minuetto quanto per la struttura formale della volta di una cattedrale. Così che qui abbiamo a che fare con una difficoltà …

Hauser – Non con una, bensì con la difficoltà; per lo meno con la difficoltà del libro nel quale mi trovo adesso occupato. È questa la domanda a cui più temo di rispondere perché mi coinvolgerebbe in una discussione che non promette di trovare alcuna risoluzione, né oggi, né domani, neanche nel dopo domani. Sospetto che è con i marxisti ortodossi che più discuterò di questo. Pretendendo che nessun equivalente sociologico corrisponda alla qualità artistica, non voglio segnalare nessun formalismo o estetismo, bensì la condizione di una soglia che si deve passare per arrivare al possesso dell’arte, all’occupazione di una stanza o di una casa, cioè alla forma come soglia. Non si tratta del tetto, né del limite del recinto architettonico, non è il più rilevante né il migliore dell’arte, bensì il suo indispensabile inizio. Lì dove l’opera non raggiunge la media della forma, non c’è ancora arte.

Questa misura, naturalmente, non fissa ancora il criterio del più importante e del più valido nel dominio dell’estetico. La formazione dello stesso è un atto umanitario. L’arte maggiore, cioè, l’arte che non è unicamente forma perfetta, abbraccia una risposta al problema della vita, tratta dei problemi decisivi di un secolo. Rappresenta anche molto più che la forma. Tuttavia, quella rappresenta la condizione precedente di tutto l’artistico. Questa sarebbe ciò che più mi contraddiranno i marxisti ortodossi.

Conduttore – Nella sua Le teorie dell’arte Lei dice che la sociologia non è in possesso della pietra filosofale. Non fa miracoli, né risolve tutti i problemi. Ma, con tutto, è più che una delle semplice scienze individuali; essa è, come la teologia nel Medioevo, la filosofia nel XVII secolo e l’economia nel XVIII, una scienza centrale dalla quale ottiene il suo orientamento – secondo la sua opinione – tutta l’ideologia del secolo. Qui può entrare nella discussione Tibor Huszár.

Huszár – (…) In primo luogo, mi permetta di dire che il libro mi è sembrato esemplare, soprattutto riguardo allo sviluppo dei fatti. Ho riflettuto su vari passi, mi sono identificato con molti punti e, d’altro lato, mi sono anche posto dubbi. Ma mi permetta di non fare di questo l’oggetto delle mie osservazioni, bensì che affronti il tema che può essere più delicato nella nostra discussione: la questione del marxismo ortodosso. Possibilmente anche noi abbiamo i nostri pregiudizi contro le correnti e i loro rappresentanti in Occidente, ma Lei non è neanche imparziale con il marxismo di oggi e con i marxisti dell’Est europeo e di altri Stati socialisti.

Quella caricatura del marxismo, che ha segnalato Lukács, ha causato, in effetti, un dato considerevole, ha portato a gravi deformazioni, e varie di queste opere, più fastidiose che insignificanti, si scrissero avendo come motivo quella caricatura. Nel frattempo, tuttavia, sorse una nuova generazione che disponeva di una comprensione del marxismo molto più sfumata e differenziata per derivare costellazioni complesse – siano fenomeni artistici, morali o politici – senza mediazione di condizioni e processi economici. A causa della storia degli ultimi venticinque anni, con i suoi soprassalti e disturbi, siamo specialmente suscettibili a impressioni mediate e trasferite.

E se avessimo occasione di riunirci più spesso, ci fisseremmo più attentamente sugli scritti di molti giovani marxisti ungheresi – forse non in ultimo posto in alcuni della scuola di Lukács –, in coloro in cui si profila un’immagine più ricca, più complessa e più sensibile della realtà sociale. Ebbene, adesso vorrei, malgrado la mia gioventù e, naturalmente, con il suo permesso, fare un’osservazione polemica riguardo al nostro grande problema e, a sua volta, formulare una domanda. Lei ha parlato di quanto profonda fu l’influenza etica che Georg Lukács esercitò su di Lei, quando era giovane, e che lui stimolò il suo ambiente molto decisivamente con la convinzione che la vita era una vocazione, un dovere, un compito. Più avanti, tuttavia, ha detto che la teoria e la prassi si erano separate nel corso della sua vita, che se ben affrontò il compito dell’insegnamento teorico del marxismo scientifico, si è distanziato, ciò nonostante, in certo senso dalla sua prassi. Comprendo e so da cosa si è allontanato e so anche che i motivi per ciò erano profondi e gravi. Tuttavia, secondo i miei sentimenti, la missione etica più profonda è la politica. La missione etica più profonda, cioè, la trasformazione del mondo attorno a noi coincide con l’essenza teorica del marxismo. Io avrei la sensazione di avere fallito scientificamente se la nostra generazione o un’altra successiva fossero incapaci di tradurre questi principi in qualche modo nel linguaggio della prassi; e se le prospettive da Londra e da Budapest che effettivamente non sono eguali, rimarranno per sempre differenti. Il marxismo è un prodotto del presente. Non significa semplicemente la rivoluzione dei poveri e della povertà, bensì l’organizzazione del mondo moderno industriale conforme a un ideale comune. La storia si muove spesso in maniera paradossale. La nostra missione etica dovrebbe consistere nel creare il terreno, in cui, sotto le condizioni moderne, cioè le socialiste, si potessero configurare e sviluppare le arti e le diverse scienze.

Hauser – Essenzialmente sono d’accordo con Lei. Io non sono un politico, né sento la vocazione per ciò; ciò nonostante, mi rendo conto del vincolo che esiste tra la teoria e la vita. Quanto tentava di discernere tra un marxismo teorico e un marxismo politico, questo non significava nessuna dipartita dalla prassi, bensì una partenza per la lotta per la verità, che non manca di pericoli – Lei mi contesterà che si parte vanamente alla ricerca della verità, se non si ha una relazione – una relazione senza riserve – con la vita.

Mi sto sforzando di mantenere questa relazione. Tuttavia, non tento di dominare la vita – cioè anche la vita degli altri, la vita della società in generale –, perché mi sento impotente e indifeso di fronte a questo terribile disordine; disordine che appare essere tanto grande, confuso e triste qui in Occidente come in qualsiasi altro posto e, sotto il cui peso soffriamo coloro che pensiamo coscientemente, anche se ci troviamo dentro o fuori del movimento, al quale crediamo ancora di servire nella migliore maniera – essendo come siamo marxisti e socialisti – applicando la nostra forza e capacità critica finanche allo stesso marxismo. E a questo riguardo pensiamo che rimane anche molto che richiede di essere completato, approfondito e arricchito, compito che persone come Georg Lukács sono sommamente capaci per realizzare con il massimo successo. Io stesso sono in comunicazione continua con un antico discepolo di Lukács, che è professore non ordinario in questo paese [István Mészáros], in modo che non ha perduto il contatto con il suo mondo né con la giovane Ungheria. Non sono, pertanto, un completo estraneo nel suo mondo, al contrario sono un parente molto, molto vicino.

Lukács – Se mi permette, aggiungerei ancora alcune osservazioni alla discussione storica: la causa della deformazione storica del marxismo fino ad oggi si basa fondamentalmente nella sua considerazione a partire da punti di vista unilaterali. C’è stata una deformazione economicista, sociologica e ancora esiste una deformazione burocratica della teoria. Contro di ciò si deve tornare – secondo la mia opinione – a ciò che Marx pensava veramente. Innanzitutto aggiungerò che il giovane Marx postulò che esiste unicamente una scienza globale: la storia.

Per Marx questo non era una questione gnoseologica, bensì un’autentica questione filosofica, anche ontologica; cioè, la considerazione che la storia non sia scienza, bensì che i fatti storici appartengano all’ontologia. La sostanza non consiste in qualcosa che mantenga sempre, bensì che conservi la sua continuità. Questa interpretazione dinamica della sostanza forma una tesi fondamentale del marxismo, indipendentemente se i marxisti contemporanei la accettino o meno. L’altra questione, che ha già toccato il nostro amico Ortutay, è la questione dell’individualità e della comunità. Riguardo ad essa, la grande scoperta di Marx fu, secondo la mia opinione, abbozzata già nelle Tesi su Feuerbach: che l’individualità monadica e la sua conformazione generica sono inseparabili. La scienza moderna tende a considerare il mondo esterno e l’interno come due sostanze differenti. Il marxismo propone l’unità dialettica di entrambi e segnala che lo sviluppo dell’uomo verso il vero individuo non è indipendente dal genere e che non è in nessun modo antagonistico riguardo al collettivo della società, bensì che i due fenomeni formano un processo omogeneo che si sviluppa tra due antitesi dialettiche.

Considerando il folclore, il campo di ricerca specifico del nostro amico Ortutay, salta agli occhi il momento generico, la manifestazione delle origini collettiviste dell’umanità. Se mi è permesso esprimermi in una maniera paradossale direi che l’individuale, il particolare e il generale sono categorie ontologiche della realtà. Nella sua esistenza ciascun uomo è una monade e non si deve dimenticare la sua individualità. D’altro lato, se prendiamo sul serio la storia, comproveremo che, partendo da questo carattere monadico e dal campo storico, l’individualità umana si è evoluta. Ricordiamo, senza andare troppo lontano, l’apogeo della polis greco-romana nella quale l’uomo era solo individuo in quanto cittadino, e la sua esistenza fuori dalla città fu considerata come casualità finanche dai più grandi pensatori. Soltanto dopo il tramonto della polis, nella filosofia stoica ed epicurea, si sviluppò l’idea dell’individualità e acquistò la sua forma religiosa nella prassi del cristianesimo; nuovamente, a partire dal Rinascimento perse questa peculiarità. L’individualità, quindi, come categoria storica, deve essere inseparabile dalla condizione generica dell’uomo, cioè che non esiste nella società nessun uomo semplicemente sociale o asociale; e dall’altro lato, in quanto non troviamo nella realtà nessuna dualità dell’individuo e della società. L’individuo è egualmente un prodotto storico.

Credo che, perseverando in queste due idee, non abbiamo bisogno di rinunciare a nessuna delle determinazioni storiche ed economiche del marxismo per liberare la teoria da quei problemi fittizi che la aggravano a partire dalla sua deformazione socialdemocratica fino allo stalinismo. Il nostro compito consiste, in fondo, nel segnalare in Marx quei grandi principi filosofici, i principi fondamentali, e applicarli indipendentemente allo sviluppo successivo; perché, per quanto geniale fosse Marx, esiste il fatto che è morto negli anni Ottanta, e negli ultimi ottanta anni sono accadute molte cose.

Non mie, bensì di Lenin, sono le parole che si leggono nell’introduzione alla Nuova Politica Economica (Nep): «Certi compagni cercano costantemente in Marx ed Engels i passi appropriati. Tuttavia, vi posso confessare che sono morti senza lasciarci citazioni sfruttabili». Così, ciò che dobbiamo apprendere è comprendere la vera filosofia di Marx e, con il suo aiuto, prendere posizioni per sé, solo di fronte al presente e al passato.

Ortutay – Credo che con questo coincidono non solo gli etnologi e i filosofi, ma anche Londra e Budapest.

Hauser – Sono convinto che non solo non esiste nessun individuo fuori dalla società, bensì che non possa esistere.

Lukács – Esattamente.

Hauser – Un individuo nasce quando l’uomo si converte in membro della società, perché l’individuo non ha senso logico, né storico, né psicologico, almeno come essere sociale. L’uomo è individuale, in quanto è già vincolato socialmente. Appartiene a uno delle attrazioni più emozionanti della poesia popolare, che si dica “io” dove si debba dire “noi”.

Conduttore – Mi si permetta di fare una domanda che, riguardo al suo stimato e molto divulgato libro, si pone il lettore ungherese. Nella sua bibliografia Georg Lukács e Karl Mannheim figurano come autori ungheresi. La domanda è la seguente: in che misura sono state alla sua portata opere ungheresi di storia culturale, e se a queste si concede particolare attenzione all’estero.

Hauser – Per disgrazia, non il sufficiente. Libri ungheresi si vedono appena e dell’attività della generazione attuale conosciamo molto poco. Mentre stavo scrivendo il libro che adesso si pubblica in ungherese, cioè durante otto anni – senza contare il tempo della sua preparazione, che risale alla mia prima gioventù – potevo appena tenere in conto la letteratura ungherese, a parte Georg Lukács e Mannheim (che ancora viveva allora). Ma ho coscienza dell’intensa vita spirituale in Ungheria. Indubbiamente, devo confessare, vergognandomi, che dovrei conoscere di più di essa. Mi piacerebbe essere meglio informato.

Beatrix Kézdy – In nome dei collaboratori della casa editrice Gondolat anche io vorrei salutarla, professore Hauser. Ci dispiace molto non poterlo fare in Ungheria, per conoscerla personalmente e ringraziarla per il suo aiuto e i suoi concetti durante il tempo della traduzione e produzione del libro. Ci dispiace che le sia costato tanto lavoro e siamo molto grati per la revisione del testo che Lei ha condotto con tanta cura e tanta abilità linguistica.

Hauser – Quando l’autore ha l’occasione di godere del cosiddetto successo del suo libro, si dimentica delle molestie e del lavoro che gli causò la produzione dello stesso. Non continuiamo a parlare di questo e rallegriamoci che a partire da adesso si possa leggere il libro in ungherese. Inoltre non si tratta semplicemente di una delle tante traduzioni, bensì della versione nella mia lingua materna. Benché non sia un fervente patriota, sì, sono ungherese; e questo sentimento, benché non arda, è inestinguibile. È sufficiente vivere a Londra per darsi conto di ciò.

Huszár – Effettivamente, sarei molto contento se si presentasse l’occasione di un incontro personale (…).

Hauser – Per favore, mi creda: l’unico motivo della mia permanenza all’estero, questa cellula dell’emigrazione che si è convertita, nel frattempo, nella mia vera patria, è il mio lavoro. Alla mia età si tratta solo che, tra di noi, Georg Lukács lo comprenderà meglio: di coprire ciò che ancora si può.

Huszár – Non abbiamo un’idea chiara della sua età, poi osservando qui a nostro lato, Georg Lukács, con la gioventù, la sua mobilità e produttività ci porterebbe a mentire …

Hauser – Lui è il più giovane di tutti noi …

Lukács – Salutiamoci con la speranza di un’altra discussione più ampia e profonda in futuro.

Hauser – Le rimango grato per tutto. Per tutto ciò che fu in passato, per tutto ciò che è del presente, e per tutto ciò che dovremo ringraziarlo nel futuro; per tutto ciò che aspettiamo dalla sua Ontologia.

Lukács – Ho fiducia di terminarla; e per ciò a cui si riferisce la nostra discussione vorrei fare un ultima domanda. In Occidente è sorto ultimamente il termine “pluralismo” – a mio parere sprovvisto di ogni senso. La verità, tuttavia, è sempre unicamente al singolare.

Hauser – Almeno dentro le ideologie individualistiche.

Lukács – D’altro lato, qui esiste il pregiudizio che la verità si possa determinare di colpo e letteralmente in virtù della decisione di qualsiasi istituzione; un pregiudizio tanto pericoloso quanto il pluralismo. La verità è ciò che dobbiamo rianimare e resuscitare mediante il marxismo. Si dovrà risolvere in estese polemiche; finché discutiamo per una questione per trent’anni, il risultato sarà, alla fine, solamente una verità.

Hauser – E in tutti i modi a tale verità si arriva soltanto dopo aver trasformato la realtà.

Lukács – Esatto!

Hauser – Sicuramente non si può cambiare prima una cosa particolare e, di conseguenza, dopo, la società. Non si può incamminare una nuova arte senza aver pensato precedentemente alla trasformazione del cammino. Questo è il nucleo del problema, l’essenza del nostro progetto.

Lukács – Si può vedere con sicurezza la base di una collaborazione piena di discussioni.


[1] Károly Mannheim (1893-1947) sociologo; Anna Lesznai (1885-1966), scrittrice, pittrice, disegnatrice; Frigyes Antal (1887-1954) storico dell’arte.